PMI italiane, motore portante dell’economia italiana e all’insegna della crescita positiva. A raccontarlo più nel dettaglio gli analisti della quinta edizione del Rapporto Cerved PMI 2018, presentato giovedì scorso all’evento Osservitalia tenutosi in Piazza Affari a Milano. Gli esperti di Cerved hanno condiviso con il fitto pubblico i dati che confermano la salute economico finanziaria delle piccole e medie imprese nazionali. Stiamo parlando di quasi 150mila aziende (123.495 piccole imprese e 25.036 medie imprese) che hanno recuperato livelli di redditività elevati, movimentando un giro di affari di 886 miliardi di euro, con un valore aggiunto di 212 miliardi, pari al 12,6% del Pil.

«Le PMI italiane in questi ultimi dodici mesi hanno proseguito a rafforzare tutti gli indici che sintetizzano la sostenibilità dei loro debiti finanziari , oggi ben più equilibrati rispetto a un decennio fa – ha annunciato in apertura di Osservitalia Andrea Mignanelli, Amministratore Delegato di Cerved Credit Management Group -. Il leit motive della nostra ricerca quest’anno è la parola crescita. Non solo il numero delle PMI è aumentato di 3mila unità, pari a un + 2,9%, ma il quadro che ricaviamo dai dati è davvero robusto: le Pmi italiane crescono e lo fanno in maniera sana, investendo in maniera crescente, confermandosi un asset importante del sistema Paese. Un asset che va protetto. Vero è che in questi mesi sono successe tante cose, dall’Industria 4.0 che ha incentivato gli investimenti e favorito l’innovazione e lo sviluppo, alla crescita delle esportazioni, all’innalzamento dello spread. In che modo le Pmi italiane stanno affrontando il cambiamento? Il Rapporto Cerved 2018, risponde con un approccio data-driven, per raccontare non solo cosa è successo nel corso dell’ultimo anno ma anche cosa si profila all’orizzonte, in termini di rischi ma anche di opportunità».

Pmi italiane dalle performance eccellenti

Come dettagliato nel Rapporto, presentato a Osservitalia, nel 2017 la dinamica congiunturale ha evidenziato un’accelerazione di cui le PMI hanno beneficiato in misura maggiore rispetto alle grandi imprese: rispetto al 2016, i ricavi sono aumentati a tassi più che raddoppiati (+5,3%). I risultati più brillanti? Si sono registrati nell’ambito industriale, che ha messo a segno un +5,7%. In calo anche il numero dei fallimenti, mentre aumentano di contro le liquidazioni volontarie.

«Il 2017 è stato un anno veramente eccezionale per le Pmi, che sono cresciute per numerosità e redditività – ha riassunto Fabiano Schivardi, Professor of Economics Luiss University e Responsabile Scientifico del Rapporto Cerved Pmi -. A guidare la ripresa, dicono le statistiche, le PMI con maggiore vocazione internazionale. I umeri confermano come sia proseguita la forte crescita di nuove società di capitale, nell’ordine delle 97mila unità, a cui ha contribuito l’introduzione delle Srl semplificate che ha fatto aumentare il numero di nuovi imprenditori. Anche il numero delle newco che realizzano ricavi a un anno dalla nascita è aumentato, raggiungendo le 43.574 unità. Le PMI italiane hanno innalzato la redditività operativa (ROA) al 4,9%, un indice di sette decimi maggiore rispetto a quello delle grandi imprese. Stiamo parlando di 148.531 società in cui lavorano in totale 2,2 milioni di persone».

Per il terzo anno consecutivo il rapporto tra oneri e debiti finanziari è sceso, passando dal 3,9% al 3,5% tra il 2016 e il 2017. Questo anche in forza del fatto che le PMI hanno continuato a beneficiare nel corso del 2017 della politica monetaria espansiva della BCE, potendo godere di minori costi per i servizi di debito.

