Quest’anno la monografia del Rapporto Cerved PMI 2019 è stata dedicata alla riforma del Codice della Crisi d’impresa, con un focus specifico sui costi e i benefici per il sistema imprenditoriale italiano.

Come  spiegato in un precedente articolo su Cerved KnowCrisi d’impresa: gli obblighi organizzativi e l’impatto sulle PMI“, l’adempimento degli obblighi organizzativi e il calcolo degli indici della crisi richiede la predisposizione di procedure, strutture interne e una pianificazione dei flussi informativi verso gli organi di controllo. Questo ha degli impatti sui costi aziendali, che dipendono dalla complessità dell’impresa, dalla sua dimensione e dal grado di sofisticazione.

In generale i costi associati alle nuove norme possono essere di tre tipi:

  • Costi per individuare i “fondati indizi della crisi” e garantire la continuità aziendale
  • Costi di formazione e per il personale, da sostenere per acquisire le competenze richieste dalla nuova normativa.
  • Costi per dotarsi delle strutture di controllo o revisione, spese che gli imprenditori dovranno associare alla remunerazione dei sindaci/revisori e delle loro maggiori responsabilità, che sono assegnate ai professionisti dal Codice.

I costi degli strumenti per individuare i fondati indizi della crisi e garantire la continuità aziendale

Per quantificare i costi necessari per individuare i fondati indizi della crisi non è possibile disporre di evidenze di mercato. Cerved ha quindi intervistato un panel di commercialisti e altri professionisti che operano nel settore chiedendo loro una stima dei costi che dovranno sostenere le impre­se per poter disporre di questi strumenti, in base alla dimensione aziendale.  

Secondo il consensus dei professionisti intervistati:

  • i costi dei servizi di adeguata verifica potrebbero aggirarsi a regime tra i 1.000 euro per le società minori, a una fascia compresa tra i 4 mila e i 12 mila euro per le società obbli­gate alla nomina di sindaco/revisore;
  • l’introduzione di sistemi di tesoreria per il calcolo del DSCR avrebbe un costo stimato tra i 2.500 euro e i 17 mila euro;
  • il costo per un cruscotto di risk management  è stimato in una fascia compresa tra i 2 mila e i 25 mila euro;
  • i sistemi forward looking evoluti di valutazione del rischio costerebbero invece tra i 3 mila ai 35 mila euro.

Le attese relative all’adozione degli stru­menti è correlata con la dimensio­ne aziendale: secondo il panel solo una quo­ta minoritaria delle società che non hanno obbligo di nomina dell’organo di controllo attiverà questi sistemi, con una preferenza verso quelli più semplici di adeguata verifica (38%); solo il 23% invece attiverebbe sistemi di tesoreria e una quota più ridotta strumen­ti alternativi.

Tra le società con obbligo, una quota intorno al 40-45% investirebbe in sistemi di adeguata verifica. La percentuale di aziende che intro­durrebbe sistemi di tesoreria è attesa a una quota intorno al 60% tra le piccole aziende, al 75% tra le medie e oltre il 90% tra le gran­di. Le aspettative sono per una diffusione minore di cruscotti di risk management (tra il 35% e il 63%) e di sistemi evoluti di valutazio­ne del rischio forward looking a tre anni (tra il 19% e il 48%).

obblighi organizzativi

I costi per la formazione e per il personale

Per le poche imprese che già dispongono di software per la gestione della tesoreria e di ERM, dotarsi di sistemi che consentano di soddisfare le richieste del nuovo Codice della Crisi richiede un’integrazione di alcune funzionalità già presenti in azienda.

Per la maggior parte delle altre imprese gli impatti saranno molto più pervasivi. Non sarà infatti necessario solo introdurre un software in azienda ma soprattutto, per le società di minore dimensione, rendere più evoluta l’organizzazione aziendale. Questo dovrà essere ac­compagnato, per le società con un organo di controllo, dalla predisposizione di adeguati flussi informativi verso il collegio sindacale o verso i revisori.

