La capacità di utilizzo delle risorse del PNRR e la modalità con cui sarà affrontato il phasing out, la fase di uscita dalla pandemia, saranno due snodi fondamentali per capire l’entità della ripresa dell’economia italiana. Entrambe le sfide offrono l’opportunità di superare alcune deficienze storiche del nostro tessuto produttivo, aumentando la produttività e il tasso di crescita dell’economia italiana.

In particolare, è necessario che gli interventi pubblici di sostegno alle imprese veicolino risorse verso aziende indebolite dalla crisi ma con il potenziale di creare ricchezza e non verso società decotte senza prospettive.

Un recente documento del Gruppo dei 30[1], fornisce delle linee guida per gestire al meglio questa fase, distinguendo le imprese in base al grado di sostenibilità economica e finanziaria. Per effetto della crisi, il legame tra sostenibilità economica (la capacità di generare ricavi superiori ai costi) e sostenibilità finanziaria (la capacità di far fronte agli impegni finanziari) è stato infatti indebolito. Molte imprese ben amministrate e profittevoli prima della pandemia hanno subito perdite di dimensioni tali da mettere a rischio la continuità aziendale. Secondo il documento, il supporto pubblico si deve concentrare sulle imprese che hanno buone prospettive economiche (economically viable) ma con problemi di natura finanziaria, fornendo liquidità o capitali. Viceversa, non bisogna supportare né imprese senza prospettive economiche, che potrebbero diventare zombie firms, né quelle che hanno una struttura finanziaria robusta, che possono rivolgersi al mercato.


[1] Group of Thirty, Reviving and Restructuring the Corporate Sector Post-Covid, Dec 2020.


Analisi di PMI e imprese per sostenibilità economica e finanziaria

Basandosi su questo approccio, il Rapporto Cerved PMI 2021 fornisce una metodologia pratica per individuare le imprese caratterizzate da criteri di sostenibilità economica e finanziaria investigando una serie di evidenze quantitative relative al caso italiano. In particolare, è stato elaborato uno score di sostenibilità economica (SSE) che sintetizza le prospettive economiche delle PMI. Lo score tiene conto della solidità di ogni impresa prima della pandemia e delle mutate prospettive settoriali post-pandemiche, facendo leva sul contenuto informativo delle quotazioni azionarie in Europa e sulle previsioni settoriali degli esperti Cerved. Ad esempio, imprese che avevano un buon modello di business (prima della pandemia) e che operano in mercati in crescita (dopo la pandemia) hanno uno score SSE alto, anche se fortemente indebitate a causa dell’impatto del Covid. Più in dettaglio, le PMI sono state classificate in tre gruppi in base al grado di sostenibilità economica. Le imprese con buone prospettive economiche sono state definite purosangue, perché veloci e resistenti, in grado di crescere e creare occupazione. Le PMI con prospettive economiche incerte sono state definite mezzosangue, società che in determinate condizioni possono riprendere a crescere, ma con prospettive più incerte dei purosangue. Infine, le PMI economicamente non sostenibili sono state definite ronzini, perché non hanno le caratteristiche per correre, generare ricchezza e occupazione.

La sostenibilità finanziaria è stata invece sintetizzata dal Cerved Group Score 2021, che definisce la probabilità di default effettiva delle imprese e che considera anche le conseguenze della pandemia. In questo caso, gli score sono stati raggruppati in tre cluster: le PMI “sane”, quelle per cui eventuali impatti finanziari non ne minacciano la sopravvivenza sul mercato; le PMI “appesantite”, per cui il volume di debito è oltre i livelli di guardia e può avere impatti sull’operatività e infine le PMI “infortunate”, con una condizione finanziaria che può pregiudicarne la capacità di rimanere sul mercato. Combinando queste due valutazioni, sul campione di 153 mila PMI attive nel 2020, è possibile identificare 27 mila purosangue appesantiti o infortunati che, secondo i criteri del documento del G30, sono i candidati naturali ad interventi di supporto: sono società colpite dalla pandemia, ma con un modello di business che garantisce buone prospettive. Il secondo gruppo su cui bisognerebbe valutare un intervento è quello dei 27 mila mezzosangue appesantiti o infortunati: in questo caso si deve però considerare il maggior rischio di investire in società che potrebbero comunque uscire dal mercato, date le prospettive economiche incerte. Viceversa, non bisogna intervenire sulle 92 mila PMI “sane”, che possono rivolgersi al mercato. Quanto agli 8 mila ronzini, che non hanno prospettive economiche, servono interventi di ristrutturazione più radicale o che ne accompagnino l’uscita dal mercato, riducendo i costi sociali.

