Durate dei fallimenti in calo nel 2015

Lo scorso agosto il Governo ha approvato un pacchetto di misure in materia di giustizia, con lo scopo di rendere più snelle le procedure concorsuali ed esecutive e di velocizzare lo smaltimento delle sofferenze nei bilanci delle banche, che a marzo si attestano a 197 miliardi di euro. In particolare, sono stati introdotti dei termini più stringenti per i curatori fallimentari, allo scopo di accelerare la liquidazione delle imprese fallite, accorciando così la durata dei fallimenti.

I dati tratti dal Registro delle Imprese, indicano che nel 2015 i tempi medi di chiusura delle procedure fallimentari si sono ridotti di sette mesi, dagli 8 anni circa del 2014 a 7 anni e 5 mesi del 2015. È una tendenza iniziata già prima dell’introduzione delle nuove norme, che porta le durate medie ai tempi del 2007, ben al di sotto dei quasi 9 anni sfiorati nel 2010 e nel 2011. Le nuove regole sembrano invece aver già incentivato i tribunali ad aumentare il numero di pratiche lavorate: tra settembre 2015 e marzo 2016, si osserva un aumento del numero di fallimenti chiusi del 13%, che inverte la tendenza dei primi otto mesi dell’anno (-5%).

Le statistiche evidenziano una forte eterogeneità delle durate, con la metà delle procedure chiuse nel 2015 che hanno durata inferiore a 4 anni e mezzo e una coda lunga nella distribuzione, con oltre 100 fallimenti che sono durati più di 25 anni. Anche dal punto di vista territoriale le durate hanno una forte variabilità: a parità di norme, nelle province più efficienti si impiegano, in media, solo 3-4 anni per chiudere un fallimento, un quinto dei tempi necessari per chiudere un fallimento nelle province più lente (oltre 15 anni).

La durata dei fallimenti chiusi nel 2015

Secondo i dati tratti dal Registro delle Imprese, nel 2015 i tribunali italiani hanno chiuso più di 10 mila procedure fallimentari, in leggero aumento rispetto all’anno precedente (+2,1%). Per il quinto anno consecutivo, però, il numero di pratiche che i tribunali sono riusciti a chiudere è inferiore rispetto a quelle in entrata: nel 2015, nonostante il calo registrato, sono infatti stati dichiarati 15 mila nuovi fallimenti, quasi 5 mila in più rispetto a quelli chiusi.

La durata delle procedure fallimentari chiuse è comunque risultata in netta diminuzione. In media, i fallimenti chiusi nel 2015 hanno avuto una durata di 7 anni e 5 mesi, sette mesi in meno rispetto a quelli chiusi nei due anni precedenti (8 anni) e oltre un anno e mezzo in meno rispetto al picco toccato nel 2010 (quasi 9 anni). Si tratta del livello più basso osservato dal 2007.

I dati del 2015 evidenziano che la durata dei fallimenti ha un’elevata varianza, con una distribuzione caratterizzata da una coda molto lunga e più di 100 fallimenti chiusi che duravano da oltre venticinque anni. Proprio a causa di questa coda lunga, la mediana della distribuzione risulta significativamente minore rispetto alla media (la metà delle procedure è stata chiusa entro 4 anni e mezzo); il quarto dei fallimenti più veloci dura meno di due anni, mentre il quarto più lento ha una durata superiore a 10 anni e 5 mesi.

