Blockchain tra innovazione e rivoluzione. Dal palco di Cerved Next, Ferdinando Ametrano spiega come dalla convergenza di computer networking, crittografia, teoria economico-monetaria e teoria dei giochi si generi un modello di gestione del consenso e della fiducia il cui significato va ben oltre la criptovaluta

Blockchain significa, letteralmente, catena di blocchi. Il principio tecnologico che sta alla base della blockchain è sfruttare Internet per rilasciare un nuovo modello di database, distribuito e blindato, che abilita un libro mastro digitale (distribued ledger) congeniato in modo tale permettere di gestire le transazioni in bitcoin in maniera sicura. Ma l’innovazione tecnologica di questa forma di registrazione non è solo quella di eliminare la necessità di una gestione centralizzata.

Ferdinando Ametrano, professore Bitcoin and Blockchain Technology Milano Bicocca e Politecnico di Milano, sul palco di Cerved Next ha fatto chiarezza, raccontando a un fitto pubblico che cos’è la Blockchain Disruption, come funziona, quanto è sicura, a cosa serve, quanto vale ma anche quanto potrà essere sfidante per l’economia 4.0

Blockchain: che cos’è

Dal punto di vista tecnico, la blockchain è un libro mastro pubblico, dove vengono registrate le transazioni di un bene digitale, che ha il suo principio più efficace nella moneta bitcoin. Il bitcoin, non si trova da nessuna parte in forma fisica, ma esiste solo come transazione registrata su questo libro mastro digitale.

«La blockchain è un nuovo paradigma culturale – ha esordito Ametrano -: è un nuovo modo di ragionare l’economia dello scambio che trascende il concetto di moneta digitale, attraverso un’innovazione che non chiede il permesso e che si basa sul principio del consenso distribuito. Per questo la blockchain è associata alla disruption. È un po’ come all’esordio di Internet: nessuno poteva immaginare cosa sarebbe successo nel giro di pochi anni. Google, Facebook, Amazon … sembravano idee troppo estreme, eppure si sono realizzate. Oggi bisogna immaginare quali applicazioni renderà possibili la blockchain. Non sono d’accordo con l’idea che potrà risolvere qualsiasi problema: l’affidabilità del registro pubblico è un problema ancora aperto, risolto fondamentalmente solo per i bitcoin».

Per Ametrano, il bitcoin è il differenziale che consente alla blockchain di essere un modello così innovativo ed efficace. Come sottolinea l’esperto, la complessità del meccanismo di funzionamento della blockchain non è tanto nella tecnologia adottata ma nell’equilibrio che questo modello crea nel concatenamento dei vari processi di gestione da cui si genera un consenso, pubblico, distribuito e condiviso. Un modello in cui, oltre a un principio di gamification, convergono discipline complesse di computer networking, teoria economico-monetaria e crittografia.

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Blockchain: come funziona

Nel caso della criptovaluta, ogni blocco della blockchain contiene un certo numero di transazioni ed è connesso a un altro attraverso una rete punto a punto (peer to peer) che, a sua volta, si collega a un protocollo di convalida per ogni nuovo blocco che si va aggiungere alla catena. Ogni nodo (ovvero un computer connesso alla rete) riceve una copia della blockchain, scaricata in modalità automatica.

Le transazioni non vengono registrate singolarmente ma in blocchi: un blocco ogni 10 minuti. Ogni blocco, dunque, contiene un puntatore che lo collega al blocco precedente e condivide il registro di tutte le informazioni che sono state validate dal sistema.

«Nella concatenazione dei blocchi – ha ribadito Ametrano – ogni nuovo blocco è costituito da un gruppo di transazioni più recenti, che vengono registrate e aggiunte in ordine cronologico: questo consente agli operatori di mercato di tenere traccia delle transazioni in valuta digitale senza che sia necessario consultare un registro centrale».

Blockchain: quanto è sicura?

