Il Rapporto Cerved PMI analizza la situazione economico-finanziaria delle Piccole Medie Imprese italiane utilizzando l’ampio patrimonio di informazioni di Cerved. Il rapporto è corredato da un capitolo monografico che approfondisce un tema di particolare interesse. Il focus  di quest’anno è stato incentrato sull’analisi dei costi e dei benefici legati all’entrata in vigore del nuovo codice della crisi. Di seguito i principali risultati emersi dal Rapporto presentati l’11 novembre nella cornice di Palazzo Mezzanotte a Milano.

La ripresa ha esaurito la sua spinta e la redditività delle PMI è in calo

Nel 2018 la ripresa delle PMI, che dura dal 2013, ha perso slancio. Il fatturato è cresciuto del 4,1% in termini nominali (dal 4,4% dell’anno precedente), ma è rimasto sostanzialmente ai livelli del 2017 in termini reali. Il rallentamento ha riguardato tutti i settori, con l’eccezione delle costruzioni, che dopo anni di forte debolezza hanno evidenziato una crescita più sostenuta del resto dell’economia.
Il valore aggiunto è cresciuto (+4,1%) a ritmi più ridotti dei costi del lavoro (+5,6%), con effetti negativi sulla produttività e sui margini delle PMI. La ripresa della redditività lorda si è quasi fermata: i margini lordi sono cresciuti dell’1,2% tra 2017 e 2018, rispetto al 3,2% dell’anno precedente. Il divario rispetto al periodo pre-crisi rimane molto ampio: le PMI hanno livelli di Mol ancora inferiori del 20% a quelli del 2007.

Per la prima volta dal 2013 gli indici di redditività delle PMI risultano in calo. Si riduce l’utile corrente ante-oneri finanziari, la redditività operativa, il ROI e – nonostante un ulteriore calo del peso degli oneri finanziari nei bilanci – la redditività netta, che è passata dall’11,7% del 2017 all’11% del 2018. Il calo dei margini ha riguardato in misura maggiore le medie imprese, le società agricole e quelle che operano nell’industria, che però mantengono indici superiori a quelli osservati nel resto dell’economia.

Anche i dati relativi alla demografia di impresa indicano un indebolimento delle dinamiche, con segnali in chiaroscuro. Il numero di PMI, dopo il positivo balzo del 2017 (+5,5%), ha continuato a crescere nel 2018 raggiungendo quota 161 mila, ma a ritmi più lenti (+2,9%). La dinamica positiva della natalità di impresa – il bacino da cui possono nascere nuove PMI e che ha costituito un serbatoio importante per recuperare le ferite della crisi – ha fatto registrare un picco nel 2018, con un record di nuove società di capitale. Questo ha anche prodotto un aumento del numero di newco che si radicano sul mercato e del loro contribuito al sistema economico, che comunque rimane inferiore a quanto osservato prima della crisi.

L’aumento della natalità ha beneficiato dell’introduzione delle Srl semplificate, la forma giuridica che consente di iscrivere a costi molto bassi nuove imprese, una novità che ha però esaurito la sua spinta propulsiva: nei primi sei mesi del 2019 il numero di nuove aziende è in calo.
Sul fronte delle uscite dal mercato, la fase di netto miglioramento è terminata: nel 2018 è di nuovo aumentato il numero di PMI che hanno avviato procedure di default o di liquidazione, con una lieve inversione di tendenza nel 2019. Dopo essere tornati su livelli fisiologici, nel 2019 i fallimenti sono tornati ad aumentare, con incrementi più sostenuti nell’industria e nei servizi.

Nonostante la congiuntura, PMI ancora più solide, con ampi spazi per effettuare maggiori investimenti

La congiuntura più debole non ha intaccato il processo di rafforzamento dei fondamentali finanziari delle PMI, che ormai prosegue da molti anni. I debiti finanziari sono cresciuti nel 2018 per il secondo anno consecutivo, con un’accelerazione rispetto al 2017 (+2,2% contro +1,2%). Parallelamente, le PMI hanno rafforzato il capitale proprio a ritmi decisamente più sostenuti (+8,5%). Ne è seguita un’ulteriore riduzione del peso dei debiti finanziari in rapporto al capitale netto, sceso nel 2018 al 63% (dal 66% del 2017 e dal 116% del 2007). Nonostante il rallentamento della redditività, l’incidenza degli oneri finanziari sui margini lordi ha raggiunto un minimo storico, al 13%, grazie anche alla politica ultra espansiva della BCE.

