Le piccole e medie imprese in Italia

Sintesi dell’Executive Summary

Il Rapporto Cerved PMI è dedicato all’analisi dello stato di salute economico-finanziaria e del rischio di credito delle PMI italiane, per cui si adotta la definizione della Commissione Europea: sono PMI le aziende con meno di 250 addetti e con un fatturato inferiore a 50 milioni di euro (o con un attivo inferiore a 43 milioni), che non ricadono nella definizione di microimprese.

In particolare, il Rapporto analizza le società di capitale non finanziarie che soddisfano i requisiti definiti dalla Commissione Europea per le piccole e le medie imprese. Si tratta di un numero di società che, in base agli ultimi bilanci disponibili, si attesta a 143.542 unità, composto da circa 119 mila piccole imprese e circa 25 mila medie imprese. Il numero totale delle PMI italiane – considerando anche le forme giuridiche diverse dalle società di capitale, che non hanno l’obbligo di deposito del bilancio – è stimato attestarsi a circa 200 mila aziende.

In base agli ultimi dati disponibili, le PMI oggetto di analisi occupano nel complesso poco meno di 4 milioni di addetti, hanno realizzato un volume di fatturato complessivo pari a 851 miliardi di euro, un valore aggiunto di 183 miliardi (pari al 12% del valore del Pil) e complessivamente hanno contratto 271 miliardi di euro di debiti finanziari. Rispetto al complesso delle società di capitale non finanziarie, le PMI analizzate producono il 36% del fatturato, il 40% del valore aggiunto, hanno contratto il 30,8% dei debiti finanziari complessivi e impiegano il 48% degli addetti

I bilanci delle PMI

Sintesi del Capitolo 2

La lunga stagnazione che ha colpito l’economia italiana dalla seconda metà del 2008 ha avuto impatti fortemente negativi sui bilanci delle PMI.  Tra 2007 e 2013, il valore del fatturato delle PMI si è ridotto di 5,6 punti percentuali in termini nominali (16,7 punti in termini reali).

Le PMI hanno reagito alla debolezza della domanda e alla riduzione dei ricavi mettendo in atto politiche di contenimento dei costi, in modo da limitare gli effetti negativi sul valore aggiunto, che nel 2013 si è ridotto di 1,9 punti percentuali rispetto al valore del 2007. La riduzione del valore aggiunto ha avuto conseguenze sulla produttività delle PMI che, misurata come valore aggiunto per addetto, è passata da 50,8 mila euro a 47,6 mila euro, con un calo particolarmente marcato per le piccole imprese. I costi del lavoro per dipendente sono invece cresciuti, evidenziando una dinamica più moderata di quella dell’inflazione (+9,3 punti percentuali tra 2007 e 2013 contro +13,3%) ma insufficiente per compensare la caduta della produttività.

Ne hanno quindi risentito i margini lordi: rispetto al livello del 2007, si sono ridotti del 31,5%, con un calo che arriva al 37,5% tra le piccole imprese. La riduzione dei margini è stata drammatica per le PMI delle costruzioni, per cui il Mol si è più che dimezzato tra 2007 e 2013. Nello stesso periodo è quasi raddoppiato il numero di PMI che non riesce a generare margini lordi positivi, passato dal 7,7% al 13,9%, soprattutto per effetto del forte aumento di piccole imprese con un Mol negativo.

Le performance in termini di redditività complessiva (al netto dall’effetto delle imposte e delle componenti straordinarie) sono fortemente negative: è aumentato il numero di PMI che hanno chiuso l’esercizio in perdita e il ROE ante imposte si è ridotto di 8 punti percentuali tra 2007 e 2013, con andamenti che hanno penalizzato le società di minori dimensioni rispetto alle imprese medio-grandi. La scomposizione del ROE indica che quasi tutte le componenti elementari hanno contribuito alla forte caduta della redditività netta delle PMI. Le uniche eccezioni sono rappresentate dal rapporto tra valore aggiunto e fatturato – un indicatore che sintetizza l’efficienza delle imprese nell’acquisto di beni, materie prime e servizi esterni – dagli altri redditi e dai tassi di interesse.

