Secondo il rapporto Cerved PMI 2017, sono almeno 12mila le Pmi all’avanguardia nel campo di Industria 4.0: vengono definite “aquile” perché appartengono al gruppo delle investitrici-innovatrici in cui il rapporto tra immobilizzazioni immateriali e materiali è in aumento.

Poi ci sono i “colibrì”, 54mila imprese che innovano, ma non investono grandi risorse. Infine, arrivano gli “pterodattili”, investitori non innovatori – circa 62mila Pmi -, fermi ai modelli di spesa tradizionale. Il gruppo più numeroso sono però i 188 mila “struzzi”, che preferiscono nascondere la testa sotto la sabbia rifiutando il paradigma dell’innovazione.

I bilanci mostrano performance decisamente migliori per gli investitori in innovazione di Industria 4.0: se in media i ricavi sono rimasti costanti in tutto il periodo, le aquile li hanno accresciuti del 14,6% (+1,7% annuo) facendo meglio sia degli pterodattili (+7,7%) che dei colibrì (+4,2%); particolarmente negative invece le performance degli struzzi (-3,9%). Inoltre, gli investitori in innovazione hanno aumentato produttività (+16%, contro una perdita media del 4%) e redditività netta (+0,8% vs  -3,3%).

Industria 4.0

Grazie all’integrazione con i dati INPS su oltre 8 milioni di lavoratori emerge che gli investitori in innovazione impiegano più donne (42%,una quota del 7% maggiore rispetto al totale) e giovani (nel 2007 oltre la metà degli occupati nelle aquile aveva meno di 45 anni). Inoltre, le imprese innovative rientranti nella definizione Industria 4.0 , specialmente quelle con una maggiore propensione all’investimento, utilizzano più frequentemente contratti diversi da quelli a tempo indeterminato (19,7% vs 18% del totale): si tratta probabilmente di una maggiore esigenza di “rimescolare” le competenze dei lavoratori per adattarsi ai cambiamenti imposti dal processo innovativo.

A livello occupazionale, gli investitori in innovazione sono il gruppo che ha maggiormente ridotto l’occupazione (-5,4%) a causa della mortalità più alta in questo cluster. Se però si conteggiano anche i lavoratori delle imprese nate tra il 2008 e il 2015 il gruppo delle aquile risulta quello che ha maggiormente ampliato la propria base occupazionale (+0,9%).

 

In conclusione, dall’analisi emergono due evidenze fondamentali.

  • Un sistema economico che investe in innovazione sarà necessariamente soggetto a un maggior numero di turnover dei lavoratori, dovuto a tassi di mortalità̀ aziendale più alti e a performance economiche più eterogenee: ciò richiede l’implementazione di un sistema di tutela dei lavoratori che permetta la transizione fra diverse imprese nell’arco della carriera lavorativa minimizzando le difficoltà di eventuali periodi di disoccupazione.
  • La divergenza tra performance aziendali e salari, con salari medi più bassi pagati dalle aquile rispetto agli struzzi, implica invece una riflessione sul tipo di contrattazione che favorisca maggiormente retribuzioni allineate agli andamenti dell’impresa. In un mondo con al centro l’innovazione, la dispersione della performance delle imprese è destinata ad ampliarsi: salari maggiormente rispondenti a queste differenze migliorerebbero il processo di allocazione delle risorse produttive.