L’implementazione di sistemi di gestione della tesoreria richiede che almeno una figu­ra sia dedicata a que­sta attività e la sua eventuale formazione, sia sugli aspetti di natura aziendale, sia sull’uti­lizzo degli strumenti informatici.

Secondo il panel di esperti intervistato da Cerved, la formazione potrebbe costare tra i 1.800 e i 15 mila euro, con costi sostenuti da un quarto delle microimprese, dalla metà delle piccole con obbligo, fino a due terzi delle medie e all’85% delle grandi. Una cifra  analoga a quella per la forma­zione dovrebbe essere investita per l’assun­zione, anche parziale o con figure esterne, di addetti a gestire le nuove funzioni di risk management.

obblighi organizzativi

I costi per dotarsi di organi di controllo o di revisione

Le società che superano per due esercizi consecutivi almeno una di tre soglie relati­ve allo stato patrimoniale (4 milioni di euro), ai ricavi (4 milioni di euro) e agli addetti (20) sono obbligate alla nomina del revisore o dell’organo di controllo interno (uni o pluri­personale) o di un revisore esterno.

È probabile che il costo che le aziende dovranno affrontare per queste figure crescerà nei prossimi mesi, per due ragioni. In pri­mo luogo, il compenso di sindaci e revisori potrebbe crescere per i nuovi compiti e re­sponsabilità assegnati dal Codice della Crisi. In secondo luogo, l’esigenza da parte di un numero consistente di Srl di nominare un revisore o un sindaco si tradurrà in un forte aumento della domanda, che avrà inevitabili ripercussioni sui compensi.

Secondo il panel degli esperti, il 90% delle Srl di minore dimensione nomineranno un sin­daco/revisore, per cui dovranno spendere poco più di 5 mila euro all’anno. Per le picco­le Spa che per legge sono sempre tenute alla nomina dell’organo di controllo, potrebbe esserci un maggior costo di circa 3 mila euro dovuto ai nuovi compiti cui saranno chiama­ti i professionisti.

In base alle stime, tra le Srl, la maggior parte delle medie imprese (il 55%) adotterà la figu­ra del sindaco/revisore, per un costo di circa 11 mila euro; il 40% introdurrà un collegio di tre membri che costerà 27 mila euro; solo una quota marginale di Srl nominerà un col­legio con cinque membri. 

Le Srl di maggiore dimensione sceglieran­no soprattutto (il 60%) collegi sindacali di tre membri, che dovrebbero costare 60 mila euro; poco meno di un terzo dovrebbe introdurre un collegio con cinque membri (150 mila euro) e solo il 10% si affiderà a un revisore/sindaco. Per le grandi Spa si prevede un maggiore co­sto per gli organi già introdotti compreso tra i 12 mila (per chi ha solo un sindaco) e i 37 mila euro (collegi con cinque membri).obblighi organizzativi

I costi complessivi della Riforma 

Dai tassi di adozione previsti dagli esperti e il numero di società operative (669 mila imprese con almeno due addetti, di cui 120 mila con obbligo di controllo da parte dei sindaci) si sono calcolati i costi complessivi che il sistema economico italiano dovrà sostenere per adeguarsi alle nuove norme.  Complessivamente la spesa potrebbe essere a regime, pari a  poco più di 4 miliardi di euro, sostenuti per lo più da piccole società con obbligo di nomina (1,1 miliardi) e dalle medie (1 miliardo). A incidere maggiormente sono i costi per dotarsi di sistemi per individuare i fondati indizi della crisi.

Prendendo invece in considerazione uno scenario in cui tutte le società italiane si dotassero di sistemi di tesoreria in grado di calcolare il DSCR (Debt coverage ratio), i costi per il complesso delle imprese crescerebbero sopra i 6 miliardi di euro.

 

I potenziali benefici delle procedure di allerta

Nel Rapporto Cerved PMI 2019  si è condotta una what if analysis, che consente di stimare i benefici sulla base di una serie di assunzioni. Questa analisi è stata condotta su diversi scenari, al fine di misurare l’impatto che le diverse ipotesi hanno in termini economici.