Anche per effetto delle riforme varate nel 2006, che hanno escluso le imprese di dimensioni più piccole dall’ambito di applicazione della disciplina fallimentare1, è cresciuto il peso di fallimenti chiusi che riguardano società di capitale (dal 56% dei fallimenti chiusi nel 2006 al 69% del 2016), mentre è diminuito in modo considerevole il peso delle società di persone (dal 28% al 15%). In parte questo fenomeno ha contribuito a ridurre le durate dei fallimenti: i dati indicano che, in media, le procedure durano meno per società di capitale (6,5 anni) e per le altre forme giuridiche (6,6 anni), rispetto a società di persone (10,3 anni) e alle imprese individuali (9 anni). Anche la dinamica delle durate varia in base alla forma giuridica delle imprese: tra 2014 e 2015, i fallimenti sono durati sette mesi in meno per le società di capitale e per le imprese individuali, 17 mesi in meno per le altre forme giuridiche, mentre è rimasto sugli elevati livelli dell’anno precedente per le società di persone.

fallimenti


[1] D.L. 9 Gennaio 2006, n.5 e il D.lgs. 169/2007 hanno innalzato le soglie di fallibilità: prima erano esclusi dall’ambito di applicazione delle norme fallimentari solo i piccoli imprenditori, coloro con un reddito inferiore al minimo imponibile; successivamente non sono fallibili solo le imprese che congiuntamente dimostrano negli ultimi tre anni di aver investito meno di 300 mila euro, di avere ricavi inferiori a 200 mila euro e con debiti scaduti inferiori a 500 mila euro.

Questi dati, insieme ai dati relativi ai bilanci per le società che hanno l’obbligo di deposito in Camera di Commercio elaborati da Cerved, sembrano suggerire che difficoltà nella rilevazione dell’attivo delle imprese in procedura o bassi livelli di attivo possano allungare i tempi per chiudere le pratiche. Molto spesso, le imprese in crisi non adempiono all’obbligo di deposito del bilancio: se si considera l’anno prima della dichiarazione del fallimento, mancano negli archivi camerali i bilanci relativi all’82% delle società per cui è stata chiusa una procedura; la percentuale diminuisce al 41% se si considerano i tre anni precedenti al fallimento. Queste stesse imprese impiegano, in media, 7 anni per chiudere un fallimento. Al crescere dell’attivo, si riducono i tempi medi di chiusura dei fallimenti, ma fino a una certa dimensione (5,5 anni per le società con attivo compreso tra 500 mila e 1 milione di euro); successivamente, probabilmente al crescere della complessità delle procedure, le durate tornano ad aumentare, a 6,4 anni per le società con un attivo compreso tra 1 e 5 milioni di euro e a 7,7 anni per le società con un attivo superiore ai 5 milioni di euro. Il quadro è molto simile se, in luogo dell’attivo, si considerano i debiti dell’impresa per cui è stato chiuso il fallimento.

Un altro elemento che incide in misura rilevante sulla durata dei fallimenti è la presenza di lavoratori all’interno dell’impresa in procedura. Non sorprendentemente, all’aumentare del numero degli addetti si allungano le durate dei fallimenti, da 4,5 anni per le imprese con meno di 5 lavoratori a 8,3 anni per quelle che invece impiegano almeno 50 addetti.

Gli effetti della riforma di agosto

Lo scorso agosto è stata approvata la Legge n. 132, recante “misure urgenti in materia di procedure concorsuali e di giustizia”. Il pacchetto – che ha previsto importanti modifiche alla disciplina fallimentare, alle procedure esecutive e alla fiscalità delle perdite derivanti da svalutazioni su crediti delle banche – comprende anche nuove norme che disciplinano l’attività dei curatori fallimentari, con lo scopo di accelerare il programma di liquidazione dei beni della società e quindi di abbreviare le durate dei fallimenti. In particolare, le modifiche hanno introdotto per il curatore un termine di 180 giorni, a decorrere dalla sentenza di fallimento, per il deposito del programma di liquidazione, e un termine di due anni (prorogabile in alcuni casi) per la conclusione delle operazioni di liquidazione dell’attivo fallimentare: il mancato rispetto di questi termini determina la revoca del curatore. Non solo, con le nuove norme, giudizi pendenti di cui il fallimento è parte non ne impediscono la chiusura: in questi casi, il curatore è tenuto ad accantonare le somme necessarie per far fronte a tali giudizi.

