Dopo aver subito una marcata flessione negli ultimi sette anni (dal 7,5% del 2012 al 2,9% del 2019), nel prossimo biennio i tassi di deterioramento delle imprese italiane ritorneranno a crescere a causa del Covid. I flussi di nuovi crediti deteriorati raggiungeranno un picco del 4% nel 2021, per poi calare nuovamente al 3,3% nel 2022 mantenendosi su livelli comunque più alti rispetto ai valori pre-Covid.

Nonostante l’aumento della rischiosità dovuto al Covid, che riguarderà tutte le classi dimensionali, i nuovi crediti in default si manterranno su livelli distanti rispetto ai picchi raggiunti nel 2012, con incrementi più significativi per le aziende di piccola e media dimensione e le imprese operanti nell’edilizia e nei servizi. Simili dinamiche si confermerebbero, in un quadro di complessivo peggioramento, anche nel caso di una nuova ondata di contagi in autunno (scenario pessimistico). Questi sono, in sintesi, i principali risultati emersi dall’Outlook AbiCerved, che in questa edizione analizza l’andamento del flusso di crediti deteriorati delle imprese, con spaccati a livello di classe dimensionale, settore e area geografica, tenendo conto dell’impatto del Covid sul sistema produttivo italiano.

I crediti deteriorati delle imprese italiane prima del Covid

Gli ultimi dati della Banca d’Italia evidenziano come a inizio 2020 il sistema bancario avesse pienamente superato la fase di emergenza dei crediti deteriorati, che aveva raggiunto l’apice nel 2015. A marzo 2020, lo stock di crediti deteriorati lordi è di 131 mld di euro, un valore in contrazione del 22,2% su base annua e pari a poco più di un terzo rispetto al picco di 360 mld raggiunto alla fine del 2015. A guidare il calo dello stock di NPL sono le sofferenze lorde che si attestano a quota 68 mld (-23,7%), mentre il resto dei crediti deteriorati ammonta a 63 mld di euro (-20,4%), di cui la gran parte costituiti da inadempienze probabili (59 mld; -21,8%) e 4 mld corrispondenti ad esposizioni scadute.

stock NPL

Un contributo significativo alla contrazione dello stock dei crediti deteriorati è stato fornito nel corso del 2019 dalla flessione dei tassi di deterioramento delle società non finanziarie, passati dal 3,2% del 2018 al 2,9%. La riduzione ha interessato tutte le classi dimensionali, con cali particolarmente marcati per le micro (dal 3,5% al 3,2%) e le piccole imprese (dal 2,4% al 2,1%), con queste ultime che fanno registrare il differenziale più alto rispetto ai valori pre-crisi finanziaria (3,1% nel 2006 ).

A livello settoriale, il trend del 2019 evidenzia un calo dei nuovi crediti in default diffuso a tutti i comparti. Il settore che mostra una flessione più marcata è quello delle costruzioni, che fa registrare una riduzione dal 4,7% al 4%, restando comunque il comparto con i tassi più alti; in netta discesa anche i servizi (dal 3,2% al 2,8%), che si consolidano ampiamente al di sotto dei livelli pre-crisi (3,6% nel 2007), mentre agricoltura e industria fanno registrare riduzioni più contenute nell’ordine del decimo percentuale (rispettivamente 3,1% e 2,3% nel 2019), con quest’ultima che si conferma il settore con i tassi più bassi.

Gli effetti del Covid-19 sui nuovi NPL

Gli effetti prodotti dallo shock economico generato dal Covid-19 genereranno un’inversione di tendenza, con una nuova crescita del tasso di default dei nuovi prestiti concessi alle imprese.

Per cogliere gli effetti della pandemia sui tassi di deterioramento delle società non finanziarie, i modelli predittivi di Cerved sono stati proiettati su due diversi scenari macroeconomici: uno scenario baseline, in linea con le previsioni del DEF, e uno scenario più pessimistico che assume una nuova ondata di contagi in autunno e il protrarsi della situazione di incertezza.

