Il Rapporto Regionale PMI 2021, realizzato da Confindustria e Cerved, in collaborazione con Intesa Sanpaolo, analizza le performance economico-finanziarie delle circa 160 mila PMI che operano nel sistema produttivo italiano.

Le piccole e medie imprese forniscono un contributo molto significativo alla nostra economia, con una presenza diffusa in tutto il territorio nazionale. Il Nord è l’area del Paese con la maggior presenza di PMI, con oltre 94 mila società (54 mila nel Nord-Ovest e 40 mila nel Nord-Est), seguito dal Centro (33 mila società) e dal Mezzogiorno (32 mila). A livello complessivo, le PMI producono un valore aggiunto pari a 230 miliardi di euro: la parte più consistente è generata da PMI che hanno sede nel Nord-Ovest (39%) e nel Nord-Est (28%), il 18% da imprese dell’Italia centrale e il restante 15% da piccole e medie imprese meridionali.

Le tendenze Pre-Covid

Negli anni che hanno preceduto la pandemia, le PMI italiane stavano attraversando una fase di scarso dinamismo caratterizzata da un andamento piuttosto fiacco dei ricavi e dalla sostanziale incapacità di recuperare la caduta di redditività subita nel corso delle due crisi del 2008-09 e del 2011-12. La debolezza dei conti economici è tuttavia coincisa con un processo di ristrutturazione e di rafforzamento patrimoniale, che ha reso il sistema più resiliente di fronte all’impatto del Covid.

Sul fronte dei bilanci, i principali indici di conto economico nel 2019 hanno continuato a far osservare una crescita contenuta e in molti casi non sufficiente a recuperare i valori persi durante le crisi precedenti. Dopo un lento percorso di recupero, soltanto nel 2019 i livelli reali di fatturato hanno raggiunto i valori del 2007 (-0,1%), con differenziali ancora negativi nel Nord-Ovest (-2,9% rispetto al 2007) e nel Centro (-1,2% sul 2007).

Diversamente, sul versante della solidità finanziaria e patrimoniale i bilanci pre-Covid delle PMI evidenziano indici in forte miglioramento: il processo di patrimonializzazione delle aziende registrato negli ultimi anni, insieme al minor peso dei debiti finanziari e al basso costo del debito, ha reso più solido il sistema di PMI.

L’impatto del Covid sui conti economici delle imprese

Il Covid-19 ha determinato una crisi senza precedenti per l’economia italiana, non solo in termini di entità, ma anche per la sua natura particolarmente asimmetrica. L’emergenza sanitaria ha avuto infatti conseguenze fortemente diversificate, colpendo in misura particolare i settori più colpiti dai lockdown ed esposti alle misure di contenimento (come, ad esempio, la ristorazione, il turismo, gli alberghi, i trasporti, l’ingrosso e il dettaglio non alimentare, il sistema moda), incidendo in misura meno significativa o addirittura stimolando positivamente altri comparti (filiera farmaceutica, commercio online, industria agroalimentare).

La natura fortemente asimmetrica dello shock del Covid-19 ha implicato ricadute sul territorio legate soprattutto alla specializzazione produttiva: gli impatti sono più forti nelle regioni in cui i settori più esposti alle misure di contenimento (come la filiera turistica, trasporti, il sistema moda) pesano maggiormente.

Il Centro risulta l’area geografica con la quota più alta di imprese operanti in settori fortemente colpiti dal Covid (23,1% in termini di numerosità e il 24,0% in termini di fatturato), seguito dal Mezzogiorno (18,7% e 19,5%), che però fa registrare anche le percentuali più alte di imprese stabili o in crescita (14,8% in termini di fatturato) oppure con un calo contenuto (37,6%). Nord-Est e Nord-Ovest presentano incidenze molto elevate nei settori con una contrazione delle vendite inferiore al 20%.

In media, il fatturato delle PMI è atteso in calo del 10,6% tra 2019 e 2020. A causa di una specializzazione produttiva caratterizzata da una maggiore esposizione allo shock Covid, gli effetti della pandemia risultano più severi tra le PMI del Centro Italia, con un calo dei ricavi pari all’11,6%. Si registrano cali superiori alla media nazionale anche nel Nord-Est (-10,7%) e lievemente inferiori nel Nord-Ovest (-10,5%), mentre nel Mezzogiorno si registra una flessione più contenuta (-9,4%).

Le conseguenze sui margini lordi sono anche più severe, con una perdita stimata a livello nazionale al -22,8% tra 2020 e 2019. I cali sono previsti ovunque con tassi superiori al 20%, con un picco negativo registrato nelle regioni del Centro (-25,4%) e un calo relativamente più contenuto nel Mezzogiorno (-20,9%). Questa tendenza amplia ulteriormente i divari di redditività accumulati prima del Covid: nel 2020 le PMI del Mezzogiorno hanno perso il 56% della redditività lorda del 2007; quelle del Centro il 48%, le società del Nord-Ovest il 44% e quelle del Nord Est il 37%.

Gli impatti sul rischio delle PMI

Nonostante impatti consistenti, il sistema delle PMI sembra finora aver sostanzialmente tenuto, in parte grazie al lungo processo di rafforzamento patrimoniale e finanziario osservato in tutta la Penisola nel precedente decennio, in parte grazie al massiccio intervento di politica economica messo in campo dal Governo. L’estensione della Cassa Integrazione, la moratoria sui debiti, gli interventi per iniettare liquidità nel sistema hanno fortemente mitigato lo shock della pandemia sulle PMI.