L’analisi quantifica tre effetti delle nuove norme:

  • I benefici legati alla ristrutturazione di imprese che tornano in bonis e che senza le nuove norme sarebbero andate in default, al netto dei costi sostenuti per la ristrutturazione. Si calcolano i benefici in termini di valore aggiunto che queste imprese tornerebbero a produrre dopo la ristrutturazione.
  • I benefici legati a una più efficiente riallocazione degli attivi delle imprese segnalate agli OCRI e che poi escono dal mercato, al netto dei costi per la ristrutturazione. In questo caso i benefici sono misurati sulla base del rendimento del capitale che altrimenti non sarebbe recuperato e dei suoi impatti in termini di valore aggiunto.
  • I costi legati alle procedure di ristrutturazione sostenute dai cd falsi positivi, società segnalate ma che sarebbero comunque tornate in bonis.

Un primo scenario che si è analizzato è uno scenario di mera compliance, in cui i casi di crisi aziendale sono rilevati esclusivamente impiegando i cinque indici della crisi. Per questo scenario si considerano i risultati dell’analisi condotta per il CNDCEC, che sono stati riproporzionati a circa 10 mila casi di insolvenza, un numero fisiologico di default che si osserva ogni anno sulla platea di società di capitale.

In base a questo esercizio, sono segnalati l’11% dei casi di default. In uno scenario del genere, la capacità di far emergere la crisi e favorire una ristrutturazione è ridotta, comparabile a quella dei concordati preventivo (pari al 5%). Potrebbero quindi tornare in bonis circa 60 società all’anno, con un impatto positivo in termini di valore aggiunto pari a poco più di 200 milioni di euro. Per le altre imprese segnalate, il vantaggio sarebbe quello di liquidare una quota maggiore degli attivi: il tasso di recupero crescerebbe dal 30% (osservato sui casi di fallimento) al 40% (sui casi di concordato preventivo). Dati gli attivi di queste imprese, è possibile stimare un effetto sul valore aggiunto pari a 390 milioni di euro. A questi benefici vanno sottratti i costi sostenuti per i falsi positivi (poco meno di tre mila casi), pari a 280 milioni di euro. In uno scenario in cui le aziende non dispongono di sistemi di tesoreria, i benefici delle nuove norme sarebbero quindi pari a 329 milioni di euro all’anno, largamente inferiori ai costi che devono sostenere le imprese per adeguarsi alle nuove norme.

Questo scenario è stato confrontato con uno di pieno successo delle nuove norme, in cui la disponibilità di sistemi di tesoreria e di calcolo del DSCR consente di individuare con precisione i casi di crisi aziendale e in cui le procedure di ricomposizione funzionino in linea con le best practice internazionali. Si considerano circa 4 mila segnalazioni agli OCRI, con una perfetta capacità di intercettare i casi di crisi per le società dotate di organo di controllo o di revisione e una percentuale di falsi positivi estremamente ridotta. In questo scenario la percentuale di insolvenze intercettate passerebbe dall’11% al 40%. La quota di società che tornano in bonis dopo la procedura di ricomposizione sarebbe allineata alla performance osservata negli Stati Uniti nei casi di Chapter 11, pari al 47%.

Secondo questo scenario, ogni anno tornerebbero a operare sul mercato poco meno di 2 mila società che altrimenti sarebbero entrate in crisi: a regime i benefici per il sistema in termini di valore aggiunto sarebbero pari a 4,4 miliardi di euro. Per le altre 2.047 aziende segnalate, l’emersione più celere si tradurrebbe in benefici per 4,5 miliardi di euro, grazie ai maggiori tassi di recupero nelle aziende che comunque uscirebbero dal mercato. I costi per i falsi positivi sarebbero quasi del tutto trascurabili e, nel complesso, i benefici supererebbero gli 8,8 miliardi di euro all’anno.

