Le piccole e medie imprese in Italia

Il Rapporto Cerved PMI 2015 è dedicato all’analisi delle piccole e medie imprese italiane (PMI), individuate in base alla classificazione della Commissione Europea:

In particolare, si analizza il complesso di società di capitale non finanziarie che soddisfano i requisiti di dipendenti, fatturato e attivo definiti dalla Commissione. In base agli ultimi bilanci disponibili[1], soddisfano i requisiti di PMI 137.046 società, tra le quali 113.387 aziende rientrano nella definizione di ‘piccola impresa’ e 23.659 in quella di ‘media impresa’.

Queste società, che rappresentano più di un quinto (il 22%) delle imprese che hanno depositato un bilancio valido, hanno occupato 3,9 milioni di addetti, di cui oltre la metà lavorano in aziende piccole.

Le PMI realizzano un volume d’affari pari a 838 miliardi di euro, un valore aggiunto di 189 miliardi di euro (pari al 12% del Pil) e hanno contratto debiti finanziari per 255 miliardi di euro. Rispetto al complesso delle società non finanziarie, pesano per il 36% in termini di fatturato, per il 41% in termini di valore aggiunto, per il 30% in termini di debiti finanziari.

[1] Il 2013 è l’ultima annualità per cui al momento di redazione del Rapporto si dispone del totale dei bilanci depositati dalle società italiane.

I bilanci delle PMI

Seppure con netto ritardo rispetto alla ripresa della congiuntura internazionale, anche le imprese italiane hanno iniziato, nel 2014, a intravedere un’inversione di tendenza. Tra queste le PMI si distinguono, rispetto alle grandi, per una performance positiva e pari al +1,5% in termini di fatturato, con l’industria a guidare l’inversione di tendenza (+3,1%).

Le politiche di contenimento dei costi sono proseguite anche nel 2014: grazie a queste il valore aggiunto mostra una dinamica migliore rispetto a quella del fatturato, con risultati positivi (+1%) anche per le imprese di grandi dimensioni. Le costruzioni, dopo anni di cali, riescono a fermare la discesa. La dinamica occupazionale è ancora negativa, anche se i tagli sono concentrati interamente tra le imprese di piccole dimensioni (-3,8%), mentre il costo del lavoro per addetto continua a crescere. In conseguenza dell’aumento del valore aggiunto e della contrazione del numero dei dipendenti, per le PMI, nel 2014, la produttività (valore aggiunto per addetto) è migliorata, passando da poco meno di 48 mila euro per dipendente a quasi 51 mila, livello in linea con quello del 2007.

Grazie alla dinamica positiva del valore aggiunto e al calo dei dipendenti, non completamente bilanciata dall’aumento del costo del lavoro unitario, i margini lordi prodotti dalle PMI sono cresciuti in maniera significativa: sia per le aziende piccole che per quelle medie l’incremento è stato superiore ai 4 punti percentuali, mentre quelli delle grandi società sono rimasti ai livelli del 2013. Fra le PMI, quelle industriali fanno segnare un +7,1%, seguite da quelle agricole (+6,0%) e da quelle dei servizi (+4,5%); ancora in sofferenza le PMI delle costruzioni, con un calo dei margini in linea con quello del 2013 (-2,5%).

Dopo un lungo periodo in cui la redditività complessiva delle PMI italiane è risultata in calo, anche sostanzioso, nel 2014 si registra un’inversione di tendenza, che non ha riguardato le grandi aziende. In termini di ROE ante imposte e componenti straordinarie, la performance è in crescita di 1,2 punti percentuali, riportandosi al livello del biennio 2010-2011.

Il miglioramento della redditività netta fra il 2013 e il 2014 è frutto di contributi positivi forniti principalmente dall’aumento della produttività del lavoro e dal minore peso degli ammortamenti e degli accantonamenti sul conto economico delle PMI. Il contributo negativo principale, invece, è fornito dal costo del lavoro unitario, che continua crescere.

