E’ noto che, sin dalla riforma del 2005, il legislatore abbia ispirato tutti i propri interventi ad un principio di favor per la procedura di concordato preventivo, considerato uno degli strumenti più efficaci per superare la crisi dell’impresa.

Inutile nascondere che sia gli interventi normativi sia il concreto utilizzo degli strumenti offerti ha avuto, negli anni, esiti altalenanti: mi riferisco, in particolare, al c.d. concordato in bianco che è stato, in troppe occasioni, “abusato” e utilizzato come strumento da parte delle imprese per ottenere i vari blocchi alle azioni esecutive e cautelari concesse dall’ordinamento.

Non solo. Troppo spesso il concordato liquidatorio è stato utilizzato come mera alternativa al fallimento, senza particolari vantaggi per i creditori, con maggiori costi – a carico di questi ultimi – per le cc.dd. spese di giustizia e tempi di realizzo a volte addirittura più lunghi di quelli previsti in ambito fallimentare. Con la differenza che, in sede fallimentare, vi è un curatore che vigila sulla tempistica, mentre nel concordato, una volta emesso il provvedimento di omologa, l’eventuale risoluzione è rimessa alla iniziativa dei creditori, con gli stringenti termini previsti dall’art. 137 della legge fallimentare (e, quindi, nel termine di un anno dalla scadenza del termine fissato per l’ultimo adempimento previsto nel concordato).

Probabilmente anche per questo, in un primo tempo, la riforma Rordorf aveva previsto di escludere del tutto il concordato preventivo liquidatorio e di disciplinare il solo concordato in continuità aziendale, in linea quindi con lo spirito della riforma che, come abbiamo visto, si prefigge come primario scopo quello di tutelare la salvezza dell’impresa.

Sennonché la delega approvata dal Governo ha ammesso anche il concordato liquidatorio introducendo però, come requisito obbligatorio, il c.d. apporto esterno vale a dire la necessità che, da parte di terzi, vi sia un intervento tale per cui la percentuale di soddisfacimento dei creditori chirografari abbia un incremento pari ad almeno il 10% i quali, per inciso, per effetto delle riforme già adottate negli anni scorsi, non potranno comunque essere soddisfatti in misura inferiore al 20%.

Di talchè, nel codice della crisi, sono oggi disciplinate due diverse forme di concordato preventivo:

  • – quello con continuità aziendale, che mira alla salvaguardia dell’impresa;
  • – quello liquidatorio che comporta il venire meno dell’impresa.

Come si diceva, i molteplici interventi normativi degli ultimi anni, unitamente a una copiosa giurisprudenza, hanno decisamente reso “farraginose” alcune norme che l’attuale legge fallimentare dedica al concordato e, quindi, era senz’altro opportuna una rivisitazione dell’intera materia, utile anche ai fini del recepimento delle sollecitazioni provenienti dall’Unione Europea con il regolamento Ue 2015/848 e la raccomandazione 2014/135/U del 12 marzo 2014.

Di tale “quadro” era perfettamente consapevole il Legislatore.

Ed infatti, non solo nella relazione illustrativa al decreto legislativo di attuazione delle legge delega, si dice espressamente che la disciplina del concordato preventivo è quella che è risultata maggiormente interessata dal fenomeno della successione degli innesti normativi “di natura episodica ed emergenziale” che “intervenendo su disposizioni della legge fallimentare modificate da poco, ha generato rilevanti difficoltà applicative e la formazione di indirizzi giurisprudenziali non consolidati, con un incremento delle controversie pendenti e il rallentamento notevole dei tempi di definizione delle procedure concorsuali” ma si dà atto delle disfunzioni che hanno caratterizzato il ricorso a tale strumento.

Nella stessa relazione si legge infatti che il legislatore ha voluto “farsi carico anche delle disfunzioni e dei disvalori delle procedure concorsuali, quali essi vengono percepiti all’esterno e questo per evitare che ci si trovi a dover constatare, a consuntivo, che una procedura è servita soltanto ad assorbire le residue risorse disponibili dell’impresa”.

Occorrerà naturalmente attendere qualche anno per verificare l’effettivo impatto della Riforma sulle procedure concorsuali in genere e concordatarie in particolare.

In questa sede, è interessante segnalare ai nostri Lettori alcuni dati relativi proprio al ricorso allo strumento del concordato preventivo che aveva avuto un vero e proprio boom a seguito dell’introduzione del c.d. concordato in bianco (legge n. 134 del 7 agosto 2012): se infatti i concordati preventivi ammontavano a n. 957 nel 2009, n. 1027 nel 2010, n. 975 nel 2011e n. 1119 nel 2012, nel 2013 se ne registrano ben 2.279.

Nel fascicolo n. 3 pubblicato da Il Sole 24 Ore sul tema della crisi d’impresa nel marzo 2019 (“Concordato preventivo e con continuità aziendale”, “Il concordato preventivo prima del Codice, dati empirici”, a cura di Alessandro Danovi) viene citato un interessante lavoro basato su un dataset costituito dall’Ocri (Osservatorio crisi e risanamento delle imprese) con il supporto del Cespec. Si fa riferimento ad un campione costituito da circa 3.350 procedure di concordato preventivo nel periodo 2009-2015, pari a circa il 35% di quelle complessivamente ammesse in Italia negli stessi anni. Da questa analisi, e come riferisce l’Autore citato, si apprende come, nonostante l’intenzione del legislatore di incentivarne l’uso a fini risanatori, l’uso che è stato fatto del concordato è in prevalenza a fini liquidatori (69% dei casi), pur avendo assistito, negli ultimi anni, ad un incremento anche dei concordati in continuità.

L’analisi delle tempistiche mostra una durata della fase giudiziale di 10 mesi, ma naturalmente con una elevata variabilità tra i diversi tribunali. La percentuale di concordati per i quali quanto previsto nel piano è effettivamente realizzato è pari a meno di un quarto. I concordati che vengono omologati sono, su base nazionale, il 70% con una elevata variabilità tra i diversi Tribunali: dal 46% all’82%.

Nel 12% dei casi non sono state raggiunte le maggioranze per l’approvazione da parte dei creditori; nel 14% dei casi il concordato è stato revocato, mentre la restante quota (5%) include le rinunce da parte del proponente.

Quanto poi all’esecuzione, post omologa, meno di un quarto risultano eseguiti, spesso proprio per la difficoltà di collocare sul mercato i beni immobili.

Come si diceva sopra sono però pochissimi i casi in cui si ricorre allo strumento della risoluzione: circa il 17%.

 

Luciana Cipolla – l.cipolla@lascalaw.com

Partner di La Scala Società tra Avvocati e Direttore Editoriale di IusLetter

Per leggere le pillole precedenti:

1° pillola: Le linee guida della riforma

2° pillola: Le procedure di allerta e gli indicatori della crisi

3° pillola :Il procedimento di allerta davanti all’OCRI e il procedimento di conposizione assistita della crisi

4°pillola:Il procedimento unitario di regolazione della crisi e dell’insolvenza

5°pillola: La liquidazione giudiziale e gli organi della procedura

6° pillola:La liquidazione giudiziale e gli effetti per il debitore e i creditori

7° pillola: La liquidazione giudiziale, gli effetti sugli atti pregiudizievoli ai creditori e ai rapporti pendenti

8° pillola:L’accertamento del passivo

9°pillola: La liquidazione dell’attivo e il riparto

10°pillola: La chiusura della liquidazione giudiziale. Il concordato nella liquidazione giudiziale

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