Il rallentamento del credito erogato alle imprese ha seguito con un certo ritardo i primi segnali della crisi, iniziandosi a manifestare solo nell’ultima parte del 2008. Questo si riflette sui debiti finanziari nei bilanci delle PMI, cresciuti a ritmi elevati anche nel 2008 (+7%). Successivamente la dinamica è stata molto fiacca o in contrazione: nell’ultimo biennio i debiti finanziari si sono ridotti di 4,1 punti percentuali tra le PMI, mentre tra le grandi società si sono ridotti solo nel 2013 (-0,9%).

In una situazione di difficoltà di accesso al credito bancario, il sistema imprenditoriale ha fatto ricorso a fonti alternative di finanziamento. In particolare, per le PMI il capitale proprio è aumentato in misura considerevole, più di 30 punti percentuali tra 2007 e 2013. Quasi la metà di questo incremento è attribuibile ad effetti contabili e, in particolare, agli effetti del D.L 185/2008 (che ha concesso la facoltà di rivalutare gli immobili). Il resto dell’incremento, più di 16 punti percentuali, è attribuibile a immissioni di capitale da parte degli imprenditori, che sono anche stati incentivati da misure di premio fiscale (ACE). Rispetto al 2007, nel 2013 i debiti finanziari risultano pesare molto meno rispetto al capitale netto: il rapporto è passato dal 115,5% del 2007 al 90,4% del 2013. La riduzione è più evidente per le aziende di medie dimensioni rispetto a quelle di piccole dimensioni. Si riduce anche il numero di società fortemente sotto-capitalizzate, con un rapporto tra debiti e capitale proprio superiore al 200%.

Il crollo dei margini lordi tra 2007 e 2013 ha ridotto la capacità delle PMI di generare risorse per onorare i debiti contratti. Nel 2007 il complesso dei debiti finanziari era pari a 3,5 volte i margini lordi aggregati delle PMI; nel 2013 questo rapporto è aumentato fino a 4,4, soprattutto per il forte incremento osservato per le piccole imprese. L’andamento dei tassi di interesse, con un netto calo concentrato tra 2009 e 2010, ha determinato il miglioramento del rapporto tra oneri finanziari e Mol, uno degli indicatori più frequentemente utilizzati per sintetizzare il rischio di credito. Questo miglioramento non ha però riguardato le società che operano nelle costruzioni (per cui l’indice ha evidenziato un forte aumento dal 25% del 2007 al 33,6% del 2013) e le piccole imprese. Il calo del rapporto tra oneri finanziari e Mol è coinciso con una maggiore polarizzazione di questo indicatore: aumenta infatti a quasi un quarto delle PMI (21% nel 2007), la presenza di società per cui gli oneri finanziari erodono più della metà dei margini.

La demografia di impresa

Sintesi del Capitolo 3

La crisi ha ridotto fortemente le nascite di società di capitali e tra, le nate, si è ridotto fortemente il numero di imprese che in breve tempo riescono ad insediarsi sul mercato e a crescere.

In base alla metodologia sviluppata da Cerved, che permette di distinguere le ‘vere start up’ dalle iscrizioni di realtà economiche preesistenti (ad esempio perché il risultato di operazioni straordinarie) risulta che dal 2008, anno in cui l’Italia è entrata in recessione, il numero di nascite è costantemente diminuito fino al 2012, con la sola eccezione del 2010. Nel 2013 c’è stata un’inversione di tendenza, attribuibile al successo delle Srl semplificate, la nuova forma giuridica istituita dal Dl 1/2012: hanno scelto questa nuova veste giuridica 16mila imprenditori nel 2013 e quasi 14mila nei soli primi sei mesi del 2014. Nonostante il contributo positivo della nuova forma giuridica, il numero di ‘vere’ start up nel 2013 rimane al di sotto del livello del 2007, ultimo anno pre-crisi, in cui si contavano più di 81mila nuove imprese.