«La competitività delle PMI italiane – ha proseguito Schivardi a Osservitalia-, di cui un parametro misurabile il rapporto tra valore aggiunto e costo del lavoro, è reale e concreta. Nonostante l’aumento dei costi per il personale, nel 2017 il valore aggiunto del comparto è cresciuto di un +4,5% così come è proseguito il recupero della redditività lorda, aumentata del 3,6% rispetto all’anno precedente. Anche la generazione di cassa si è attestata a livelli eccellenti, con un cashflow oltre i livelli pre-crisi. La diminuzione dei tassi di interesse ha fatto sì che oggi le PMI siano meno indebitate, il che ha permesso a molte aziende di crescere di più. Le analisi ci dicono che gli imprenditori hanno messo più soldi e molti hanno deciso di accollarsi più rischi. Un altro dato importante che emerge dalla ricerca, infatti, è la dinamica molto positiva del turn over, che esprime la capacità di generare fatturato sfruttando le risorse a propria disposizione, il che agevola l’innovazione, permettendo di sperimentare. Ma nel 2018 si notano alcuni segnali di rallentamento».

Ma ci sono alcune incertezze all’orizzonte

Schivardi riassume a Osservitalia i punti di attenzione che non vanno persi di vista a partire dall’aumento delle liquidazioni volontarie, che riflette aspettative di profitto meno ottimistiche da parte degli imprenditori. Un altro elemento da valutare è il tasso di natalità che ha evidenziato una netta frenata tra il 2017 (+8,2%) e la prima metà del 2018 (+ 1,3%).

L’esperto illustra a Osservitalia un quadro macroeconomico dominato dall’incertezza. A livello internazionale si cita l’evoluzione della politica commerciale statunitense e i suoi riflessi sull’economia mondiale, le turbolenze finanziarie di Turchia e Argentina, il rallentamento del ciclo economico, il graduale rialzo dei tassi della Federal Reserve e le incognite associate alle elezioni europee. A livello nazionale vanno considerati i timori per la tenuta dei conti pubblici, la politica economica basata sul deficit di bilancio con deviazione dagli impegni con la UE così come le decisioni governative in merito al reddito di cittadinanza, alla flex tax per le piccole imprese e gli artigiani o alle decisioni in merito al rilancio degli investimenti pubblici che concorrono all’innalzamento dello Spread.

Evoluzione del rischio, strumenti di credibility e resilienza delle PMI

«Oltre all’innalzamento dello spread e quindi del potenziale rischio d’impresa – ha precisato Valerio Momoni, direttore Marketing & Sviluppo Prodotti Cerved -, ci sono altri dati oggettivi che indicano qualche nuvola grigia all’orizzonte. Ad esempio, dagli ultimi mesi del 2017 sono tornati ad aumentare i mancati pagamenti delle imprese nelle transazioni commerciali, un fenomeno che è proseguito nei primi mesi del 2018 (non succedeva dal 2012). Un altro punto critico è che, dopo aver raggiunto un minimo durante il 2017, sono tornati ad aumentare i giorni medi di ritardo nei pagamenti delle PMI italiane, attestatisi a 10,8 giorni a metà del 2018. Pur rimanendo a livelli storicamente bassi, sono comunque segnali che devono accendere il radar dell’attenzione. In questa edizione per capire meglio abbiamo voluto allargare lo spettro dell’analisi e utilizzare i dati a nostra disposizione per capire l’evolutiva. Oggi esistono tantissime aziende veramente meritevoli, la cui crescita è frenata, per vari motivi, dalla mancanza di credito da parte delle banche. Le nostre analisi ci dicono che nel 2017 circa 57mila PMI hanno operato senza far ricorso al capitale bancario, ancora in aumento rispetto all’anno precedente (+1000) e, soprattutto, al 2012 (+6mila – +32%). Anche dopo la fine del credit crunch le banche continuano a selezionare con maggiore attenzione le controparti. I dati aiutano a portare chiarezza e a favorire quell’innesto di capitale terzo che potrebbe fare la differenza.  Grazie alla marketing intelligence e a strumenti di credibility evoluti, infatti, è possibile portare maggiore trasparenza sul mercato, da un lato garantendo agli investitori la bontà delle loro scelte e, dall’altro, permettendo alle PMI di dimostrare il loro valore e la loro affidabilità. I nostri score economico finanziari, calcolati sulla base delle variabili di bilancio misurano la solidità strutturale delle Pmi italiane, evidenziando la loro capacità di generare flussi di cassa sufficienti per rimborsare i debiti contratti, acquisendo profili di rischio più solidi. Va ricordato, infatti, come anche nel 2017 il capitale netto delle PMI sia cresciuto più di debiti ed oneri, che continuano a pesare meno rispetto alla redditività lorda: guardando la progressione, nel 2014 era il 18,8%, nel 2015 il 16%, nel 2016 il 13,2% e nel 2017 il 12,1%. Un calo che ha riguardato tutte le fasce dimensionali e tutti i settori dell’economia. I nostri score ci dicono che circa due terzi delle PMI italiane è caratterizzata da una ridotta probabilità di default. Da un lato aumenta l’area di sicurezza, si riduce la quota di PMI in area di vulnerabilità e, dall’altra, aumenta lievemente la quota di PMI in area di rischio tra le piccole imprese, non tra le medie. Secondo le nostre previsioni, il tasso di ingresso in sofferenza previsto nei prossimi anni sarà in calo. I dati ci dicono anche che il sistema di PMI, in caso di rialzo dei tassi, oggi è più resiliente: il numero di PMI in difficoltà rimarrebbe ben al di sotto dei livelli del 2012».