Il calo dei debiti finanziari evidenziato nel biennio 2011-2013 si è arrestato nel 2014, con dinamiche che oscillano nell’intorno dello 0 a seconda delle classi dimensionali e dei settori considerati: per le piccole imprese si registra ancora una contrazione (-1,6%), mentre le medie mostrano una tendenza lievemente positiva (+0,2%). Per le grandi l’arretramento è molto contenuto (-0,5%).

Parallelamente al ristagno del ricorso al capitale di debito, prosegue il rafforzamento del capitale proprio: di conseguenza, il peso dei debiti finanziari in rapporto al capitale netto continua a ridursi: la quota, nel 2014, è scesa al di sotto del 100% per tutte le classi dimensionali, con i divari che si stanno riducendo. Le imprese di grandi dimensioni, che partivano da un livello più alto, tra 2012 e 2014 hanno visto calare l’incidenza di 9,3 punti, passando dal 105,7% al 96,4%, abbassando sotto i 10 punti la differenza rispetto alle PMI, che nel 2014 hanno registrato un rapporto pari all’87,7%.

I tassi di interesse, che si mantengono bassi, hanno permesso a tutte le classi dimensionali di ridurre l’incidenza degli oneri finanziari rispetto ai margini. Il fenomeno è diffuso trasversalmente a tutte le classi dimensionali e a tutti i settori, con le performance migliori che si registrano per le imprese piccole e nel comparto industriale, mentre le costruzioni continuano a far registrare dati peggiori della media, con un rapporto fra oneri finanziari e MOL che si attesta al 33,4%, seguiti dall’agricoltura al 24,2%.

Demografia d’impresa

Nel 2014 e nel 2015 è proseguita la crescita del numero di nuove società di capitale, trainate dal successo delle Srl semplificate, la forma giuridica nata nel 2012 per favorire l’imprenditoria. Nel 2014 sono 80mila le vere nuove imprese (società che non risultano da operazioni quali fusioni, scissioni o che non preesistevano in altra forma all’iscrizione), l’11,9% in più del 2013: di queste 27 mila hanno scelto la forma di Srl semplificata, un terzo del totale e il 64,6% in più dell’anno precedente. Nei primi sei mesi del 2015 prosegue la tendenza al rialzo, con 47 mila nascite (+7,8%), di cui più del 40% in forma semplificata. L’aumento delle nascite è un fenomeno che, nonostante le misure di agevolazione, non ha coinvolto l’intera economia. Nell’agricoltura il numero di nuove imprese nel 2014 rimane stabile ai livelli dell’anno precedente (+0,3%), con un peggioramento nei primi sei mesi del 2015 (-3,5%); nell’energia e nelle utility si osserva invece un netto calo, in ulteriore peggioramento nell’ultimo semestre (-21,5%). L’industria è il settore dell’economia in cui sono più evidenti i miglioramenti sul fronte della natalità, con un aumento del 13% tra gennaio e giugno 2015. Crescono ad un ritmo simile anche le nuove imprese edili (+12,6%), mentre si ferma al 7% la crescita nel terziario.

L’aumento delle nuove imprese del 2014 e della prima metà del 2015 si accompagna ad un netta riduzione delle procedure concorsuali e delle liquidazioni volontarie tra le PMI. I dati indicano che il numero di PMI che hanno aperto almeno un fallimento, una procedura concorsuale non fallimentare o hanno liquidato volontariamente la loro attività è in calo dalla seconda parte del 2013, con una forte accelerazione nel 2014 (-10,8%) e nel 2015 (-12,2%).

I dati relativi alle chiusure di impresa indicano che il settore che ha sofferto maggiormente la crisi è quello delle costruzioni: hanno avviato almeno una procedura concorsuale o una liquidazione tra 2008 e 2015 12 mila PMI edili, pari al 43% delle PMI attive nel 2007. Anche nei servizi l’impatto è stato molto forte, con una percentuale del 37%; rimane sotto il 30 % la quota di imprese espulse dal mercato nella manifattura (28%) e nell’agricoltura (26,4%), mentre il livello più basso si osserva nel comparto dell’energia e delle utility (18%).