Quello che rende la tecnologia blockchain un sistema sicuro è il fatto che i dati presenti in un blocco non possono essere alterati retroattivamente senza che, a cascata, non vengano modificati anche tutti i blocchi successivi il che, per avvenire, necessiterebbe del consenso della maggioranza della rete.

«Nel caso dei bitcoin – ha precisato Ametrano – la blockchain traccia tutti i trasferimenti di possesso dei gettoni digitali, certificando chi ne sia il proprietario. I bitcoin, infatti, non sono intestati a un nome o una persona, ma a un indirizzo alfanumerico. Anche se le transazioni sono pubbliche e visibili a tutti, le controparti di ogni transazione non sono attori identificati (ed è per questo si parla di pseudonimato). È a questo punto che entra in gioco la crittografia».

La crittografia è un sistema che agisce su una sequenza di caratteri, trasformandola attraverso l’utilizzo di un algoritmo matematico. Il processo di trasformazione è basato su una chiave che rappresenta il parametro dell’algoritmo di cifratura/decifratura. È la segretezza di questa chiave a rappresentare il sigillo di sicurezza di ogni sistema crittografico.

«Per trasferire bitcoin a un altro indirizzo – ha continuato Ametrano – è necessario possedere una chiave privata corrispondente all’indirizzo a cui sono attualmente attribuiti i bitcoin e con questa autorizzare, tramite firma digitale, una transazione. Ciò garantisce la sicurezza delle transazioni, l’autenticità del messaggio e la sua non manipolazione da parte di agenti malevoli».

In realtà, la cosa più interessante della blockchain è come questo modello di registro condiviso raggiunga il consenso. Il consenso distribuito in rete, ha precisato l’esperto, è un problema di computer science sostanzialmente irrisolvibile. Satoshi Nakamoto, nome a cui si attribuisce il primo blockchain distribuito che ha dato vita alla valuta digitale bitcoin, lo ha risolto con un escamotage, applicando nel 2008 un principio di gamification, inserendo nel processo della blockchain un incentivo economico tale per cui i nodi della rete siano onesti e affidabili.

«Il nodo che per primo riesce a validare le transazioni creando un nuovo blocco (detto nodo di mining, o miner) – ha spiegato Ametrano – è ricompensato con l’emissione di nuovi bitcoin. La blockchain, infatti, comporta una specie di gara. La remunerazione è cruciale per incentivare il comportamento onesto del miner: se un blocco contenesse transazioni invalide sarebbe rigettato dagli altri nodi, con l’effetto di annullare anche la ricompensa del miner contenuta nel blocco stesso. Il meccanismo è analogo a quello della creazione di moneta da parte delle banche centrali, che produce l’utile che si chiama rendita di signoraggio. Nel caso dei bitcoin si dice che la rendita viene socializzata, a beneficio di tutti nella rete. Questo è possibile solo avendo un asset digitale nativo sulla blockchain, cioè sfruttando la ricchezza che origina dal signoraggio (cioè dal battere moneta) per incentivare l’onestà e coprire i costi del network».

Se in passato questo tipo di attività poteva essere svolta da chiunque col proprio pc, oggi i nodi sono svolti da centri di calcolo specializzati. Si è innescato infatti un circolo virtuoso: l’emissione di nuovi bitcoin remunera i miner, i miner competono per questa ricompensa economica e investono quindi in sempre maggiore potenza computazionale, maggiore potenza computazionale rende il network più sicuro, maggiore sicurezza fa crescere il valore dei bitcoin, la remunerazione è ancora più appetibile per i miner.

Il risultato è che il bitcoin rappresenta il nuovo oro digitale con cui presenta diverse affinità: come è stato per l’oro, la sua adozione non è stata pianificata centralmente, ha condizionato in modo spontaneo qualsiasi sistema monetario internazionale, può essere trasferito ma non duplicato e può essere speso una volta sola, non potendo essere clonato.

