L’analisi del flusso dei fondi e delle risorse contenuta nel Rapporto Cerved PMI 2019 indica una maggiore prudenza nelle scelte di investimento delle piccole e delle medie imprese italiane: in un contesto caratterizzato da debolezza congiunturale e incertezza, le PMI hanno preferito accumulare liquidità e investire prevalentemente con risorse interne e capitale proprio, limitando il ricorso a prestiti bancari e finanziamenti esterni.

Il flusso dei fondi è il risultato di una riclassificazione dei dati di bilancio che consente di illustrare la relazione tra gli investimenti produttivi realizzati dalle imprese e le risorse interne ed esterne disponibili per finanziarli. Ciò si ottiene rielaborando i flussi di conto economico e le variazioni degli stock di stato patrimoniale.
Nel 2018 l’autofinanziamento lordo, cioè le risorse interne derivanti dai proventi della gestione operativa delle imprese, al netto dei costi (per lavoro, materie prime, servizi), è stato pari all’8,4% del fatturato, a fronte dell’8,7% del 2017.

Questo risultato è assottigliato da una serie di voci “non operative”: oneri e proventi finanziari (compresi gli accantonamenti netti a fondi finanziari), partite straordinarie, imposte, distribuzione di dividendi ai soci. Queste voci hanno pesato per il 3,5 per cento del fatturato sia nel 2017 che nel 2018. Ma si tratta di un valore molto inferiore rispetto a quello registrato nel periodo pre-crisi (4,4 per cento). I dati indicano, quindi, che le imprese sono state più attente nella gestione non operativa.
La variazione del capitale circolante, ovvero l’incremento del valore del magazzino di beni e la gestione netta di crediti e debiti commerciali, ha assorbito l’1,3% per cento del fatturato nell’ultimo anno, a fronte del 2% nell’anno precedente. Risultano in netta flessione soprattutto la componente relativa ai debiti commerciali e diversi, solo in parte bilanciata dai crediti commerciali. Emerge quindi che, all’uscita della crisi, le imprese italiane sono divenute più attente anche nel contenere le dilazioni e i ritardi nei pagamenti da e per fornitori e clienti. Voci di bilancio che in Italia hanno avuto, storicamente, un ruolo significativo. In particolare, la variazione dei crediti commerciali nel 2018 è stata pari solo allo 0,8% del fatturato, dal 2,4% per cento nel 2017. Grazie alla maggiore attenzione alla gestione non operativa e, soprattutto, al circolante, il livello del saldo netto della gestione è risultato in crescita, proseguendo il
miglioramento rispetto alla situazione pre-crisi.
A fronte di questa significativa disponibilità di risorse interne, le imprese nel 2018 hanno realizzato investimenti fissi e immateriali, al netto dei disinvestimenti, per un ammontare sostanzialmente analogo (3,2% del fatturato). Il saldo finanziario lordo risulta ancora positivo, quindi la necessità di fare ricorso al finanziamento esterno è alimentata solo dagli investimenti finanziari in partecipazioni e dalla variazione di altri crediti finanziari. Queste attività nel 2018 hanno richiesto risorse aggiuntive per lo 0,5% del fatturato, su valori analoghi a quelli dell’anno precedente (0,4%).
Gli aumenti di capitale azionario hanno coperto una buona parte delle necessità finanziarie (0,5%), fornendo un contributo analogo a quello del 2017, mentre le altre fonti finanziarie esterne a lunga scadenza non hanno apportato risorse di importo significativo, facendo sì che il saldo finanziario a breve termine si sia mantenuto in territorio positivo, anche se per un importo pari allo 0,1% del fatturato. Il ricorso a capitale di terzi si è limitato a coprire esigenze di liquidità, con indebitamento prevalentemente a breve termine, diviso equamente fra i capitali provenienti dal sistema bancario e quelli di fonti terze (0,3% del fatturato entrambe), consentendo alle PMI italiane di accumulare, nel 2018, riserve liquide per un importo pari allo 0,8% del fatturato, valore leggermente minore rispetto a quello del 2017 (1,2%).
Rispetto al 2007 le imprese non hanno più difficoltà a reperire capitali, ma spesso preferiscono ricorrere a risorse generate internamente o a capitale proprio; non tutte le disponibilità di risorse vengono tramutate in investimenti produttivi, sintomo di una probabile incertezza riguardo agli sviluppi futuri, che spinge le imprese a mantenete nelle loro casse delle riserve liquide che potrebbero essere utilizzate per far fronte a cambiamenti inattesi del quadro congiunturale.