Secondo le previsioni, dopo aver raggiunto nel 2019 i livelli più bassi della serie storica post-crisi finanziaria (2,9%), nel biennio 2020-21 i tassi di deterioramento delle società non finanziarie torneranno a salire, con l’incidenza dei flussi di nuovi prestiti in default sul totale dei prestiti in bonis prevista al 3,8% nel 2020 e al 4% nel 2021, per poi ridursi nuovamente al 3,3% nel 2022. Considerando lo scenario pessimistico, i tassi di deterioramento raggiungerebbero il 4,5% nel 2020, portandosi al 4,6% nel 2021 per poi calare al 3,8% al termine del periodo di previsione. Nel 2022 i tassi di deterioramento sarebbero comunque su livelli inferiori o prossimi a quelli pre-crisi finanziaria (3,7% nel 2007).

L’impatto dell’emergenza sanitaria nel biennio 2020-21 sarà maggiore per le piccole (da tassi del 2,1% del 2019 al 3,5% del 2021) e per le medie imprese (dall’1,7% al 3,1%), soprattutto nello scenario pessimistico (rispettivamente 4,2% e 3,8% nel 2021). A livello settoriale, i comparti più colpiti saranno l’industria (dal 2,3% del 2019 al 3,5% del 2021) e le costruzioni (dal 4% al 5,1%) nello scenario base, mentre nello scenario pessimistico il settore più impattato è quello dei servizi (dal 2,8% del 2019 al 4,5% del 2021).

Al termine del periodo di previsione, i tassi di deterioramento delle piccole (2,1%) e delle grandi imprese (1,3%) si riporteranno sui livelli pre-Covid, mentre quelli di micro e medie imprese rimarranno su livelli più alti del 2019 (rispettivamente 3,6% e 2,1% contro 3,2% e 1,7% del 2019) ma comunque inferiori rispetto al 2007 (rispettivamente 3,8% e 2,2% nel 2007). Per effetto di queste tendenze, il divario tra i tassi di deterioramento delle diverse classi dimensionali tenderà ad aumentare, portandosi al termine del periodo di previsione a un differenziale di oltre due punti percentuali (3,6% per le microimprese e 1,3% per le grandi).

A livello settoriale, al termine del periodo di previsione l’edilizia risulterà il comparto più danneggiato dallo shock generato dal Covid-19, con tassi di deterioramento che dopo aver raggiunto il 5,6% nel biennio 2020-21 si porteranno al 5,3%, a valori nettamente superiori al 4% del 2019 e ai livelli del 2007 (3,9%). Nel comparto industriale il peggioramento dei tassi di deterioramento risulterà più contenuto, con una lieve inversione di tendenza riscontrabile già a partire dal 2021 (3,4%) e la chiusura del periodo di previsione al 2,4%, un valore molto vicino ai livelli pre-Covid e inferiore al 2007. Nel settore dei servizi i tassi di deterioramento toccheranno il 3,9% nel 2021 per poi calare al 3,2% nel 2022, a livelli superiori rispetto ai tassi del 2019 (2,8%) ma più bassi rispetto alla fase precedente alla crisi finanziaria (3,6% nel 2007). Nel 2022 il divario tra i diversi settori aumenterà per effetto del netto peggioramento nelle costruzioni e della sostanziale tenuta dei tassi nell’industria.

Lo scenario pessimistico

Assumendo uno scenario pessimistico, le previsioni sui tassi di deterioramento subiscono per il prossimo biennio un ulteriore peggioramento. In particolare,  i nuovi crediti in default salgono al 4,5% nel 2020 (contro il 3,8% dello scenario baseline), al 4,6% nel 2021 (contro il 4%) per poi calare e chiudere al 3,8% nel 2022 (contro il 3,3%), un valore più alto di nove decimi di punto percentuale rispetto al pre-Covid.

A livello dimensionale questo si rifletterà in un ulteriore rialzo dei tassi soprattutto per le piccole (+1% di differenziale rispetto allo scenario baseline nel 2020 e +0,7% nel 2021) e le medie imprese (+0,7% rispetto allo scenario baseline nel 2020-21). A livello settoriale, lo scenario peggiorativo incide sul peggioramento dei tassi di deterioramento soprattutto nel settore dei servizi (+0,9% rispetto a baseline nel 2020 e +0,6% nel 2021) e nell’industria (+0,4% nel 2020 e +0,5% nel 2021). Relativamente meno pronunciato l’impatto dello scenario pessimistico nel comparto edilizio, già caratterizzato da tassi di deterioramento molto alti (+0,5% nel 2020 e +0,4% nel 2021).

NPL dimensione

NPL settore