Diminuisce anche la quota di imprese che, a tre anni dalla nascita, produce ricavi ed é effettivamente sul mercato: il numero di società sopravvissute è aumentato fino al 2010 (nate nel 2007), per poi diminuire a quota 34mila nel 2012. Tre le imprese ancora operanti sul mercato, cala il numero di nuove società che riescono a crescere e a raggiungere le dimensioni di PMI: nel 2009 erano quasi 5mila le aziende che avevano raggiunto la piccola o media dimensione (il 6,9% delle nuove nate nel 2006), mentre nel 2012 solamente 3.544 (il 5% del totale delle ‘vere’ nate nel 2009). Determinante, ma in calo, il supporto delle banche al sostegno dei nuovi progetti imprenditoriali: l’11,2% delle società nate con finanziamenti bancari oltre i 20mila euro é riuscita a crescere e a diventare una PMI, rispetto al 5% osservato tra le imprese che ricevono finanziamenti minori o non ne ricevono affatto. Tuttavia é sceso il numero di imprese che nascono grazie al supporto bancario: nel 2012 le imprese finanziate sono state quasi 5mila, il 47% in meno del 2007.

Al calo delle iscrizioni si somma l’aumento consistente delle PMI espulse dal mercato: si tratta di società in dissesto finanziario, che hanno avviato procedure concorsuali, o di aziende con una bassa redditività attesa per le quali gli imprenditori hanno deciso volontariamente di liquidare l’attività. Dall’analisi svolta sulle 150mila PMI attive nel 2007 è possibile valutare quanto le diverse procedure abbiano pesato nel mondo delle piccole e medie imprese. Complessivamente, sono 31.505 le società che hanno aperto almeno una procedura concorsuale, pari al 21% del totale. La maggior parte delle PMI è uscita dal mercato volontariamente: tra il 2008 e la prima metà del 2014 23mila aziende hanno aperto una liquidazione volontaria (15% del totale). Sono 13mila le piccole e medie imprese che, nello stesso periodo, sono andate in default, pari all’8,7% del totale, mentre 5.470 hanno aperto una procedura concorsuale non fallimentare (3,6% delle PMI), di cui 4.369 hanno utilizzato il concordato preventivo (il 2,9% delle attive nel 2007).

Nonostante le difficoltà, esiste un gruppo di piccole e medie realtà che durante la crisi sono riuscite a crescere a ritmi sostenuti: sono state osservate 3.472 (il 3,4% delle PMI del 2007) ‘gazzelle’, imprese che tra 2007 e 2012 sono riuscite almeno a raddoppiare il proprio fatturato. Sono imprese maggiormente concentrate nel settore delle utilities, delle immobiliari, dei mezzi di trasporto e dei metalli e, geograficamente, nelle regioni del Sud, ad indicare l’esistenza di un potenziale di crescita anche nelle regioni del Mezzogiorno. Da un punto di vista di bilancio, le ‘gazzelle’ si differenziano dalle altre imprese per alcune caratteristiche: sono più giovani; fanno maggiori investimenti; hanno quote maggiori di immobilizzazioni immateriali rispetto all’attivo; dipendono meno dal capitale bancario ma presentano un grado di leva maggiore. Inoltre nel 2012 hanno raggiunto risultati migliori in tutti gli indicatori di bilancio, in particolare una maggiore redditività e una più alta produttività.

I pagamenti delle PMI

Sintesi del Capitolo 4

In Payline, database proprietario di Cerved, sono censite complessivamente oltre 54 milioni di esperienze contabili relative a 2,6 milioni di aziende italiane, cui corrisponde un’esposizione totale di quasi 80 miliardi di euro su base annua. Il grado di copertura sull’universo di PMI analizzate nel Rapporto è molto elevato: nel secondo trimestre del 2014, vengono monitorate circa 100 mila delle 143 mila PMI identificate in base ai bilanci 2012 (il 70% circa), con una copertura che aumenta al crescere della dimensione aziendale. I dati di Payline relativi alle abitudini di pagamento indicano che il miglioramento nella regolarità dei pagamenti delle PMI, in atto dalla seconda metà del 2013, si è interrotto nel secondo trimestre del 2014: tra marzo e giugno sono tornati ad aumentare i ritardi e i tempi medi di attesa per il pagamento delle fatture.

