I possibili impatti legati al climate change sono entrati a far parte dei fattori attraverso cui misurare la rischiosità delle aziende. Anche la Banca Centrale Europea li ha recentemente inclusi nell’ambito del Meccanismo di Vigilanza Unico europeo: i danni fisici causati dal climate change costituiscono infatti un significativo elemento di rischio per imprese e operatori finanziari

Lo studio di Cerved: le componenti del rischio fisico e la mappatura del sistema produttivo italiano
Partendo dai dati di ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), che classificano i rischi da alluvioni, frane e terremoti a livello censuario, Cerved ha sviluppato una serie di indicatori che, a partire dalla geolocalizzazione puntuale delle sedi aziendali, consentono di valutare l’esposizione di imprese e immobili alle diverse componenti del rischio fisico. In questo modo è stato possibile mappare l’incidenza e i possibili impatti dei rischi legati a fenomeni fisici sull’intero sistema produttivo italiano. In particolare, mappe relative ai rischi di alluvioni, frane e terremoti delle circa 400 mila celle censuarie in cui è diviso il territorio italiano sono state incrociate con le informazioni sulle 6,3 milioni di sedi locali e unità produttive delle società iscritte al Registro delle Imprese, che Cerved ha geo-localizzato. Rischi fisici “alti” o “molto alti” interessano in Italia circa 1,3 milioni di unità produttive e 1 milione di imprese, che impiegano 3,3 milioni di addetti, pari a un quinto dei 17 milioni impiegati nelle società iscritte alle Camere di Commercio.

I rischi fisici associati al cambiamento climatico

Esiste ampia evidenza che l’intensificazione (in termini di frequenza e gravità degli eventi) e l’imprevedibilità del rischio di alluvioni e frane siano associate agli effetti del cambiamento climatico, è anche possibile individuare le sedi locali più esposte ai mutamenti delle temperature o delle condizioni climatiche. Se si escludono le unità produttive soggette al rischio terremoti, è quindi possibile ottenere una misura del grado di esposizione delle imprese ai rischi fisici e ambientali sensibili al climate change. I dati sulla distribuzione dell’indicatore di rischio fisico legato al climate change evidenziano che l’11,3% degli oltre sei milioni di insediamenti produttivi del nostro Paese operano in contesti locali caratterizzati da rischio fisico alto o molto alto (710 mila sedi). Sono quasi 240 mila (il 14,9%) le unità situate in zone a medio rischio e oltre 4,5 milioni quelle localizzate in aree a rischio fisico basso o molto basso (73,8%). Analizzando la distribuzione dell’indicatore di rischio fisico legato al climate change sugli addetti, le quote rimangono piuttosto stabili, con circa 2,1 milioni di lavoratori impiegati in aree a rischio fisico alto o molto alto (il 12,2% del totale).

REGIONI E CITTA’: I LIVELLI DI RISCHIO

La mappa dei territori che risultano maggiormente esposti ai rischi fisici legati al cambiamento climatico mette in evidenza incidenze di rischiosità più alte in Emilia-Romagna (42,6% dei debiti finanziari in zone a rischio climate change alto o molto alto), Toscana (39,6%), e Liguria (36,9%), mentre le regioni del Sud mostrano livelli di rischiosità più contenuti. A livello provinciale, i rischi fisici associati al climate change risultano particolarmente significativi a Bologna (65,4 % dei debiti finanziari in zone a rischio climate change alto o molto alto), Pisa (58,0%) e Firenze (55,0%). Se si delimita l’analisi alla classe più rischiosa (rischio climate change molto alto), Genova (16,5%) e Venezia (13,1%) risultano le più esposte.

La distribuzione del rischio fisico associato al climate change presenta una forte variabilità anche all’interno di territori circoscritti. Mappando a livello micro-territoriale la distribuzione del rischio fisico nelle due città metropolitane di Genova e Venezia, tra le più esposte per effetto della forte incidenza delle componenti associate al climate change, e nel comune di Milano, caratterizzato dalla maggiore densità produttiva e dal volume più alto di debiti finanziari, si ottiene una rappresentazione dettagliata di quanto possano essere eterogenei gli impatti del rischio fisico in diversi contesti urbani e anche all’interno della stessa area comunale.

Nella città di Genova, sono circa 28 mila le unità produttive (su 69 mila) situate in zone caratterizzate da rischio fisico alto o molto alto. Questi insediamenti impiegano 76 mila addetti (su un totale di 199 mila) e sono esposte con le banche per oltre 6 miliardi di debiti finanziari (su 16 miliardi complessivi). Risulta interessante osservare come sia molto consistente anche il numero di unità che operano in zone a rischio medio (29 mila imprese, 78 mila addetti e 4,5 miliardi di debiti finanziari), mentre quote inferiori di aziende, addetti e debiti finanziari sono associati a bassi livelli di rischio fisico. Una dinamica simile si osserva a Venezia, dove le sedi locali (13 mila su 32 mila), gli addetti (43 mila su 113 mila) e i debiti finanziari (3,5 miliardi su 9,5 miliardi) legati alle zone ad alto rischio fisico superano ampiamente i valori delle zone a basso rischio. Diversamente, nel comune di Milano l’incidenza del rischio fisico risulta molto più bassa essendo circoscritta ai quasi 9 mila insediamenti produttivi situati nella parte settentrionale e orientale della città, in prossimità dei fiumi Seveso e Lambro, mentre la gran parte delle unità (258 mila su 274 mila) è collocata in zone a rischio basso o molto basso. Per effetto della bassa incidenza di aree a rischio, quindi, i debiti finanziari ad alto rischio fisico nel comune di Milano (3 miliardi) risultano in termini assoluti inferiori a quelli di Genova (6 miliardi) e Venezia (3,4 miliardi), nonostante il capoluogo lombardo presenti un volume complessivo di debiti finanziari rispettivamente sei e dieci volte più elevato.

I rischi fisici associati al cambiamento climatico e il rischio di credito

I cambiamenti climatici possono determinare impatti diretti e indiretti sull’attività delle imprese – come, ad esempio, danni materiali agli asset operativi, cali di produttività, interruzione delle catene produttive – con conseguenze di carattere economico e finanziario. Inoltre, secondo l’orientamento della BCE, gli enti creditizi devono inquadrare sempre di più i rischi climatici e ambientali nell’ambito di un approccio strategico complessivo che guardi al raggiungimento degli obiettivi di neutralità climatica nel lungo periodo.

In questa prospettiva, è interessante mettere in relazione l’indicatore di rischio fisico, nella sua componente legata al climate change, con il CGS (Cerved Group Score), lo score di Cerved che misura il rischio di credito e le probabilità di default delle aziende in chiave prospettiva. Prendendo in considerazione le società di capitale (779 mila), le imprese che risultano a rischio in base al CGS sono circa 121 mila (15,5% del totale), con un volume di 74 miliardi di debiti finanziari. Parallelamente, si osservano 75 mila imprese situate in zone altamente esposte ai rischi fisici associati al climate change, con circa 48 miliardi di debiti finanziari. Circa un terzo di questi debiti (13 miliardi) risulta associato a imprese vulnerabili che, date le difficoltà finanziarie, potrebbero non avere le risorse per mettere in atto azioni di prevenzione del rischio fisico.