Per alimentare la crescita dell’export, il Ministero dello Sviluppo Economico ha riproposto lo strumento dei voucher indirizzandolo alle piccole-medie imprese, con un focus particolare sul Mezzogiorno. Qui SpazioDati analizza le caratteristiche dell’elenco dei beneficiari facendo uso di un modello di propensione ai mercati esteri prodotto da un algoritmo “allenato” su dati di bilancio e informazioni ricavate dal web. Se si esclude l’effetto della clausola per il Sud, il tasso di partecipazione per regione ricalca l’attuale bilancia commerciale. La fotografia per segmento produttivo, invece, rivela uno sforzo di internazionalizzazione del settore dei servizi ICT, seppure il contributo all’export sia finora limitato e la potenzialità rilevata dal modello di propensione ancora ridotta.

Premessa
Le performance dell’export alimentano la crescita dell’economia italiana: è così storicamente, ma con maggior vigore nell’ultimo anno quando hanno toccato nuovi record. Secondo i dati Eurostat(1), vi è stato un incremento da 417,3 a 448,1 miliardi di Euro dal 2016 al 2017 con un tasso di crescita (~7,4%) persino superiore alla Germania (~6,3), come sottolineato (2) dal responsabile del Ministero dello Sviluppo, Carlo Calenda.

Questi numeri sono il prodotto di un “sostanziale allineamento del ciclo economico nelle principali aree”, evidenzia il rapporto Ice-Prometeia, riferendosi, tra le altre cose, alla ripartenza degli investimenti cinesi ed alla ripresa degli Stati Uniti. Nella speranza che non cambino le regole del gioco, l’export rimane una risorsa cruciale e promettente per l’Italia come prevede lo stesso rapporto. Alla sfida della continuità e della crescita si aggiunge quella dell’omogeneizzazione di tale sviluppo il cui attuale carattere contribuisce al divario economico tra alcune aree della Penisola, ad esempio tra quelle inserite nelle supply chain tedesche (3) e quelle marginalizzate.

Lo strumento dei voucher
E’ la premessa ad ogni diagnosi sui problemi che affliggono l’economia italiana, ma tant’è: vale la pena sottolineare come il processo di internazionalizzazione debba scontare la dimensione ridotta dei tasselli che compongono il mosaico produttivo. Le PMI italiane possono difettare in parte di risorse e competenze per affacciarsi sui mercati internazionali. Per affrontare questa e le altre sfide il MISE ha rinnovato lo strumento dei voucher per l’internazionalizzazione.

I voucher sono “un contributo a fondo perduto […], in favore di tutte quelle PMI che intendono guardare ai mercati oltreconfine attraverso una figura specializzata (il cd. Temporary Export Manager o TEM)”(4). Essi hanno un importo tra i 10 e 30 mila euro e sono ripartiti in due categorie early-stage, advanced-stage . I destinatari del provvedimento sono “micro, piccole e medie imprese (PMI), costituite in qualsiasi forma giuridica, e le Reti di imprese tra PMI, che abbiano conseguito un fatturato minimo di 500 mila euro nell’ultimo esercizio contabile chiuso. Tale vincolo non sussiste nel caso di Start-up”(5).

Lo strumento dunque si concentra sulle PMI ed offre loro risorse e competenze, vincolando il consumo del voucher alla consulenza di un TEM, tra quelli accreditati presso lo stesso Ministero. Inoltre si dimostra sensibile alla questione geografica sopra accennata: il DM del 17 luglio 2017 stanzia infatti 6 dei 26 milioni di Euro del provvedimento “esclusivamente alle imprese aventi sede legale nella regioni Campania, Calabria, Basilicata, Puglia e Sicilia” (6).Il successo raccolto, in termini di adesioni, è testimoniato da un dato: sono state oltre 5000 le domande giunte al Ministero di via Veneto (7), così da suggerire la destinazione di nuove risorse per finanziare il provvedimento.

fig. 1: andamento dell’interesse per “voucher Internazionalizzazione” misurato da Google Trends(8) sulla base delle ricerche degli utenti

Score di propensione all’estero
Comprendere i flussi dell’export è anche una sfida algoritmica. SpazioDati ha utilizzato strumenti di intelligenza artificiale per creare un modello che assegna alle aziende italiane uno score di propensione ai mercati esteri.

Come per tanti modelli di intelligenza artificiale, i propellenti per la creazione sono stati due: un problema di business rilevante ed un training set , ovvero un campione consistente di dati affidabili su cui calibrare i parametri del modello. Quest’ultimo è stato ricavato principalmente dall’analisi del campo Ricavi/Vendite/Prestazioni per Area Geografica disponibile nei bilanci. In tale campo le aziende italiane riportano gli scambi commerciali con l’estero indicando il dettaglio dei Paesi o delle aree geografiche coinvolte. La compilazione di tale campo non è vincolante né vincolata a determinati formati per la menzione dei paesi esteri e la copertura non è perciò completa, neppure per le società di capitale.

Il modello sviluppato ha utilizzato variabili di natura e origine eterogenee: i dettagli sulle voci di bilancio, sul settore produttivo ma anche dati di provenienza web. Un profilo adatto ai mercati esteri è infatti riconoscibile anche grazie all’assetto del suo bilancio ed al settore in cui opera. Oltre a ciò, tuttavia, anche i siti ufficiali delle aziende sono disseminati di possibili segnali di interesse o interazione col mercato estero e, tra questi, la disponibilità dei contenuti in più lingue, la menzione esplicita di paesi esteri e l’indicazione di contatti (e.g. numeri di telefono) non italiani: un’azienda vitivinicola che abbia un ecommerce in russo ed in cinese oppure un calzaturificio con un ufficio e contatti ad Amburgo certamente hanno gli occhi puntati anche altrove.