Il mancato pagamento di fatture emesse dai propri fornitori è un segnale forte che anticipa la  situazione di difficoltà di un’impresa. Alla fine di giugno 2014 le PMI monitorate in Payline dovevano saldare 2 milioni di fatture, tra quelle che entravano in scadenza nel secondo trimestre dell’anno e gli arretrati dei mesi precedenti, per un controvalore di 5 miliardi di euro. I dati indicano che, di quelle fatture, le PMI non ne hanno pagate 557 mila, per un valore di 1,1 miliardi (il 21,8% del valore totale). Il picco di mancati pagamenti è stato raggiunto nel primo trimestre del 2013, quando la percentuale ha raggiunto  il 25,8%, per poi gradualmente ridursi nei trimestri successivi. Tra 2013 e 2014 è migliorata soprattutto la situazione delle medie imprese che, con l’eccezione del primo trimestre 2013, hanno mostrato in tutto l’arco temporale considerato una quota di mancati pagamenti inferiore a quella delle piccole imprese.

Per ognuna delle fatture raccolte in Payline, è disponibile la data di scadenza concordata tra le parti e quindi i giorni di credito concessi dal fornitore, un’importante leva di gestione del capitale circolante aziendale. I dati indicano che nel periodo osservato si sono accorciati di circa tre giorni i tempi concessi alle PMI per il pagamento delle fatture, passando in media da 63,6 giorni del secondo trimestre 2012 a 60,1 del secondo trimestre 2013 e infine ai 60,7 giorni del secondo trimestre 2014. Nel corso di questi due anni si è spostata verso scadenze più brevi l’intera distribuzione dei giorni concordati dalle PMI, con un aumento soprattutto della percentuale di società che hanno impegni medi in fattura compresi tra 30 e 60 giorni. Di riflesso, si è registrato un forte calo della percentuale di imprese a cui sono concessi termini di pagamento superiori a 3 mesi. I dati indicano che a una maggiore dimensione aziendale sono associati termini concordati meno rigidi.

I ritardi con cui le PMI liquidano le fatture ai loro fornitori possono essere dovuti a situazioni di difficoltà finanziaria delle imprese, che non riescono a onorare gli impegni presi, ma possono anche riflettere precise strategie di gestione della liquidità, tese a migliorare la tesoreria facendo valere la propria forza negoziale anche dopo la definizione degli accordi presi con i fornitori. I dati di Payline indicano che dalla seconda metà del 2013 i ritardi medi delle PMI avevano iniziato a diminuire su base annua (rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente). Questo miglioramento si è però interrotto nel secondo trimestre del 2014: le PMI hanno accumulato 15,1 giorni di ritardo, 0,3 in più rispetto allo stesso periodo del 2013. Rispetto all’anno precedente è anche diminuita, di quasi 4 punti percentuali, la presenza di PMI puntuali ed è aumentata la presenza di aziende che in media sforano le scadenze per più di tre mesi.

Il tempo che intercorre tra la consegna della merce e la liquidazione delle fatture, il credito commerciale effettivamente concesso ai clienti, dipende non solo dalle scadenze pattuite tra le parti ma anche dagli eventuali ritardi che i fornitori devono attendere. Nel secondo trimestre del 2014 le PMI italiane hanno pagato i propri fornitori in media in circa due mesi e mezzo dalla data di emissione della fattura: poco più di due mesi sono stati i termini concessi come credito commerciale, mentre sono risultati di circa 15 giorni i ritardi medi accumulati rispetto alle scadenze pattuite. Dopo un periodo, iniziato nel 2013, in cui i tempi di attesa per il pagamento delle fatture erano risultati in calo, nel secondo trimestre del 2014 sono tornati a crescere rispetto all’anno precedente di quasi un giorno, a causa di un aumento sia delle scadenze (+0,6 giorni) che dei ritardi (+0,3 giorni).

