Le performance delle PMI esportatrici sono state in questi anni più brillanti in termini di crescita, di competitività, di redditività e di capacità di generare cassa, inoltre risultano meno rischiose. Questo è quanto emerge dal Rapporto Cerved PMI 2018.

Grazie a uno score di propensione ai mercati esteri che SpazioDati – società di Cerved specializzata in big data e semantic analysis – ha realizzato con strumenti di intelligenza artificiale, è possibile misurare le performance delle PMI in base al loro grado di apertura ai mercati internazionali (1)

Nell’ambito dell’ampio campione di PMI cui è stato attribuito lo score, sono state individuate quattro classi:

  • le società per cui l’apertura ai mercati estera è certa (esistono fonti ufficiali che lo attestano) o
  • molto probabile (il 54% del campione, classe certain o very high),
  • quelle con ‘alta’ propensione (16% high),
  • le società con propensione ‘media’ (14%),
  • quelle con propensione ‘bassa’ o ‘minima’ (16%).

La dinamica dei valori aggiunti indica che gli effetti della recessione del 2009 sono stati molto più intensi per le PMI con maggiore vocazione internazionale (-8,4% a fronte di una media di -2,4% nelle altre classi). Negli anni successivi le PMI esportatrici hanno però evidenziato una dinamica molto più brillante, con una crescita cumulata di 22 punti percentuali tra 2010 e 2017, circa 17 punti in più rispetto alle PMI chiuse ai mercati esteri.

Ancora più evidente il divario in termini di competitività: il costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP) nelle imprese, le quali molto probabilmente non hanno rapporti con l’estero, arriva al 72,7%, livello molto elevato se confrontato con quello delle PMI esportatrici (64,3%). Queste differenze riflettono divari consistenti in termini di produttività, che cresce al crescere del grado di apertura internazionale.

La maggiore dinamicità e produttività del lavoro si accompagnano con una maggiore capacità di generare flussi di cassa: anche in questo caso si distinguono le imprese del primo cluster, ossia più esportatrici, mentre gli altri cluster hanno livelli e dinamiche abbastanza simili, con una differenza pari a un punto percentuale fra i due gruppi (7,4% contro 6,4%).

La presenza sui mercati internazionali viene premiata anche dal sistema bancario: le PMI esportatrici pagano tassi di interesse inferiori sul denaro preso in prestito, con differenze pari a 0,8 punti percentuali nel 2017. Il gap in termini di oneri finanziari rapportati al MOL è evidente fra il cluster di imprese più aperte all’estero e gli altri, mentre le differenze si riducono in maniera significativa al diminuire della propensione all’export.

(1)Nel set di informazioni ufficiali disponibili in Italia sulle imprese, mancano dati ufficiali e completi relativi alle esportazioni. In nota integrativa esistono dei campi relativi ai ricavi per area geografica, ma non sono vincolanti per chi redige i bilanci. Queste informazioni incomplete sono state utilizzate da SpazioDati come training set per un modello machine learning, che utilizzando fonti eterogenee – tra cui Italiancom, legal entity identifier, informazioni tratte dai siti ufficiali delle imprese (contenuti in più lingue, uffici internazionali, ecc.) – assegna alle imprese italiane uno score che stima la propensione dell’azienda ad operare sui mercati internazionali. Lo score è calcolato per le imprese che soddisfano alcune condizioni (almeno 2 addetti e 10 mila euro di ricavi, presenza di un sito web).


Anche le performance in termini di redditività evidenziano una forte correlazione con il grado di apertura internazionale. Nel 2017 il ROE ante imposte e componenti straordinarie per le imprese con maggiore vocazione internazionale si attesta al 13,9%, con un divario superiore di 4 punti percentuali rispetto alle aziende che operano solo in ambito nazionale, ferme al 9,6%. Il divario era di soli 0,7 punti nel 2009, con tutti i cluster appaiati intorno all’8%.

 

Meno rischiose le PMI esportatrici

Un’analisi condotta incrociando i valori del Cerved Group Score con lo score costruito da SpazioDati sulla vocazione internazionale delle imprese, indica che anche in termini di rischio le performance delle PMI esportatrici sono decisamente migliori rispetto alle PMI che operano esclusivamente sul mercato interno.

Coerentemente con le aspettative, esiste un chiaro legame tra propensione all’export e il grado di affidabilità delle imprese: le società con propensione all’export elevata sono anche imprese più strutturate, e quindi fisiologicamente più forti. Contemporaneamente, la capacità di esportare ne favorisce la crescita e lo sviluppo.

Nel complesso delle PMI questo fenomeno è molto chiaro: la percentuale di imprese nell’area della sicurezza passa dal 27,7% per le PMI con uno score di propensione all’export pari a ‘minimum/low’ e cresce progressivamente fino ad arrivare al 45,8% per le imprese di respiro internazionale, con valori dello score pari a ‘very high/certain’. Parallelamente, si riduce marginalmente l’area di rischio, il cui peso passa dall’8,2% (score minimum/low) al 6,1% (score very high/certain). È interessante notare l’asimmetria del rapporto fra esportazioni e rischio nelle classi estreme di sicurezza e rischio: se da una parte è molto più probabile che un’impresa esportatrice sia nell’area sicurezza, l’assenza di dimensione internazionale si traduce in maniera meno marcata in un livello di rischiosità elevato.

Questi risultati non dipendono esclusivamente dalla maggiore taglia delle PMI esportatrici: anche a parità di dimensione, si osserva una maggiore presenza di società sicure tra quelle più aperte agli scambi con l’estero. Le differenze sono molto evidenti nel caso delle medie imprese: all’aumentare della vocazione internazionale la percentuale di imprese nell’area della sicurezza passa infatti dal 29,1% al 49,6%, e si riduce specularmente dal 9,1% al 5,9% la percentuale di imprese nell’area di rischio.

Lo score di vocazione all’estero definito da SpazioDati non riguarda le sole imprese manifatturiere che esportano, ma anche società che operano in altri settori come quello dei servizi: in questi casi l’indice cattura l’eventuale presenza di uffici all’estero o la possibilità di fornire servizi fuori dall’Italia con servizi di e-commerce. La distribuzione per Cerved Group Score conferma, per tutti i settori esaminati, che le PMI caratterizzate da una maggiore vocazione internazionale sono più solide, con una maggiore quota di società in area di sicurezza e una minor presenza in quella di rischio. Addirittura, tra le imprese del terziario che operano con l’estero, la presenza di società rischiose è la più bassa in tutti i segmenti analizzati. Ciò riflette probabilmente il fatto che la proiezione internazionale è per sua natura meno diffusa nei servizi che nell’industria, cosicché in questo settore l’internazionalizzazione rappresenta un segnale particolarmente forte di qualità.