In questo post vengono ripresi i risultati più significativi emersi da un’analisi condotta sui dati Cerved pubblicata il 25 gennaio su Industria Felix Magazine.

Lo shock epocale provocato dalla diffusione su scala globale della pandemia porterà alla trasformazione di molti paradigmi economici, intensificando processi già in atto e modificando i comportamenti di famiglie e imprese. Tra le tendenze più importanti che emergeranno nei prossimi anni vi sarà un’accelerazione dei processi di digitalizzazione del nostro sistema economico, trainata non soltanto dalla necessaria ristrutturazione dell’offerta ma anche dall’inevitabile cambiamento delle abitudini di consumo sul fronte della domanda. Queste dinamiche innescheranno una rapida trasformazione della struttura produttiva, con alcuni settori emergenti in espansione e altri invece destinati al ridimensionamento. Anche le policy dell’Unione Europea sembrano orientate ad accelerare il cambiamento in questa direzione: le risorse comunitarie previste da Next Generation EU saranno infatti incentrate sull’attivazione di processi di transizione digitale, che dovrà essere uno dei punti cardine dei piani di rilancio.

Secondo molti osservatori, la scarsa digitalizzazione delle nostre imprese è una delle cause della bassa produttività, e quindi della lenta crescita, che ha caratterizzato il sistema produttivo italiano negli ultimi anni[1]. Dal 1995, la produttività è cresciuta in Italia solo dello 0,1% medio annuo, contro l’1,1% della Germania e l’+1,4% degli Stati Uniti. Questo trend è coinciso con una lenta adozione di tecnologie digitali: il capitale IT è cresciuto di un fattore pari a 1,5X in Italia contro multipli pari a 4X in Germania e 4,6X negli Stati Uniti.

digitalizzazione

Nel nuovo scenario economico post Covid, le aziende più digitalizzate avranno la possibilità di aggredire prima la ripresa disponendo di maggiori capacità per ottimizzare le risorse e aumentare gli obiettivi di performance.

Cerved ha recentemente sviluppato il Growth Index, uno score sintetico che misura la propensione alla crescita delle aziende in chiave prospettica. L’indice di crescita si basa su diverse componenti, tra cui il livello di digitalizzazione delle aziende misurato attraverso il Digital Capability Index, che è ottenuto combinando le informazioni ufficiali tratte dal registro delle imprese con gli score proprietari di Cerved relativi a propensione innovativa, cultura digitale e posizionamento sul web.

In base ai dati di Cerved, una quota molto consistente delle PMI italiane (48,8%) mostra di avere una elevata propensione alla crescita, ma questo potenziale rischia di rimanere inespresso anche a causa di una diffusione ancora troppo bassa di competenze e cultura digitale.

In Italia sono presenti 14.506 PMI (il 9,1%) che in base al Digital Capability Index presentano un’elevata propensione alla digitalizzazione, 32.182 PMI (il 20,3%) con una propensione alla digitalizzazione moderata, mentre la quota restante di oltre due terzi evidenzia bassi livelli di digitalizzazione.

La percentuale di aziende con elevate digital capabilities è più elevata tra le medie imprese (15,9%), mentre le piccole fanno registrare percentuali più basse di imprese digitalizzate (7,8%). Nel complesso, i livelli di digitalizzazione delle PMI risultano ancora molto inferiori rispetto alle grandi imprese (9,1% contro 31%).

digitalizzazione

La grande eterogeneità tra le PMI italiane in termini di digital capabilities si riscontra anche considerando le diverse filiere produttive. Come previsto, la filiera che presenta una quota più alta di PMI con elevata propensione alla digitalizzazione è quella ICT, con 2.311 PMI fortemente digitalizzate (il 31,6% del totale). In parallelo, l’indice mette in evidenza anche risultati meno attesi, come l’alta incidenza di imprese con elevata digital capability nella filiera del mobile e degli arredi (18,7%) e del sistema persona (11,1%) in cui i tassi di digitalizzazione sono tra i più elevati, mentre la percentuale di PMI con elevata digital capability risulta molto bassa nella filiera delle costruzioni (5,7%) e dei trasporti (5,0%). In termini assoluti, è la filiera della chimica e meccanica ad avere il maggior numero di PMI digitalizzate (3.330), seguita dall’ICT (2.311) e da quella dell’alimentare e ristorazione (1.833). 

Forti differenze si rilevano anche a livello territoriale. La mappa della digitalizzazione delle PMI evidenzia un forte divario tra le province settentrionali e quelle meridionali, dove l’incidenza della digital transformation è molto più bassa anche a causa di forti gap infrastrutturali.

Le province che mostrano le percentuali più elevate di PMI fortemente digitalizzate sono Treviso (14,0%), Milano (13,7%) e Rimini (12,9%), mentre nel Mezzogiorno nessuna provincia riesce a superare la quota nazionale di PMI a forte digitalizzazione (9,1%), con i livelli più alti fatti registrare a Bari (7,9%), Avellino (7,5%) e Trapani (7,3%). In termini assoluti, le province con il maggior numero di PMI fortemente digitalizzate sono Milano (2.440), Roma (1.055), Torino (591) e Treviso (483), mentre nel Meridione le province con più aziende digitalizzate sono Napoli (341) e Bari (252).

La grande eterogeneità delle imprese italiane nel grado di digitalizzazione suggerisce che non esiste una singola azione di policy che possa rispondere alle esigenze di tutte le imprese. Le azioni da intraprendere per affrontare la sfida della digitalizzazione devono perciò tener conto delle differenze del nostro sistema produttivo che presenta, da un lato, aziende con elevate digital capabilities già pronte ad impiegare in modo massiccio tecnologie più avanzate, come l’intelligenza artificiale e il machine learning e, dall’altro lato, imprese ancora impreparate alla transizione digitale che invece necessitano di essere accompagnate in questo percorso partendo da un rafforzamento delle competenze presenti in azienda.


[1] F. Schivardi e T. Schmitz, The IT revolution and Southern Euopre’s two lost decades, “Journal of the European Economic Association”, Volume 18, Pages 2441–2486, 2020