Una simulazione condotta da Cerved sui dati di bilancio indica che, a parità di tutte le altre condizioni, a ogni aumento di 100 punti base del costo del debito delle Pmi corrisponde un calo del ROE (Return on common equity, l’indice di redditività del capitale proprio) di circa un punto percentuale. Gli effetti sulle imprese non sarebbero omogenei: un aumento dei tassi di interesse peserebbe in misura maggiore sulle piccole società, per cui si stima un effetto sul ROE di 5,7 punti percentuali in caso di crescita di 500 basis points.

Iniezione di capitale nelle PMI familiari ad alto potenziale di crescita

Nel Rapporto Cerved 2018, presentato a Osservitalia, oggi risultano circa 80mila piccole e medie imprese con un profilo finanziario solido: +24mila rispetto al 2012. Come sottolineano gli analisti, a dispetto del loro merito creditizio e della loro solvibilità, oltre una PMI su tre non fa ricorso al credito bancario (32%) e l’autofinanziamento non libera il loro potenziale di crescita che, se pienamente sfruttato, potrebbe avere un impatto  consistente sull’economia italiana.

«Dietro al fenomeno sussistono diversi motivi economici e culturali – ha commentato a Osservitalia Guido Romano, Responsabile Ufficio Studi Cerved -. Le statistiche indicano che la dimensione del private equity e della borsa sono in Italia molto ridotte. Dietro a questa riluttanza, la presenza diffusa di imprese familiari orientate a mantenere il controllo della società nel lungo periodo e con meno assunzioni del rischio, a discapito di redditività e crescita. Abbiamo applicato algoritmi di big data all’enorme business network che Cerved ha mappato in Graph4You che, ricostruendo le relazioni e le connessioni, ci hanno permesso di mappare il capitalismo relazionale italiano, evidenziando il ruolo delle famiglie nelle strutture proprietarie e di governo delle imprese. Le informazioni in nostro possesso ci dicono che sono 100mila le PMI italiane in cui una famiglia esercita il controllo, in molti casi senza l’apporto di soci o di componenti del CdA esterni alla famiglia. In virtù dei nostri strumenti di rating e di valutazione del merito creditizio abbiamo individuato circa 5mila società con performance finanziarie eccellenti, che potrebbero avvantaggiarsi di iniezioni di equity tramite fondi (4.386) o attraverso la quotazione (699). Quasi 7 aziende su 10 (3.340) sono imprese in cui una famiglia esercita il controllo, in molti casi (1.625) completamente chiuse sia in termini di proprietà (la famiglia detiene il 100% del voto) sia di governo (tutti gli amministratori appartengono alla famiglia). La presenza di imprese familiari risulta particolarmente alta tra le società che potrebbero rientrare tra i target dei fondi mentre è più bassa, ma comunque consistente, tra le PMI quotabili. A tutto questo va aggiunta un’altra considerazione: molte PMI sono vicine al ricambio generazionale il che porterà senz’altro a un rinnovamento culturale ma anche organizzativo».