Riepilogando, dunque, il modello considera le indicazioni esplicite ma “rumorose” del web, combinate con una dinamica di settore e le evidenze di bilancio e sceglie come pesarle in base agli schemi che ha dedotto dal campione descritto sopra per assegnare a ciascuna azienda uno score .

Un’analisi dei beneficiari
Abbiamo utilizzato questo score per interpretare e leggere i risultati del provvedimento:ci siamo soffermati sulla distribuzione geografica (per regione) e il comportamento di settore (definito tramite il codice ATECO). In particolare ci siamo chiesti quanto l’adesione allo strumento dei voucher descriva la realtà e quanto la anticipi: più propriamente quanto sia correlata alle attuali dinamiche (9), quanto al potenziale, anche inespresso, che il modello può rilevare.

Ad un primo sguardo osserviamo come le aziende che hanno ricevuto i voucher si distinguano nettamente per propensione al mercato estero rispetto a tutte le altre aziende nel perimetro di ammissibilità del provvedimento.

fig. 2: curve di distribuzione dello score di propensione al mercato estero per le aziende che hanno beneficiato dei voucher (in blu) e per le altre aziende dentro il perimetro (in verde)

Distribuzione geografica
Il provvedimento ha sollecitato la partecipazione delle PMI del Mezzogiorno riservando loro una quota dei finanziamenti. Come esito naturale troviamo Campania, Puglia e Sicilia tra le prime cinque regioni per numero di beneficiari. Tra di esse si inseriscono le regioni che guidano la classifica dell’export italiano nel 2017 ovvero Lombardia e Veneto. A seguire compaiono Emilia-Romagna e Marche, quest’ultima non tra le migliori per volumi di export, ma con un alto potenziale, calcolato come la densità relativa di aziende con alta propensione all’export secondo il nostro modello.

tabella. 1: n° di beneficiari, volume di export e potenziale secondo il modello per le regioni italiane

Su tali numeri ha influito anche la distribuzione dei Temporary Export Manager(10): vi è infatti pronunciata correlazione (0,61) tra il loro numero per regione e le adesioni.
Il successo dell’iniziativa a livello locale è probabilmente dunque il frutto della vocazione all’export e delle potenzialità alimentate da una rete di competenze e servizi in grado di
guidarle.

fig. 3: a sx in blu scuro sono evidenziate le regioni col maggior numero di beneficiari, al centro quelle col maggior potenziale secondo il modello, sulla dx la collocazione delle sedi legali dei Temporary Export Manager(11)

 

 

Distribuzione per settore
Anche la classifica dei codici ATECO presenta delle conferme: la vocazione all’export della meccanica, del comparto delle calzature, della lavorazione della plastica, dell’industria alimentare etc. Tutto ciò, tuttavia, non senza aver riservato una sorpresa proprio in cima: al primo posto per numero di beneficiari compare il settore della produzione di software non connesso all’edizione .

tabella. 2: prime cinque codici ATECO per numero di beneficiari

E’ un dato sorprendente se si guarda alla debolezza dell’export di servizi comparato a quello delle merci. Come ricorda Sace12 nel suo report annuale, l’Italia difatti scende dal 10° al 15° posto a livello mondiale se ci si restringe all’export di servizi. Un ruolo primario, tra questi, è ricoperto dal turismo: vi è dunque poca cittadinanza per l’offerta verso l’estero di servizi ICT e altri ad alto valore aggiunto. Nel frattempo il trend a livello mondiale è inequivocabile: “il peso sull’interscambio di servizi commerciali dell’aggregato che comprende i servizi d’uso della proprietà intellettuale, l’ICT e gli altri servizi alle imprese (attività di R&S, consulenze, servizi tecnici e amministrativi) è salito dal 26,8 per cento nel 2005 al 34,8 per cento nel 2013 e al 37,1 per cento nel 2015”(13).

Tale alto tasso di adesione denota un’effettiva maturazione dell’offerta? Utilizzando la misura di propensione ai mercati esteri che abbiamo elaborato tale fenomeno sembrerebbe più una fuga in avanti: i voucher come un’occasione di sperimentazione. Il rapporto tra il tasso di adesione ed il potenziale del settore (definito, come sopra per le regioni, come la densità relativa di aziende con alta propensione ai mercati esteri) è a favore della prima. II settore della lavorazione dei metalli (trattamento, rivestimento, stampaggio, profilatura), a titolo di esempio, ha un comportamento antipodale: il potenziale non ha colto in pieno l’opportunità offerta dal MISE.

fig. 4: nel grafico ciascun punto corrisponde ad un settore ATECO: sull’asse x il rapporto tra beneficiari e numero di aziende con requisiti economici ammessi dal bando, sull’asse y il potenziale (ovvero la densità di aziende con alta propensione ai mercati esteri)

 

L’export di servizi, in particolare ICT, è la componente che a livello mondiale cresce più dinamicamente. L’Italia non si trova in prima fila: molte aziende accennano i primi passi grazie ai finanziamenti dello Stato senza che il comparto mostri ancora nel suo insieme una forte attitudine per i mercati esteri.