Il miglioramento dei fallimenti è iniziato più tardi rispetto alle altre procedure, nel corso del 2015: dopo il picco raggiunto nel 2014 (3,2 mila procedure, +2,8% rispetto al 2013) nei primi sei mesi del 2015 i default calano del 18,3% a quota 1,3 mila. Le PMI manifatturiere hanno anticipato il trend in calo, con un miglioramento già nel 2014, in rafforzamento nel primo semestre 2015. Nell’edilizia e nei servizi invece il calo si osserva solo negli ultimi sei mesi, con le imprese del terziario che registrano il dato peggiore (-13%, contro il -26,8% delle costruzioni).

L’andamento delle procedure non fallimentari è collegato strettamente alla dinamica dei concordati preventivi, più volta riformati negli ultimi anni: dopo il picco negativo del 2013, successivo all’introduzione ed al successo del pre-concordato, le procedure hanno iniziato un calo, fino a toccare le 500 procedure nei primi sei mesi del 2015 (-22% rispetto al primo semestre 2014). La dinamica settoriale ha seguito quella generale, con un minore impatto tra le PMI dei servizi.

L’andamento delle liquidazioni rispecchia le attese degli imprenditori riguardo i loro profitti: tipicamente si chiudono società in bonis quando le aspettative sui ritorni sono giudicate insufficienti per giustificare l’attività di impresa. I dati sulle società liquidate sono i primi ad aver evidenziato un miglioramento: dopo il picco del 2012 (6,1 mila), il numero di PMI liquidate ha iniziato a ridursi, fino a toccare quota 5,1 mila nel 2014 (-16% rispetto al 2013) e 1,8 mila nel primo semestre 2015 (-18,2% rispetto ai primi sei mesi dell’anno precedente). A livello settoriale i miglioramenti più marcati si osservano ancora nell’industria, che riesce a portare il numero di PMI liquidate al di sotto dei valori pre-crisi; nelle costruzioni e nei servizi si osserva invece, dopo il picco del 2013, un deciso calo delle liquidazioni, in rafforzamento nei primi sei mesi del 2015, a livelli tuttavia ancora elevati rispetto al 2007.

Il numero effettivo di PMI dipende da quattro fattori:

Le entrate:
– Microimprese che crescono fino a diventare PMI;
– Grandi imprese si ridimensionano fino a diventare PMI;

Le uscite:
– PMI che si ridimensionano fino a diventare microimprese;
– PMI che crescono fino a diventare grandi società;

Le morti:
– PMI che escono dal mercato a seguito di una procedura concorsuale, una liquidazione o semplicemente non depositano un bilancio (dormienti);

Le nate:
– Nuove imprese che rientrano nella definizione comunitaria.

Il numero di PMI sul mercato è passato da 150 mila nel 2007 a 137 mila nel 2014, con un saldo negativo di 13 mila imprese: a pesare è soprattutto la dinamica delle uscite, costantemente al di sopra delle entrate dal 2010 ed in leggero rallentamento solamente nel 2014.

Il forte saldo negativo ereditato dalla crisi rende interessante analizzare le caratteristiche di due gruppi di imprese: le ‘cavallette’, microimprese nel 2007 con fatturato compreso tra 1,5 e 2 milioni di euro divenute stabilmente PMI (nel 2012, 2013, e 2014) e i ‘gamberetti’, PMI nel 2007 con fatturato o attivo compreso tra 2 e 2,5 milioni di euro diventate stabilmente microimprese (nel 2012, 2013 e 2014). Dai bilanci del 2007 emerge che le cavallette erano imprese più giovani, con una produttività più alta, maggiormente redditizie e con una situazione finanziaria più solida: le stesse caratteristiche delle ‘gazzelle’, analizzate nel Rapporto 2014. Il confronto tra le due analisi offre uno spunto interessante: le esperienze di crescita, e di decrescita, sono accomunate da una serie di precise caratteristiche d’impresa, che prescindono dalla dimensione della crescita; grazie a questi indicatori possono essere individuate le imprese con maggiore potenziale, in modo tale da accompagnarle nel loro processo di sviluppo.