Gli score che Cerved assegna ai bilanci delle PMI riflettono questi miglioramenti strutturali: la quota di PMI con un bilancio ‘solido’ ha raggiunto un massimo nel 2017 (56,5%, rispetto al 39,4% nel 2012); quella di PMI con un bilancio rischioso un minimo al 12,1% (dal 22,7% nel 2012). Questo netto miglioramento è coinciso con una fase di forte crescita della base di PMI. Dati su un ampio campione di società che hanno depositato i bilanci nel 2018 indicano che il rafforzamento del profilo economico-finanziario è proseguito anche dopo il 2017.

Le informazioni sui pagamenti delle imprese indicano che, dopo una lunga fase di miglioramento, nei primi sei mesi del 2019 sono tornati ad aumentare i ritardi e i tempi di pagamento delle PMI. Tuttavia la presenza di aziende caratterizzate da una situazione di forte difficoltà – imprese che in media pagano i fornitori con ritardi superiori a due mesi – rimane bassa e lontana dai massimi osservati durante la recessione. Grazie anche a una struttura patrimoniale decisamente più solida, il rischio prospettico risulta in forte miglioramento: la quota di PMI che hanno avuto un upgrade del Cerved Group Score (una valutazione che tiene conto di tutti i segnali di rischio di default di un’impresa) tra settembre 2019 e settembre 2018 è ai massimi e doppia il numero di downgrade. Dopo anni di polarizzazione crescente, in cui la distribuzione del Cerved Group Score faceva segnare un generale miglioramento, a cui però si accompagnava un leggero aumento della classe di rischio, tutta la distribuzione si sposta verso le classi meno rischiose.

Gli investimenti delle PMI sono risultati in forte crescita nel corso del 2018: hanno toccato il 7,1% delle immobilizzazioni materiali, dal 6,4% dell’anno precedente. La dinamica risulta particolarmente sostenuta tra le PMI manifatturiere, che evidentemente hanno beneficiato degli incentivi di Industria 4.0. Nonostante questi miglioramenti, i livelli di investimento delle PMI rimangono largamente inferiori a quelli pre-crisi.

I dati indicano che i livelli assoluti ancora bassi di investimenti delle PMI non dipendono da caratteristiche finanziarie inadeguate a supportare un maggior volume di finanziamenti. Al contrario, un’analisi su oltre 100 mila PMI, che secondo il Cerved Group Score si collocano in area di sicurezza o di solvibilità finanziaria, evidenzia un enorme potenziale per finanziare ulteriori investimenti. Queste PMI eccellenti, se aumentassero il loro indebitamento fino a due volte l’EBITDA – una soglia che la letteratura economica considera in un’area di sicurezza – potrebbero finanziare investimenti per 133 miliardi di euro, pari a oltre un terzo della loro capacità produttiva.

Un’analisi del flusso dei fondi delle imprese indica che è cresciuta in modo molto significativo la disponibilità per le PMI di risorse interne, con cui finora hanno finanziato gli investimenti. Rispetto al periodo della crisi le PMI più solide non hanno difficoltà a reperire capitali, ma spesso preferiscono ricorrere a risorse generate internamente o a capitale proprio.

Un altro spazio per finanziare maggiori investimenti potrebbe derivare da pagamenti più rapidi, che ridurrebbero l’esigenza per le PMI di finanziare il circolante. Ad esempio, se i tempi si uniformassero a quelli medi osservati in Germania, si potrebbero liberare risorse per 181 miliardi; se i tempi si uniformassero a quelli della Spagna, per 133 miliardi. Tuttavia, i diversi provvedimenti legislativi con cui si è tentato di risolvere il problema dei ritardi nei pagamenti non hanno conseguito gli esiti attesi. Sistemi innovativi Fintech, che consentono alle imprese di liquidare rapidamente le proprie fatture in modalità molto flessibile, possono liberare un importante ammontare di risorse finanziarie. In particolare, la possibilità di scegliere quali fatture vendere sulla base di una valutazione automatica basata sul rischio degli intestatari delle fatture, potrebbe aiutare le PMI che si trovano in un’area ‘grigia’ e non riescono a ottenere credito dalle banche, ma che servono clienti caratterizzati da un buon grado di solidità finanziaria. Su questo insieme, il valore delle risorse che potrebbero essere liberate si aggira intorno ai 40 miliardi di euro.

