Il report “Le donne ai vertici delle imprese, 2020”, realizzato da Cerved e Fondazione Marisa Bellisario in collaborazione con Inps, si propone di analizzare l’evoluzione della presenza femminile ai vertici delle società quotate e partecipate, e in particolare di valutare se le norme sulla parità di genere abbiano avuto degli ‘effetti a cascata’ sulle imprese italiane, sia in termini di rispetto delle nuove disposizioni, sia in termini di riflessi su altre dimensioni del gender gap all’interno delle imprese.

La legge Golfo-Mosca sulla parità di genere nei CdA delle società quotate e il DPR 251/2012 sulla rappresentanza nelle controllate pubbliche hanno previsto che nei Cda e nei Consigli di sorveglianza di queste società debba essere riservata una quota minima di almeno un terzo dei componenti al genere meno rappresentato.

I dati di Cerved sulla rappresentanza femminile negli organi delle società quotate e partecipate evidenziano il successo delle nuove norme in termini di compliance, evidenziato da un aumento della presenza di donne nei board e nei collegi sindacali delle società sottoposte ai nuovi obblighi.

Nel 2019 sono donne il 36,3% dei componenti dei board delle società quotate, un dato mediamente in linea rispetto alle soglie introdotte dalla legge e in netta crescita rispetto alle percentuali precedenti al primo rinnovo. Le controllate pubbliche presentano una quota di rappresentanza femminile nei Cda lievemente più bassa (28,4%) e incrementi meno consistenti rispetto alle quotate, mentre la percentuale di donne nei board nelle aziende non soggette alla legge Golfo-Mosca è decisamente più bassa (17,7%) e mostra un trend piuttosto statico.

Un’analisi più attenta dei dati indica, tuttavia, che la mera compliance alle norme sulle quote di genere non si è ancora riflessa in cambiamenti profondi nel nostro sistema economico. In questa prospettiva, è interessante notare che, nella maggioranza dei casi, il numero di donne nei board risulta essere il minimo necessario previsto dalla legge, che richiede una approssimazione per eccesso della quota femminile (ad esempio, in un board composto da 5 elementi, 2 devono essere donne ossia il 40%). Considerando la presenza femminile all’interno dei CdA, solo in 31 aziende (13,9% del totale delle quotate) il numero di donne supera di almeno un’unità quanto previsto dalla norma; parallelamente, in 58 casi (26%) la presenza di sindaci donna è superiore di almeno un’unità alla soglia.

Nello stesso tempo, sono ancora molto poche le donne che occupano le posizioni di maggiore rilievo all’interno del CdA, con solo il 6,3% di AD e il 10,7% di presidenti donna nel 2019, quote che sono molto distanti da quelle imposte per legge nei consigli.

I dati che Cerved elabora per il Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri mostrano una situazione analoga per le participate pubbliche.

Dal 2014 al 2019 il numero di donne nei Consigli d’amministrazione e nei collegi sindacali (gli organi oggetto delle norme) è aumentato di quasi 3 mila unità (da 2.180 a quasi 5 mila) passando, in termini relativi, dal 14,3% al 32,5%. Nello stesso tempo è però fortemente aumentato il numero di controllate pubbliche con Amministratore unico (da 1.153 unità del 2014 a 1.533 del 2019), che non hanno obblighi di parità di genere e che presentano una quota di rappresentanza femminile ben al di sotto della soglia di un terzo prevista nel caso dei board (12,6% nel 2019).

Le ‘quote rosa’ hanno quindi prodotto un forte innalzamento della presenza di donne nei board delle quotate e delle partecipate pubbliche. Sono state sufficienti per rompere il “soffitto di cristallo” che impedisce alle donne di occupare le posizioni di vertice e di ridurre i divari salariali con i colleghi uomini? Hanno generato un effetto a cascata, sulle imprese non soggette a questi obblighi?

Attraverso un ricco dataset che ha combinato le informazioni sulla composizione dei CdA di fonte Cerved con i dati di imprese e lavoratori forniti da INPS all’interno del programma VisitINPS, nel Rapporto si sono confrontati gli andamenti delle quotate e di un campione gemello di imprese non quotate, proprio per dare risposta a queste domande.

In base ad analisi su diverse misure differenziali di genere nella forza lavoro all’interno delle imprese, i dati indicano che l’incremento della quota di donne nel CdA non si è tradotto in una crescita della rappresentanza femminile nelle posizioni apicali o tra le occupazioni a più elevato reddito, né ha promosso una maggiore presenza di donne nelle società non quotate. Sia in relazione alla presenza di donne manager, che nelle statistiche sulla partecipazione femminile, sull’utilizzo del part-time, sulle assunzioni e separazioni dall’azienda non emerge, infatti, alcuna significativa variazione nel gap tra imprese quotate e non quotate che possa dare indicazione di un qualche effetto delle quote di genere sulla presenza di donne manager.

È necessario indagare sulle ragioni di questo mancato ‘effetto a cascata’, per individuare soluzioni efficaci per favorire una crescita dell’economia italiana attraverso una maggiore partecipazione delle donne nell’economia.