Blockchain: a che cosa serve

La Blockchain è lo specchio della Data Economy: attraverso una rete di pagamento gratuita e istantanea, i dati vengono trasferiti a costo zero, sette giorni su sette, 24 ore su 24. La funzione primaria di una Blockchain è, dunque, di certificare transazioni tra persone. Come ha ricordato Ametrano, questa innovazione senza permessi, veloce ed efficace, che non ha bisogno di alcun meccanismo di sicurezza centralizzato, nessuna barriera in ingresso e nessun controllo editoriale, è un emblema della business disruption. La Blockchain, infatti, è un punto di rottura analogo all’innovazione della posta elettronica (che non è stata progettata da un consorzio di agenzie postali) o da Internet (che non è stato sviluppato da un consorzio di società di telecomunicazioni). Ecco perché, più ancora che una criptovaluta, il bitcoin e una cripto-commodity.

«Un’innovazione importante della Blockchain è la cosiddetta notarizzazione – ha aggiunto Ametrano -. È il time stamping a fungere da timbro digitale, conferendo una data certa su un certo file digitale. L’impronta digitale univoca di una base dati, infatti, viene associata a una transazione bitcoin, come se venisse scritta nel campo causale della transazione. Lo stesso sistema di sicurezza che impedisce la manipolazione della transazione bitcoin, garantisce l’immutabilità e la datazione di quell’impronta digitale. È come depositare un atto presso un notaio Blockchain. I servizi di notarizzazione sono a mio avviso le uniche applicazioni non monetarie della blockchain: l’hash value di una base dati, cioè la sua impronta digitale univoca, viene memorizzata sulla blockchain e diventa di fatto immutabile certificando l’esistenza di quella base dati e consentendo di verificare la sua non alterazione. Se bitcoin è oro digitale, la notarizzazione è l’equivalente della gioielleria: un valore aggiunto altrettanto prezioso. Senza servizi di notarizzazione, infatti, i registri distribuiti e le blockchain private di cui si parla tanto non saranno possibili”.

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Blockchain: quanto vale

Il valore della blockchain non è direttamente proporzionale al valore dei bitcoin. Il valore del bitcoin, infatti, è soggetto ad ampie fluttuazioni di prezzo, il che rientra nella volatilità tipica di quando sul mercato arriva qualcosa di totalmente nuovo, che si fa fatica a capire.

«Un criterio di valutazione del bitcoin è la misura della sua diffusione – ha detto Ametrano – secondo il principio per cui l’utilità e il valore di una rete sono proporzionali al quadrato del numero degli utenti. Oggi il bitcoin ha 50 milioni di investitori: se diventassero 350 milioni, il potenziale upside sarebbe di 50 volte il prezzo attuale, ovvero 400mila dollari per bitcoin. Il che non significa che bisogna investire massicciamente nei bitcoin: si può anche acquistare solo una frazione, una percentuale piccola e ragionevole in una logica di diversificazione. In finanza i rendimenti sono la remunerazione dei rischi. Il bitcoin ha rendimenti altissimi perché ha rischi altissimi. Questo non significa che io sia un promotore dei bitcoin: si tratta di un esperimento ardito che, in quanto tale può fallire. Ma non è una truffa: è un esperimento culturalmente e tecnologicamente fondato rispetto al quale il bitcoin rappresenta un bene rifugio incensurabile, trasportabile istantaneamente, con costi praticamente nulli e, in questo senso, risorsa migliore dell’oro».

Essendo l’offerta di bitcoin inelastica, non può essere considerata però alla stregua di una valuta tradizionale. Lo sforzo principale che bisogna fare è comprendere la sua natura. La Corte di giustizia europea, ad esempio, ha stabilito che sui bitcoin non si paga l’Iva.

«L’argomento è certamente complesso e controverso – ha concluso Ametrano -. Per questo, parafrasando Confucio, quando un uomo saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito. Analogamente, quando l’uomo saggio indica i bitcoin, gli stolti guardano alla blockchain. Non esiste blockchain senza bitcoin, senza cioè un asset digitale nativo».

Guarda il video dell’intervento

 

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