I pagamenti delle PMI

Cerved dispone di un consistente numero di informazioni riguardo le abitudini di pagamento delle imprese italiane nelle loro transazioni commerciali, raccolte in Payline, un database proprietario alimentato da oltre 1.400 imprese contributrici. I dati tratti da Payline indicano che diminuisce tra 2014 e 2015 sia il numero che il valore dei mancati pagamenti delle PMI, uno dei segnali maggiormente anticipatori della situazione di difficoltà di un’impresa. A giugno 2015 le PMI monitorate dovevano saldare 1,9 milioni tra fatture in scadenza nel trimestre ed arretrati dei mesi precedenti, per un controvalore di quasi 5,2 miliardi di euro: di queste fatture 996 milioni non risultano pagati, pari al 19,2% del totale. La percentuale, in leggero calo rispetto al secondo trimestre dello scorso anno, è la più bassa dal 2012. Il calo dei mancati pagamenti è un fenomeno diffuso a tutti i settori dell’economia, con le parziali eccezioni di agricoltura ed energia e utility: il livello più alto, nonostante la riduzione del 2014 e dei primi sei mesi del 2015, si osserva nelle PMI edili, mentre tra le imprese della manifattura si osserva quello più basso.

In Payline sono raccolte, per ogni fattura, le scadenze concordate per il pagamento della merce, ossia i giorni di credito commerciale concessi dal fornitore al cliente, un’importante leva di gestione del capitale circolante di un’impresa. Tra il primo trimestre 2014 e il secondo trimestre 2015 si sono ridotti i giorni di credito concessi alle PMI: tra aprile e giugno 2015 le imprese hanno pagato in media in 60,1 giorni, 0,6 giorni meno dello stesso periodo del 2014 e 3,6 meno del 2012.

La riduzione ha riguardato tutti le dimensioni di impresa comprese le grandi imprese, che tuttavia continuano a beneficiare di 6,6 giorni in più rispetto alle PMI. I tempi concordati dipendono fortemente dal settore in cui è attiva l’impresa: per alcune produzioni, che richiedono tempi lunghi, beneficiare di maggiori tempi di pagamento è una condizione necessaria per poter operare sul mercato. Il maggiore calo si osserva nelle PMI delle costruzioni, il settore dove storicamente venivano concessi i maggiori termini di dilazione; in misura minore si riducono anche i giorni concordati nell’industria e nel terziario, mentre le PMI agricole e delle utility ottengono le scadenze più strette, anche in virtù dei mercati in cui operano.

I ritardi che le PMI accumulano rispetto ai termini concordati sono da una parte un segnale anticipatorio di difficoltà finanziarie dell’impresa, dall’altra possono rappresentare una precisa politica di gestione delle liquidità, soprattutto nei casi in cui questo non compromette i rapporti commerciali tra le controparti. I dati di Payline mostrano fin dal 2014 una diminuzione dei ritardi delle PMI, che nel secondo trimestre 2015 toccano 13,5 giorni, 1,6 meno dello stesso periodo del 2014 e valore minimo negli ultimi tre anni. Diversamente dalle PMI, per le grandi imprese il calo dei ritardi si è interrotto nel corso del 2014 e solo tra aprile e giugno 2015 si osserva un lieve miglioramento. Il diverso andamento ha portato il divario tra PMI e grandi imprese a toccare i 6,9 giorni nel secondo trimestre 2015: il fenomeno riflette in parte il maggior potere negoziale delle aziende di maggiori dimensioni, in parte le diverse dinamiche in atto dallo scorso anno.

La riduzione dei ritardi nell’ultimo anno, a livello settoriale, ha riguardato costruzioni, industria e servizi, mentre nell’agricoltura e nelle utility l’andamento è stato più diversificato.