In un quadro di rallentamento congiunturale la redditività delle PMI potrebbe ulteriormente comprimersi nei prossimi anni

La congiuntura economica continua a essere dominata dall’incertezza. Tra i principali timori sull’evoluzione del quadro economico internazionale permangono quelli sulla politica commerciale americana, che ha già avuto pesanti ripercussioni sull’economia mondiale, in particolare in Germania. L’economia italiana, una delle più fragili in Europa, ha subito il rallentamento dell’economia tedesca, a cui è fortemente legata da catene di sub-fornitura. Le attese sono di una crescita dell’economia italiana debole, al di sotto di un punto percentuale in termini reali nel prossimo triennio. Queste dinamiche si riflettono sulle prospettive per le PMI: secondo le previsioni, i fatturati segneranno una netta frenata nel 2019, per poi accelerare solo leggermente nel successivo biennio.

I margini lordi saranno sostanzialmente fermi nel corso del 2019 per poi crescere a ritmi lenti. Gli indici di redditività subiranno un’ulteriore flessione:nel 2021, al termine del periodo di previsione, il ROE si attesterà al 10,4% (dall’11% del 2018). Nonostante questo scenario, la resilienza del nostro sistema di PMI caratterizzerà anche i prossimi anni: il rafforzamento patrimoniale e il calo della rischiosità dovrebbero proseguire, anche se a ritmi più lenti rispetto al passato. Il rapporto tra debiti finanziari e capitale netto è atteso al termine del periodo al 61,6% (63,2% nel 2018), il rapporto tra debiti finanziari e MOL dovrebbe attestarsi sui livelli correnti. Le PMI continueranno quindi a giocare ‘in difesa’: cresceranno poco ma continueranno ad evidenziare profili solidi. Questo porterà a un’ulteriore riduzione dei tassi di ingresso in sofferenza delle PMI, che sono attesi all’1,7% nel 2021, in calo di cinque decimi dai livelli del 2018.

Gli impatti dei sistemi d’allerta sulle PMI

Dal prossimo agosto sarà pienamente operativo il nuovo Codice della crisi di impresa che, dopo oltre settanta anni, ha riformato in modo organico la disciplina fallimentare e ha introdotto le procedure di allerta per favorire l’emersione precoce di situazioni di crisi. L’obiettivo è di favorire il risanamento di imprese che versano in una situazione di crisi temporanea e di rendere più rapida e meno costosa l’uscita dal mercato di aziende che invece sono in una situazione di crisi irreversibile.

Le procedure di allerta si basano su due pilastri: gli strumenti di allerta, che devono far emergere precocemente i casi di crisi, e gli obblighi organizzativi, secondo i quali le aziende devono dotarsi di ‘assetti organizzativi adeguati alla rilevazione tempestiva della crisi’. Le norme hanno anche affidato al Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili (CNDCEC), che ha scelto Cerved come partner scientifico, l’elaborazione di indici puntuali, che fanno ragionevolmente presumere lo stato di crisi di un’azienda. Tra gli
indici proposti, particolarmente importante il DSCR (debt service coverage ratio), che si basa sulla valutazione dell’adeguatezza dei flussi di cassa per soddisfare le esigenze finanziarie dell’azienda nei successivi 6/12 mesi. Il calcolo di questo indice può richiedere l’installazione di sistemi di tesoreria, software che al momento sono diffusi in Italia solo in un numero limitato di grandi società.