 

Secondo i calcoli degli analisti Cerved, se le 4.386 PMI eligible per un fondo di private equity fossero acquisite e se raggiungessero una dimensione paragonabile a quella media delle società oggi nel portafoglio dei fondi si potrebbe ricavare una crescita complessiva del valore aggiunto prodotto pari a 40 miliardi di euro, pari al 2,4% del Prodotto Interno Lordo. Un impatto inferiore, ma comunque molto consistente, potrebbe essere generato dalla quotazione delle 699 PMI con un indice di quotabilità superiore a 90: se arrivassero alla dimensione media delle società quotate, infatti, il loro valore aggiunto potrebbe crescere fino a 21 miliardi, pari all’1,3% in termini di PIL. In sintesi, le iniezioni di capitale terzo nelle PMI italiane eligible nel medio periodo, potrebbe avere un impatto potenziale complessivo pari a 4 punti percentuali del PIL, con una stima occupazionale pari a circa un milione di posti di lavoro in più. Nell’era dell’economia data driven, questo potenziale di crescita delle PMI dimostra un capitale importante, tutto da esplorare.

«I numeri sono importanti per capire la situazione – ha ribadito a Osservitalia Corrado Passera , Presidente Esecutivo di SPAXS -: rispetto al 2012, che è stato un momento di vero terrore, oggi la situazione è molto meno critica. Ricordiamoci che ai tempi nessuno più comprava titoli di stato, il sistema pensionistico era fuori controllo e il debito era fortissimo. Il quadro odierno non è così negativo anche se c’è molta attesa, che trovo più di atteggiamento che di sostanza. È necessario cambiare mentalità perché l’Italia ha tutte le carte per giocarsela perché abbiamo eccellenze in molti settori: moda, sanità e farmaceutico, industria, solo per citare i più noti. Ricordiamoci che dalla globalizzazione l’Italia può guadagnare molto. Il rallentamento registrato negli ultimi mesi è più legato a una questione internazionale: sta calando la Germania, sta calando la Cina… figuriamoci in Italia. Ma in Italia i risparmi delle famiglie tengono e sono proprio le famiglie italiane la base produttiva del Paese. Certo abbiamo perso l’occasione di sfruttare al meglio i bassi tassi di interesse promossi dalla Banca Europea e non abbiamo saputo cavalcare l’onda degli incentivi associati all’Industria 4.0. A vincere sono le aziende che innovano. In Italia c’è poca patrimonializzazione perché non si fanno investimenti strutturali. Il Rapporto Cerved quest’anno ha sviluppato un’analisi di dettaglio sul potenziale delle PMI molto interessante: mi auguro che ci siano altri carotaggi di valore che aiutino a mettere a fuoco il potenziale e non solo il capitale».

Dal palco di Osservitalia Momoni ha raccolto la richiesta, chiudendo al rilancio: «Cerved è il centro stella di un’economia illuminata dai dati. Crediamo nell’informazione e nei dati e per questo continuiamo a lavorare, per continuare ad accrescere il nostro patrimonio di conoscenze che mettiamo a disposizione di clienti, professionisti, esperti e istituzioni. Il nostro obiettivo è condividere tutti i dati che aiutno a interpretare correttamente l’evoluzione di tutte quelle aziende che sono le protagoniste della nostra economia. Dopo Osservitalia, appuntamento a Cerved Next 2019, il primo evento italiano totalmente dedicato alla data-driven economy con nuovi insight e nuove proiezioni».