Il tempo complessivo che intercorre tra la consegna della merce e l’effettivo pagamento della fattura non dipende solamente dai termini concordati tra fornitore e cliente, ma anche dagli eventuali ritardi accumulati nel pagamento delle partite: la somma tra queste due grandezze è quindi il credito commerciale effettivamente concesso al cliente.

Il tempo di liquidazione delle fatture da parte delle PMI si è costantemente ridotto tra 2014 e primo semestre 2015: il calo dei giorni concordati e dei ritardi ha portato i giorni di pagamento nel secondo trimestre del 2015 a 73,6 giorni, il minimo dal 2012: rispetto al picco del quarto trimestre 2012, le PMI italiane pagano con oltre una settimana di anticipo i propri fornitori. Anche le grandi imprese hanno velocizzato i loro pagamenti, grazie a scadenze in fattura più brevi: nonostante il calo il divario con le PMI si amplia a 13,5 giorni, a causa sia di maggiori termini concordati (+6,6 giorni), sia di maggiori ritardi (+6,9 giorni).

I tempi di pagamento sono un dato fortemente correlato al settore di attività dell’impresa. Le costruzioni, che storicamente registrano i pagamenti più lenti verso i propri fornitori, per la prima volta nel secondo trimestre 2015 scendono al di sotto dei tre mesi di pagamento; più contenuta la riduzione dei tempi di liquidazione delle fatture nell’industria e nei servizi, mentre aumentano i giorni di pagamento delle PMI dell’agricoltura e delle utility.

Il rischio di credito delle PMI italiane

Cerved dispone di un’ampia gamma di score e di rating, valutazioni sintetiche del merito creditizio delle imprese, utilizzate per descrivere l’evoluzione del rischio delle PMI italiane.

I modelli statistici di Cerved prevedono il calcolo di valutazioni parziali riferite a singoli fattori di analisi, integrate in valutazioni congiunte, fino ad arrivare ad uno score integrato denominato Cerved Group Score (CGS), che rappresenta un giudizio del merito di credito dell’azienda e che tiene conto del contributo di tutte le valutazioni parziali.

Utilizzando gli score economico finanziari calcolati sui bilanci delle imprese, è stata valutata la solidità strutturale delle imprese, ovvero la capacità di generare flussi di cassa sufficienti a rimborsare i debiti contratti. Gli score sono stati poi raggruppati in tre aree di rischio (solvibilità, vulnerabilità e rischio).

Nel Rapporto Cerved PMI 2014 si evidenziava che, tra 2007 e 2012, la crisi aveva avuto un duplice effetto sulle PMI italiane: da un lato, aveva determinato un peggioramento del profilo di rischio delle imprese sopravvissute alla crisi e, dall’altro, aveva spinto al di fuori dal mercato soprattutto aziende già fragili prima della crisi. Il risultato era un sistema di PMI meno numeroso ma più solido. L’analisi degli score economico-finanziari osservati sulle 137 mila società che rientrano nella categoria di PMI nel 2013, indica che questo fenomeno è proseguito: la percentuale di imprese nell’area di rischio si è ridotta ulteriormente, ed in maniera consistente, passando dal 24,8% del 2007 al 22,7% del 2012 fino a scendere al 20,8% del 2013, favorita da una consistente riduzione del numero di PMI (-6,6 mila società).

ll fenomeno nuovo, e molto importante, è che per la prima volta dall’inizio della crisi si registra un aumento considerevole dell’area della solvibilità, che tra il 2012 e il 2013 passa dal 39,6% al 42,9%, mentre era rimasta pressoché costante tra il 2007 ed il 2012. In altri termini,  il profilo di rischio complessivo delle PMI migliora non solo perchè si riduce l’area di rischio, ma anche perchè aumenta in termini assoluti il numero di PMI solvibili. Il sistema di PMI è quindi più polarizzato: da una parte aziende che hanno subito i contraccolpi della crisi, si sono indebolite e uscite dal mercato (o comunque dal perimetro delle PMI), dall’altra le imprese che hanno reagito alla crisi e che si sono rafforzate.