Il rispetto delle norme del nuovo Codice della crisi, in particolare l’adempimento degli obblighi organizzativi, richiederà ingenti investimenti al sistema di imprese italiane: per dotarsi di sistemi ERM (enterprise risk management) di monitoraggio del proprio rischio di default, per acquisire le competenze di risk management, per nominare e remunerare gli organi di revisione/controllo. Secondo le stime basate sulle aspettative di un panel di professionisti intervistati da Cerved, questi costi ammontano a circa 3,8 miliardi di euro all’anno (2,2 miliardi
a carico delle PMI). In caso di un’ampia diffusione dei sistemi di tesoreria, cioè con la capacità di tutte le società di capitale di calcolare il DSCR, i costi potrebbero salire a 6 miliardi di euro (2,5 miliardi a carico delle PMI e 2,5 miliardi a carico delle microimprese). Per una piccola impresa, i costi si attesterebbero a circa 15-20 mila euro all’anno; per una media i costi raddoppierebbero.

D’altra parte, procedure di emersione e di gestione efficace dello stato di crisi possono generare benefici consistenti per il sistema economico: in alcuni casi, supportando le imprese a superare una fase di difficoltà finanziaria per ristrutturarsi e tornare in attivo, in altri preservando il valore dei cespiti delle imprese per cui la crisi è invece irreversibile, attraverso procedure più rapide ed efficaci. Attraverso una what if analysis, sono stati quantificati questi benefici. Le stime vanno prese con cautela, anche per l’incertezza sulla concreta applicazione delle nuove norme. È comunque possibile trarre alcune conclusioni. Il successo della riforma dipenderà in modo cruciale da come sarà accolta e
implementata dagli imprenditori e dai professionisti coinvolti. In particolare sarà importante, da un lato, un’ampia diffusione di sistemi di tesoreria, che consentano di individuare tempestivamente situazioni di difficoltà e, dall’altro, una gestione efficace ed efficiente delle crisi da parte degli OCRI. Se il sistema affronterà la riforma in una logica di mera compliance, affidandosi esclusivamente agli indici di bilancio senza adeguare i modelli organizzativi, i costi supereranno di gran lunga i benefici: la riforma si ridurrà ad un aumento degli adempimenti contabili e organizzativi, con i costi a loro connessi, con benefici molto ridotti in termini di risanamento e gestione della crisi.

Rapporto Cerved PMI 2019

Dall’altra parte, in uno scenario di puntuale applicazione degli obblighi organizzativi, con sistemi ERM e di tesoreria diffusi tra tutte le imprese e procedure di composizione della crisi efficaci da parte degli OCRI, i benefici sarebbero ampiamente superiori ai costi (9,9 miliardi contro 6 miliardi), grazie alla capacità del sistema di ‘salvare’ molte imprese dal default e di permettere tassi più alti di recupero degli attivi nelle società comunque destinate a uscire dal mercato. I vantaggi di una diffusa adozione di sistemi ERM non sarebbero limitati alla
capacità di intercettare precocemente le crisi: questi sistemi garantiscono infatti importanti vantaggi alle aziende, consentendo di orientare le scelte relative agli investimenti e alle politiche di finanziamento, alla composizione delle fonti, al loro costo. Sono strumenti in grado di rendere le piccole imprese – a cui le banche applicano oggi tassi di interesse poco correlati con il loro rischio di default – più trasparenti: si stima un effetto di oltre un miliardo di maggiori prestiti alle piccole e alle microaziende ‘solide’, che pagherebbero meno il denaro,
e un effetto netto sul valore aggiunto quantificabile in altri 1,3 miliardi.

In altre parole, il codice della crisi offre un’occasione per formalizzare e digitalizzare le pratiche gestionali delle PMI e per migliorare la loro cultura finanziaria: un salto di qualità che, a tutt’oggi, il sistema delle imprese non sembra in grado di fare da solo. Vari operatori possono accompagnare le PMI in questo percorso. Un ruolo importante può essere giocato dal sistema bancario, che potrebbe integrare nei propri sistemi di early warning gli strumenti di valutazione adottati dalle imprese per ottemperare alla riforma. La disponibilità di flussi rilevanti di
informazioni già digitalizzate provenienti dalla fatturazione elettronica o dai movimenti dei conti correnti grazie alla PSD2 potrebbero ridurre i costi di acquisizione dei dati e rendere più agevole questo passaggio.

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