I dati di Payline, un database di Cerved sulle abitudini di pagamento delle imprese italiane, indicano che durante la fase del lockdown i mancati pagamenti delle PMI sono esplosi in tutta la Penisola, ma che poi con la ripresa dell’attività economica e con la progressiva operatività del Decreto Liquidità sono tornati sostanzialmente alla normalità. Nella fase più acuta, a maggio, le PMI meridionali non hanno saldato il 55% del valore delle fatture in scadenza o già scadute, un dato in forte crescita rispetto al 42% di dicembre 2019.

Anche nel resto del Paese, l’indicatore si è impennato, passando dal 38% al 51% nel Centro, dal 31% al 41% nel Nord-Ovest e dal 27% al 36% nel Nord-Est. Alla fine dell’anno il volume dei mancati pagamenti è invece di nuovo su livelli simili a quelli dell’anno precedente.

Gli indici di solidità patrimoniale e finanziaria sono previsti in netto deterioramento ma, grazie al livello di resilienza acquisito dalle PMI fino al 2019, su livelli (medi) non critici. La leva finanziaria, espressa come rapporto tra debiti finanziari e capitale netto, cresce per effetto dell’aumento del numeratore e del calo del denominatore, passando dal 59,5% al 68,7%, con un incremento decisamente marcato nel Centro (dal 64,5% all’80,2%), a causa della dinamica particolarmente negativa del Lazio (dal 67,6% al 97,9%). In tutta la Penisola, la leva rimane tuttavia a livelli decisamente inferiori a quelli del 2007, quando si attestava al 115% (con un massimo del 143% nel Centro).

In base al Cerved Group Score, un indicatore di rischio creditizio ampiamente usato dalle banche, la quota di PMI rischiose (con un’alta probabilità di default a dodici mesi) è prevista in aumento dal 9,2% al 14,7%. Nel Mezzogiorno questa percentuale sale al 20,8% (dal 13% pre-Covid), nel Centro al 17,2% (11,2%), nel Nord-Ovest al 12,4% (7,7%), nel Nord-Est al 10,7% (6,6%).

Se a livello complessivo il sistema di PMI, benché più rischioso, sembra aver tenuto, nei settori più colpiti dalla pandemia gli effetti del Covid sono molto più intensi. Le abitudini di pagamento, ad esempio, non si sono normalizzate in quei settori in cui si stima una forte caduta dei ricavi. La quota di mancati pagamenti in questo cluster è passata dal 31% di fine 2019 al 44% di fine 2020, con picchi oltre il 50% nel Centro e nel Mezzogiorno. I dati relativi ai settori più colpiti della pandemia evidenziano situazioni di forte criticità, ad esempio tra le PMI che organizzano fiere e convegni (70% di mancati pagamenti con punte del 93% nel Mezzogiorno), nell’intrattenimento (64%, con un massimo del 72% nel Mezzogiorno), tra gli alberghi (58%, con il 69% nel Sud).

Queste situazioni di forti difficoltà si riflettono sui profili di rischio: la quota di PMI rischiose sale al 28% nei settori maggiormente colpiti dal Covid (il doppio rispetto alla media nazionale), con quote pari al 36,5% nel Mezzogiorno, al 29,4% nel Centro, al 26,9% nel Nord-Ovest e al 20% nel Nord-Est.

Le prospettive e gli effetti su occupazione e investimenti

Un tema di grande rilevanza per i prossimi mesi è quello di valutare le conseguenze della pandemia sui posti di lavoro e sugli investimenti, al momento in cui cesseranno misure come il blocco dei licenziamenti o l’estensione della Cassa Integrazione, messe in campo per far fronte all’emergenza. La monografia del Rapporto è dedicata a un esercizio che stima questi impatti, considerando un “effetto default” (numero di posti di lavoro e di investimenti persi in imprese che usciranno dal mercato) e un “effetto scala” (adeguamento degli organici coerente con le variazioni del giro d’affari atteso per le imprese), al netto di eventuali politiche di sostegno e di rilancio straordinarie.

In base alle stime, i posti di lavoro che potrebbero essere persi alla fine del 2021 rispetto a dicembre 2019, ammontano a 1,3 milioni, pari all’8,2% del totale dei 16 milioni di addetti impiegati nelle imprese prima dell’emergenza (considerando non solo le PMI, ma anche micro e grandi). Da un punto di vista territoriale, le perdite sarebbero in termini assolute più consistenti nel Nord-Ovest (399 mila addetti, -7,8%), rispetto a Nord-Est (322 mila, -8,2%), Mezzogiorno (320 mila, -8,4%) e Centro (289 mila, -8,9%). Il tasso di disoccupazione passerebbe dal 10% al 15,1%, con punte del 21,1% nel Sud e nelle Isole. Tra le regioni, Calabria (24,5%), Campania (24,4%) e Sicilia (23,9%) farebbero registrare i tassi più alti, anche a causa di tassi già molto alti prima della pandemia. In tutte le regioni i tassi di disoccupazione potrebbero comunque superare il 10%.

La probabile uscita dal mercato di un numero rilevante di imprese e il ridimensionamento del giro d’affari di molte altre avrà inevitabili ripercussioni anche sul livello di investimenti. Secondo le stime, causa del Covid le società italiane perderebbero 43 miliardi di euro di capitale nel biennio 2020-2021 (-4,8% su 900 miliardi complessivi di fine 2019). Anche per quanto riguarda le previsioni sul capitale aziendale, il Mezzogiorno è l’area relativamente più colpita dalla crisi sanitaria, con una perdita stimata di 8,4 miliardi (-5,3%). Le regioni più colpite sarebbero Sardegna (-6,4%), Sicilia (-5,7%) e Calabria (-5,5%). Nel Centro si stima una riduzione di 10,7 miliardi (-4,9%), nel Nord-Est di 9,7 miliardi (-4,6%) e nel Nord-Ovest di 14,4 miliardi (-4,6%).