I dati relativi a un ampio campione di società che hanno presentato un bilancio nel 2014, indicano che la tendenza è proseguita: tra il 2013 e il 2014 l’area di rischio rimane stabile al 20,3%, mentre l’area della solvibilità aumenta significativamente, passando dal 44,3% al 46,3%.

La tendenza al miglioramento ha riguardato tutte le fasce dimensionali e tutti i comparti produttivi, pur con intensità diverse. Tra il 2012 ed il 2013 è aumentata l’area della solvibilità e si è ridotta l’area di rischio per le imprese piccole, medie e grandi. Più marcata la tendenza per le medie imprese, in cui l’area di rischio si è ridotta di quasi due punti percentuali, e l’area della solvibilità è aumentata di oltre quattro punti percentuali.

I modelli di Cerved consentono la stima e la previsione dei tassi di ingresso in sofferenza delle imprese, calcolati sui dati di Banca d’Italia, espressi in numeri e in valore (rapporto tra l’ammontare delle nuove sofferenze e l’importo degli impieghi).

I dati mostrano che il tasso di ingresso in numeri ha toccato per le PMI un massimo nel 2014 (a 3,1%) ed è previsto in calo fino al 2017 (al 2,6%), a un livello comunque significativamente maggiore rispetto a quello pre-crisi. In termini di volumi, invece, un picco è stato raggiunto prima, nel 2013, mentre un miglioramento è stimato già per il 2014. Il tasso è costantemente maggiore di quello calcolato in numeri, con una forbice che si apre fino al 2013. Le previsioni indicano un netto rallentamento, con un tasso al 4,3% nel 2017, che comunque rimarrà a valore sensibilmente più elevati rispetto al periodo ante crisi.

Il Cerved Group Score offre la valutazione più completa del rischio di credito delle società italiane, integrando la componente sintetizzata dal Cebi-Score 4 con una componente comportamentale, che consente di intercettare le inversioni di tendenza nel ciclo economico.

Gli score attribuiti a un campione molto consistente di PMI[1], aggiornati a settembre 2015, sono stati  confrontati con le valutazioni emesse a settembre 2014 sullo stesso campione di imprese.

I dati evidenziano che il processo di polarizzazione, già evidenziato nel Rapporto PMI 2014, è proseguito nel corso del 2015: tra settembre 2015 e settembre 2014 è aumentata la presenza di PMI sia nell’area di rischio (dal 12,7% al 13,5%), sia nell’area della solvibilità (da 21,5% a 22,8%).

Questa tendenza alla polarizzazione, seppur con intensità e livelli di rischiosità diversi, è comune a tutte le fasce dimensionali.

I dati mostrano anche che, per la prima volta dal 2012, il numero di PMI con un upgrade del proprio CGS (28,7%) supera quello di società in downgrade (26,9%, mentre il 44,4% delle PMI mantiene la stessa classe di rischio dell’anno precedente).

Sono soprattutto le medie imprese, rispetto sia alle grandi imprese sia alle piccole, a mostrare i segnali più chiari di miglioramento e di inversione di tendenza: per le medie imprese il saldo tra miglioramenti e peggioramenti è del 3,1%%, contro l’1,5% delle piccole imprese e l’1,2% delle grandi.

[1]Il campione è costituito dalle PMI per cui è disponibile una valutazione del CGS a settembre 2015 e a settembre 2014.

L’evoluzione dei NPL

L’Italia è uno dei paesi in cui il volume di crediti deteriorati, o NPL, è cresciuto più rapidamente per effetto della lunga crisi economica.

I dati della Banca d’Italia indicano che la categoria di crediti deteriorati più difficile da trattare, le sofferenze, sono aumentate in modo consistente dall’inizio della crisi: in termini di sofferenze lorde, sono passate da circa 40 a 197 miliardi di euro, dal 2,3% del totale dei prestiti fino a superare il 10% a luglio 2015.