Le iniezioni di capitale necessarie

I dati di bilancio indicano che gli interventi sul Fondo Centrale di Garanzia hanno ampiamente soddisfatto le esigenze di liquidità, contribuendo a superare la fase più acuta della crisi pandemica. In questa fase di phasing out, le policy potrebbero quindi concentrarsi sugli aumenti capitale per ristabilire una struttura patrimoniale più bilanciata. Una quantificazione del fabbisogno complessivo di capitale è stata ottenuta sulla base dei bilanci delle imprese, considerando il volume di equity necessario per tornare al valore del leverage pre-Covid delle singole aziende per cui questo rapporto si è deteriorato tra 2019 e 2020.

In base a questi dati, servirebbero 21 miliardi di equity per consentire a tutte le PMI che hanno accumulato debiti di tornare sui livelli di leverage pre-Covid.

Circa la metà di questa cifra è calcolata per gli 80 mila purosangue sani, imprese che godono di buona salute finanziaria e hanno prospettive economiche che consentono loro di trovare capitali secondo le normali logiche di mercato. Il fabbisogno di capitale necessario per ristabilire l’equilibrio patrimoniale dei purosangue colpiti dalla pandemia è di circa 4,5 miliardi di euro: di questi, 3,4 miliardi andrebbero a rinforzare purosangue appesantiti, 1,1 miliardi PMI purosangue infortunati. Questo fabbisogno consentirebbe così di coprire le esigenze del cluster di imprese per cui l’intervento è considerato prioritario: società con fondamentali sani, prospettive economiche buone ma finanziariamente debilitate dal Covid. L’analisi evidenzia che i fabbisogni per le PMI che non sono economicamente viable sono pari a 1,8 miliardi. Queste immissioni risulterebbero tuttavia non giustificate, viste le prospettive economiche negative che caratterizzano questo cluster di imprese.

Una stima dei benefici della ri-patrimonializzazione delle imprese

La possibilità di disporre di score creditizi con una probabilità di default sottostante consente di stimare i costi e i benefici delle azioni di sostegno alle imprese. Intervenire con iniezioni di capitale per sterilizzare gli impatti della pandemia potrebbe avere effetti significativi. Iniezioni di capitali per 21 miliardi (intervenendo su tutte le PMI con una riduzione del leverage e quindi una corrispondente riduzione della probabilità di default) consentirebbero di evitare circa 4 mila default con 114 mila posti di lavoro persi in meno e 10,5 miliardi di debiti finanziari che non si trasformerebbero in crediti deteriorati. L’analisi però evidenzia che interventi selettivi sarebbero più efficaci, ottimizzando il rapporto tra costi e benefici. Se si investissero 4,5 miliardi nei purosangue appesantiti e infortunati si eviterebbero poco meno di 2mila default, “salvando” 55 mila addetti e crediti deteriorati per 4,7 miliardi: con meno di un quarto delle risorse, si otterrebbe la metà dei benefici. Tra i purosangue, le PMI con maggiori prospettive economiche, si eviterebbero l’80% dei default e dei relativi costi. Se oltre ai 4,5 miliardi si investissero altri 3,8 miliardi in equity per i mezzosangue, si salverebbero altre 1.400 imprese, con 37 mila addetti e 4,2 miliardi di debiti finanziari, riducendo dell’85% i fallimenti e i costi associati.