In base agli ultimi bilanci disponibili (2016), i circa 8 mila comuni italiani hanno accumulato più di 23 miliardi di euro di crediti di difficile riscossione. Si tratta di crediti di parte corrente – tipicamente esigibili in tempi brevi – che però sono sorti da almeno 12 mesi, una posta che gli enti pubblici devono contabilizzare in una specifica voce di bilancio.

Il dato risulta in forte crescita rispetto ai 20 miliardi dell’anno precedente (+15%) e rappresenta una quota molto rilevante sul complesso delle entrate di parte corrente dei comuni: il 47%, in aumento di 5 punti percentuali rispetto a due anni prima. In altri termini, quasi la metà delle entrate correnti – che sono costituite principalmente da tributi – non sono incassate entro dodici mesi ed esiste un’elevata probabilità di non riuscire a vedere soddisfatto quel credito.

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D’altra parte, la probabilità che un ente pubblico entri in dissesto economico è fortemente correlata con la capacità dell’ente di incassare in tempi brevi i propri crediti. Il valore pro-capite di questi crediti è infatti pari a solo 76 euro per i comuni finanziariamente più solidi, a cui Cerved assegna uno score economico-finanziario migliore, e cresce fino a 541 euro per i comuni più fragili (contro un valore medio, in Italia, pari a 186 euro). La cattiva notizia è che quasi 10 miliardi di questi crediti di difficile riscossione sono in comuni che Cerved classifica con uno score pari o superiore a 8, quindi in situazione di squilibrio.

Una cattiva gestione dell’attivo ha ripercussioni dirette sui fornitori degli enti: dai dati è evidente che nelle regioni dove i crediti di difficile riscossione dei comuni sono mediamente più alti, sono più elevate anche le attese per i pagamenti degli  stessi comuni.

Le performance sono molto eterogenee con una situazione decisamente più complicata tra i comuni del Centro-Sud. Con circa 506 euro di crediti sorti da più di 12 mesi per abitante, la Calabria è infatti la regione con il valore più alto, seguita da Campania (410 euro), Sicilia (361 euro), Lazio (327 euro) e Molise (278 euro). Viceversa, le regioni con i comuni più virtuosi risultano Trentino Alto Adige (51 euro pro-capite), Veneto (56 euro), Friuli Venezia Giulia (70 euro) e Lombardia (84 euro).

I bilanci dei singoli comuni indicano che la situazione può raggiungere livelli patologici. In alcuni casi si tratta di piccoli comuni come Las Plassas (in Sardegna), in cui l’ammontare di crediti sorti da oltre 12 mesi supera addirittura i 5 mila euro per abitante o Isole Tremiti (più di 4 mila euro). Anche se si considerano i comuni maggiori (almeno 100 mila abitanti), non mancano casi critici, come Napoli, Reggio Calabria, Roma, Salerno in cui i crediti sorti da più di 12 mesi sono abbondantemente oltre i 1.000 euro, con un’incidenza che supera il 100% delle entrate correnti. Viceversa, Forlì, Trento e Vicenza sono i comuni più virtuosi con un ammontare di crediti anziani che rappresenta una quota inferiore al 5% del totale delle entrate correnti.

Performance così eterogenee non dipendono solo da divari territoriali, che pure rappresentano un fattore importante. Il ruolo dei comuni e di chi ne gestisce l’attivo può infatti essere determinante.

Il quadro normativo non aiuta. Manca infatti una disciplina organica e le regole sono poco chiare e datate: gli strumenti per la riscossione coattiva sono regolati da un Regio Decreto del 1910. Tuttavia i comuni possono già esternalizzare le “funzioni di supporto o propedeutiche all’accertamento o alla riscossione” a soggetti specializzati. Quelli che lo hanno fatto, hanno ottenuto risultati brillanti, con benefici indiretti anche sulle tendenze dei contribuenti e quindi sui numeri della riscossione spontanea.