I dati relativi alle sofferenze rettificate indicano che l’aumento è stato molto significativo per tutte le categorie di clienti, anche se con intensità diverse. Per le famiglie consumatrici, le sofferenze sono più che triplicate tra fine 2008 e fine 2014, passando da 9,2 a 30 miliardi di euro. Per le famiglie produttrici (imprese individuali, società semplici, di fatto con meno di 5 addetti) il valore è quasi triplicato, passando da 5,5 a 14,4 miliardi di euro. Le sofferenze rettificate si sono impennate in misura ancora maggiore tra le società non finanziarie, per cui si registra una crescita di quasi cinque volte, da 26,7 a 131 miliardi di euro.

L’aumento dello stock è stato determinato in questi anni da una forte crescita delle sofferenze in ingresso, non compensata da un adeguato flusso di uscite dai bilanci bancari. L’evoluzione dei prossimi anni sarà influenzata proprio dall’andamento dei flussi in entrata nei bilanci bancari e di quelli in uscita.

L’andamento delle nuove sofferenze dipende da variabili economiche che influenzano la capacità dei clienti delle banche di onorare gli impegni presi. Cerved dispone di una suite di modelli statistici che permettono di stimare, con un ottimo grado di predittività, i tassi di ingresso in sofferenza per le diverse categorie di clientela delle banche in base a scenari macroeconomici di riferimento.

Lo scenario macroeconomico utilizzato da Cerved presuppone un consolidamento della ripresa dell’attività economica in atto nel 2015 per il biennio 2016-2017. Successivamente si è considerato lo scenario previsivo del FMI fino al 2020, che implica una crescita del prodotto interno lordo a ritmi dell’1,5% all’anno. In base a questo scenario si prevede una progressiva riduzione dei tassi di ingresso in sofferenza di tutte le categorie di clientela, che però rimarranno a livelli superiori rispetto a quelli pre-crisi. Anche a causa della ripresa del volume degli impieghi prevista durante l’esercizio di previsione, il volume di flussi di nuove sofferenze, benchè in calo, rimarrà su livelli storicamente elevati: si prevede quindi una lenta discesa, fino a raggiungere 28 miliardi nel 2020.

Il volume di sofferenze che escono dai bilanci bancari dipende in larga misura dai tempi di recupero dei crediti, che in Italia sono strettamente legati alla durata delle procedure concorsuali ed esecutive. Assumendo che il tasso di uscita sia costante e indipendente dall’età del prestito, è possibile modellizzare i tassi di uscita in base alla tempistica necessaria per recuperare quel credito. Ai fini dell’estinzione delle sofferenze sono state considerate le seguenti tempistiche:

Applicando questo set di ipotesi e osservazioni allo stock di sofferenze classificato in base alla natura della clientela, alla presenza o meno di garanzie e al taglio dei crediti erogati risulta una durata media delle sofferenze pari a 7,3 anni, che si alza a 7,8 anni per le società non finanziarie e si abbassa a circa 6 anni per famiglie produttrici e consumatrici.

In uno scenario fisiologico – con tempi che si mantengono costanti fino al 2020 – il tasso di estinzione, dopo aver toccato un minimo del 10% nel 2014, si manterrebbe intorno al 13% fino al 2020. A valori correnti, i flussi in uscita aumenterebbero lentamente fino alla fine dell’esercizio di stima, arrivando a raggiungere i 26 miliardi nel 2020.

I tempi della giustizia potrebbero però nei prossimi anni ridursi sensibilmente, per effetto delle recenti norme (L.135/2015) in materia di procedure concorsuali e di giustizia, che hanno impatti potenzialmente rilevanti sulla durata dei fallimenti, sul successo dei concordati preventivi e sulle procedure esecutive sui beni mobili e immobili. In base alle aspettative di un gruppo di operatori del mercato, ai quali Cerved, in collaborazione con Abi, ha sottoposto un questionario sulle attese di impatto della riforma, i tempi di estinzione delle sofferenze potrebbero ridursi di circa il 20%: in base alle stime, da 7,3 a 6 anni. Secondo questo scenario, il flusso di uscite si potrebbe incrementare tra 2016 e 2020 di circa 20 miliardi. Nel 2020, anno in cui si ipotizza il pieno impatto della riforma, il flusso di uscite sarebbe pari a 33 miliardi di euro (17% dello stock), 7 in più rispetto allo scenario fisiologico.