Il rischio di credito delle PMI italiane

Sintesi del Capitolo 5

Cerved dispone di un’ampia gamma di score e di rating – valutazioni sintetiche del merito creditizio delle imprese, sviluppati mediante una suite di modelli statistici e il contributo di oltre 100 analisti – che in questo capitolo sono impiegati per descrivere l’evoluzione del rischio delle PMI italiane. Grazie a questo set di valutazioni, il rischio di credito delle PMI è analizzato distinguendo tra diversi segnali:

  1. lo score economico-finanziario, utilizzato per valutare l’impatto strutturale della crisi sui bilanci delle PMI italiane e come si presentano, complessivamente, le PMI nel 2007 e nel 2012;
  2. il Cebi-Score 4, che consente di descrivere e prevedere l’evoluzione della probabilità di ingresso a sofferenza delle PMI;
  3. il Cerved Group Rating o, dove non disponibile, il Cerved Group Score, l’indicatore di rischiosità più completo, che consente di analizzare le tendenze recenti e l’evoluzione del rischio di credito prospettico nell’ultimo anno

I bilanci letti con la lente dello score economico finanziario – distinguendo tra società rimaste sul mercato, nuove imprese e aziende espulse dal mercato – indicano che la crisi ha avuto un duplice effetto sul sistema delle PMI: da un lato, ha peggiorato il profilo economico finanziario delle società sopravvissute alla crisi, dall’altro, ha prodotto un intenso processo di selezione che ha spinto fuori dal mercato un numero consistente di aziende, soprattutto quelle già fragili nel 2007.

Per effetto di questi due fenomeni, le PMI, pur riducendosi in numero, risultano nel 2012 con un profilo di rischio leggermente migliore rispetto a quello osservato prima della crisi. I dati indicano infatti che tra 2007 e 2012 il numero di PMI si è ridotto di 6.389 unità, con una perdita in larga parte attribuibile al calo di PMI rischiose (-5.173 unità).

La generale tenuta del sistema è caratterizzata da una diminuzione di società che rientrano nell’area di rischio in termini relativi e assoluti, dall’aumento in termini relativi e assoluti di società nell’area di vulnerabilità e dalla riduzione del numero di società più solide (e la sostanziale stabilità in termini relativi). Il Cebi-score 4 rappresenta una misura della probabilità di default delle aziende, basata sullo score economico-finanziario e su una componente sistemica, che consente di catturare la rischiosità legata al contesto economico. Grazie a questo score, Cerved stima con un buon grado di accuratezza il tasso di ingresso in sofferenza della Banca d’Italia, il rapporto tra numero di imprese con posizioni in sofferenza verso il sistema bancario in un determinato periodo e l’insieme delle aziende affidate.

Secondo i dati della Banca d’Italia, il tasso di ingresso in sofferenza delle società non finanziarie si è impennato tra 2008 e 2009, a seguito della prima recessione che ha colpito l’economia italiana. Successivamente, i tassi hanno fatto registrare una lieve flessione in corrispondenza della timida ripresa del 2010 e del 2011, per poi tornare a crescere e superare la soglia del 3% nel 2012 quando le aziende, già indebolite dalla prima recessione, hanno dovuto affrontare una seconda fase di crisi, tuttora in corso. Il tasso di ingresso a sofferenza stimato per le PMI risulta inferiore rispetto a quello complessivo – che risente del forte peso delle microaziende – ed in aumento di un punto percentuale tra 2008 e 2009, in calo nel 2010 e nel 2011, e tornato a crescere negli anni successivi fino a toccare un picco del 2,9% alla fine del 2013. Nell’anno in corso e nel successivo biennio, il tasso è previsto in ulteriore aumento, a un massimo del 3,1%.

L’analisi sui livelli di dipendenza bancaria delle PMI all’origine della crisi evidenzia non solo che al crescere della quota di debiti bancari sull’attivo aumenta la probabilità di default delle aziende, ma anche che negli anni della crisi è aumentato molto il differenziale di rischiosità tra società più o meno dipendenti dalle banche.

Il Cerved Group Rating e, dove non disponibile, il Cerved Group Score offrono la valutazione più completa del rischio di credito delle società italiane, integrando la componente economico-finanziaria sintetizzata dal Cebi-score 4 con una componente comportamentale e, nel caso del CGR, con ulteriori informazioni acquisite sulla società valutata e con il giudizio degli analisti. La componente comportamentale, intercettando e decodificando i segnali più recenti provenienti dal mercato, fornisce un’eccellente misura del rischio di credito di un’azienda, inteso come probabilità di onorare gli impegni finanziari assunti.