I dati evidenziano che, dall’entrata in vigore della legge, è risultato in forte aumento il numero di procedure chiuse dai tribunali: nel 2015, tra gennaio e agosto, sono infatti stati chiusi 6.383 fallimenti, il 5% in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente; da settembre in poi (con la nuova legge), i fallimenti chiusi sono 4.271, il 13% in più rispetto agli ultimi quattro mesi del 2014. Questa tendenza si è rafforzata nei primi tre mesi del 2016, in cui si contano poco meno di 3 mila chiusure, il 16% in più rispetto all’anno precedente, in cui la nuova legge non era in vigore.

Dopo l’introduzione delle nuove norme, negli ultimi mesi del 2015 e nei primi mesi del 2016, il maggior numero di chiusure è stato accompagnato da una riduzione dei tempi medi dei fallimenti chiusi: nel quarto trimestre 2015, i fallimenti sono durati in media 7,5 anni, 8 mesi in meno rispetto al quarto trimestre del 2014; nei primi tre mesi del 2016, in media 6 anni e 11 mesi, 7 in meno dello stesso periodo dell’anno precedente. La tendenza sembra però iniziare già prima della riforma di agosto: il calo delle durate post riforma (-7,9% tra settembre 2015 e marzo 2016 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente) non si allontana da quello dei mesi precedenti (-7,8%).

La quota di fallimenti chiusi entro i due anni, il termine individuato dalla legge per la liquidazione, è il massimo osservato dal 2006: nel periodo post-riforma (settembre 2015-marzo 2016), la percentuale di procedure con durata inferiore a due anni ha superato il 20%, proseguendo una tendenza positiva avviata già da qualche anno.

I fallimenti chiusi per regione e provincia

La durata dei fallimenti presenta una spiccata variabilità territoriale, con tempi che nel Mezzogiorno sono in genere superiori a quelli che si osservano nel Nord, anche se con diverse eccezioni. Tra le regioni, la durate vanno da un minimo di 5,3 anni in media in Trentino Alto Adige, a un massimo di oltre il doppio, 11,6 anni, in Sicilia. Tra le province la variabilità è ancora maggiore: le più efficienti sono Trieste (3,1 anni), Bolzano (4,2 anni) e Como (4,6 anni), che impiegano oltre dieci anni in meno di quanto si osserva nelle province più lente, Siracusa (più di 16 anni), Messina (più di 14 anni) e Vercelli (14 anni).

Tra il 2014 e il 2015 l’aumento del numero di fallimenti chiusi ha riguardato meno della metà delle 20 regioni italiane (Lombardia, Veneto, Abruzzo, Emilia Romagna, Toscana, Friuli Venezia Giulia, Marche, Umbria, Molise), mentre il calo delle durate è stato un fenomeno più diffuso, al quale sono estranee solo il Piemonte (da 6,4 a 6,6 anni), la Sardegna (da 9,1 a 9,3 anni) e la Valle d’Aosta (da 8,8 a 9,7 anni). Tra le 105 province censite, in 67 casi (64%) i tempi delle procedure si sono ridotti.

Se si osserva il periodo successivo alla riforma di agosto (i sette mesi da settembre 2015 a marzo 2016), sono solo sei le regioni in cui il numero di pratiche chiuse è risultato in calo rispetto ai dodici mesi precedenti (Basilicata, Calabria, Liguria, Puglia, Sardegna e Umbria); nelle altre regioni si osservano invece aumenti a ritmi elevati, tra cui spiccano quelli del Trentino (+31%) e del Lazio (+27%). Dati di maggiore dettaglio indicano che il numero di procedure chiuse è risultato in aumento in quasi due terzi delle province (nel 63% dei casi). Nello stesso periodo, le durate sono in calo in tutte le regioni, con le sole eccezioni di Abruzzo, Marche, Puglia e Sardegna. Tra le province, i cali si osservano nel 60% dei casi.