In base allo scenario fisiologico – basato su una ripresa moderata dell’economia italiana e sugli attuali tempi di recupero dei crediti – lo stock di sofferenze rettificate è atteso in decelerazione, ma in aumento a livelli assoluti fino al 2020, quando raggiungerebbe un picco di 209 miliardi (+17% rispetto al valore di fine 2014). Con la stessa dinamica, lo stock di sofferenze lorde aumenterebbe dai 184 miliardi di fine 2014 a 216 milliardi nel 2020. Se invece si considera l’impatto della riforma atteso dagli operatori di mercato, lo stock di sofferenze lorde inizierebbe a diminuire nel 2019 anche in termini assoluti, raggiungendo al termine dell’esercizio 197 miliardi.

Se le banche mantengono in bilancio le sofferenze fino alla loro naturale estinzione, lo stock è dunque destinato a rimanere a livelli elevati per lungo tempo, anche con ipotesi ottimistiche relative all’efficacia delle nuove norme sui tempi di recupero.

Per accelerare l’uscita delle sofferenze dai bilanci bancari è quindi necessario attivare il mercato dei NPL, che in Italia ha finora avuto una dimensione limitata, a causa dell’ampia forbice di prezzo esistente tra chi vende i crediti deteriorati, le banche, e i potenziali compratori, principalmente Fondi di investimento specializzati in NPL. Le banche, anche per effetto dell’Asset Quality Review, hanno fortemente ridotto la valutazione delle proprie sofferenze, che è passata dal 52% di fine 2012 al 43% di luglio 2015. Finora le valutazioni degli investitori sono state sensibilmente più basse: incidono tassi di sconto meno favorevoli (gli investitori si finanziano a tassi del 10-15% contro tassi del 2-5% al quale possono finanziarsi le banche) e asimmetrie informative, che spingono i potenziali compratori a valutazioni più prudenti sui tempi necessari per recuperare i crediti e sulle quote di realizzo.

In base ai tassi di recupero osservati da Cerved Credit Management, che con 13 miliardi di NPL in gestione è il principale servicer indipendente del mercato italiano, esiste tuttavia una forte eterogeneità tra diverse tipologie di crediti deteriorati: in alcuni casi la forbice di prezzo tra chi compra e chi vende è molto bassa o si annulla, anche grazie ad azioni di gestione pro-attiva da parte di operatori specializzati.

Promuovere in tempi brevi lo sviluppo del mercato dei NPL richiede una serie di condizioni aggiuntive al pacchetto di norme sulla giustizia recentemente varato che, pur fornendo un contributo rilevante, avrà bisogno di tempo per dispiegare pienamente i suoi effetti.

Una prima condizione che può favorire lo sviluppo del mercato dei NPL è coinvolgere nel mercato investitori istituzionali con un orizzonte di medio-lungo periodo e che possono finanziarsi a tassi di interesse simili a quelli delle banche, quali ad esempio i Fondi pensione. Una seconda condizione è l’innalzamento dei tassi di recupero attesi da chi compra i NPL: in questo senso la debolezza del mercato immobiliare ha costituito un forte freno all’investimento in crediti deteriorati e una ripresa del mercato darebbe un contributo decisivo. Un’altra direttrice che potrebbe favorire un più rapido smaltimento delle sofferenze è quella di ampliare i segmenti di mercato in cui la forbice di prezzo tra chi compra e chi vende è ridotta o annullata. In questo senso, tutte le azioni che riducono le asimmetrie informative possono effettivamente far innalzare le valutazioni degli investitori verso quelle di chi vende e ampliare la quota di sofferenze per cui è possibile effettuare delle compravendite. In questa cornice, l’ipotesi di una bad bank che contribuisca ad accresere la liquidità e fornisca forme di garanzia agli investitori istutuzionali potrebbe contribuire in modo determinante alla crescita del mercato dei NPL.