Il CGR è quindi la valutazione migliore disponibile per capire le tendenze a breve della rischiosità delle PMI. Sono stati considerati i rating (o gli score per le società che non sono state valutate dagli analisti di Cerved) attribuiti a un campione molto consistente di PMI1, aggiornati a settembre 2014 e confrontati con le valutazioni di settembre 2013 dello stesso campione.

I dati mostrano nel corso dell’ultimo anno un lieve peggioramento della distribuzione per classi di rischio, che coincide con una maggiore polarizzazione verso le classi estreme: diminuisce infatti la percentuale di PMI nelle classi centrali (di solvibilità e vulnerabilità, dalla S4 alla V2), mentre sono in aumento le imprese con le valutazioni migliori e peggiori.

Con il perdurare di domanda stagnante e di scarsa disponibilità del credito, le PMI italiane continueranno a soffrire e l’ondata di uscite dal mercato osservata negli ultimi anni non si arresterà. In base all’ultima fotografia effettuata sul Cerved Group Rating (o Cerved Group Score per le società per cui non è stato emesso un rating), esistono 24 mila società ad alto rischio che potrebbero entrare in default nei prossimi mesi e che sono esposte per 71 miliardi di euro verso il sistema finanziario.

Solo un miglioramento del quadro macroeconomico, caratterizzato dalla ripresa della domanda aggregata e dal superamento del credit crunch, potrebbe far ripartire il sistema delle PMI e l’economia italiana. Quando ciò avvenisse, esiste un nutrito gruppo di PMI con bilanci solidi, pronte ad investire e in grado di agganciare la ripresa.

1 Si considerano le società che al momento dell’elaborazione dei dati hanno già depositato il bilancio del 2013, circa l’80% dell-’intero campione delle PMI.

I minibond e i rating pubblici

Sintesi della Monografia

La crisi finanziaria e il “credit crunch” bancario hanno rafforzato l’esigenza di accrescere e diversificare le fonti di finanziamento a cui hanno accesso le PMI italiane, storicamente troppo dipendenti dal credito bancario.

Una serie di recenti innovazioni legislative hanno rimosso gran parte dei disincentivi e delle limitazioni legali all’emissione di titoli di debito da parte delle società non quotate, dando vita a quello che è stato definito il mercato dei ‘mini-bond’.

Fino al 20 settembre 2014 sono stati emessi 70 mini-bond per un controvalore che supera i 4 miliardi di euro. È interessante osservare che le PMI hanno giocato un ruolo marginale: si contano solo 34 emissioni realizzate da 29 PMI, per un valore totale di 226 milioni di euro.

Non sorprendentemente, le emittenti si caratterizzano per una storia di crescita passata, per una maggiore redditività, più debiti e per un volume di investimenti significativamente maggiore rispetto al resto delle aziende. Da un’analisi sulle performance dell’universo di società italiane, esiste un ampio bacino di PMI (circa 2.500) con fondamentali di bilancio paragonabili o migliori delle imprese che hanno già emesso un mini-bond.

La creazione di un sistema di rating espressamente rivolto alle PMI italiane, che le aiuti a trarre vantaggi da una miglior reputazione creditizia, può contribuire a superare questo ostacolo. L’esperienza del primo anno di Cerved Rating Agency indica che il rating può rappresentare l’inizio di questo percorso. In meno di un anno di attività, si contano infatti già un centinaio di rating richiesti da PMI o da società non quotate (un numero superiore a quello di mini-bond emessi), di cui solo il 7% finalizzato all’emissione di obbligazioni. Le aziende hanno richiesto un rating soprattutto per rafforzare la propria reputazione e migliorare le condizioni creditizie nei canali tradizionali del credito: hanno quindi deciso di dare più trasparenza alla propria attività, prodotto una documentazione utile per un successivo dialogo con gli investitori, acquisito consapevolezza di come possono essere giudicate dal mercato dei capitali nel caso di una successiva emissione di mini-bond.