Infine è stato ipotizzato uno scenario intermedio, in cui la capacità del sistema di intercettare i casi di crisi cresce, ma senza la precisione ipotizzata nel best case. In questo caso, la percentuale di insolvenze intercettate crescerebbe al 30%, la performance degli OCRI in termini di ristrutturazione delle imprese sarebbe pari a circa la metà di quella osservata negli Stati Uniti (24%), i tassi di recupero crescerebbero al 45%. In base a questo scenario si ottiene un beneficio complessivo di 4,3 miliardi di euro all’anno, comunque superiore ai costi sostenuti dalle imprese in base alle attese del panel degli esperti.

Effetto trasparenza

I dati della Banca d’Italia, combinati con le informazioni sul rischio di Cerved, indicano che il costo del credito è correlato alla dimensione aziendale e al rischio dell’impresa: a parità di dimensione e probabilità di default, sono applicati alle imprese più piccole tassi di interesse più alti. Le aziende più piccole pagano di più il credito anche a causa della loro maggiore opacità. I dati evidenziano infatti che lo spread che le imprese più rischiose pagano rispetto alle sane si riduce per le società minori, fino a quasi annullarsi tra le microimprese.

Il nuovo Codice della crisi, spingendo le imprese ad adottare sistemi di autovalutazione, può rendere le società minori più trasparenti e avere effetti sulla concessione dei prestiti.

È quindi utile cercare di quantificare un effetto trasparenza. L’idea è che un sistema di piccole e microimprese più trasparenti, con informazioni sulla tesoreria eventualmente collegate ai sistemi di early warning delle banche, possa essere valutato con maggiore precisione dai sistemi di credito.

Seguendo questo approccio, si è ipotizzato un allargamento dello spread tra i tassi di interesse applicati alle aziende più o meno rischiose, nella fascia delle piccole e delle microimprese, interpolando quanto si osserva tra le aziende medio-grandi. In base a questa ipotesi semplificata, i tassi di interesse si ridurrebbero per le microimprese più solide dall’attuale 5,9% al 3,7%, ma aumenterebbero per le microaziende rischiose dal 5,9% al 7,1%; per le piccole società con fondamentali migliori, i tassi si ridurrebbero dal 3,7% al 2,9%, per quelle più fragili si alzerebbero dal 5,5% al 5,7%.

Secondo questo approccio, i prestiti aumenterebbero di 2,2 miliardi di euro alle microimprese sane, riducendosi di 1,9 miliardi alle microimprese più rischiose, con un effetto netto di 0,3 miliardi di euro; aumenterebbero di 900 milioni alle piccole società sane e si ridurrebbero di 200 a quelle più rischiose, con un effetto netto di 700 milioni di euro. Nel complesso, si stima quindi un effetto sul credito pari a un miliardo di prestiti in più.

Gli effetti sul valore aggiunto sarebbero più importanti, grazie alla riallocazione delle risorse da imprese meno produttive ad aziende che riescono a trasformare proporzionalmente di più i prestiti in valore aggiunto. Secondo le stime l’effetto netto sarebbe di 574 milioni in termini di valore aggiunto per le micro (+956 per le sane e -382 per le rischiose) e di 778 milioni per le piccole (+875 milioni per le sane e -102 milioni per le rischiose). In base a questi calcoli, l’effetto trasparenza consentirebbe quindi benefici pari a 1,3 miliardi di euro all’anno nella fascia delle piccole e delle microimprese.

 

La riforma avrà quindi un impatto positivo sul sistema produttivo italiano nella misura in cui gli imprenditori la coglieranno come un’occasione per adeguare nei fatti le procedure di monitoraggio del rischio. È noto che le imprese italiane, e in particolar modo le PMI, prediligono pratiche gestionali poco formalizzate e proceduralizzate. Il codice della crisi offre un’occasione per compiere quel salto di qualità che, a tutt’oggi, il sistema delle imprese non sembra in grado di fare da solo.

 

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