Il CSM interviene a favore dell’organizzazione del settore delle procedure concorsuali nella “fase 2” dell’emergenza Covid-19

Cari Lettori,

nella  Iusletter de” La Scala Società tra Avvocati” nelle scorse settimane, abbiamo, in più occasioni, cercato di fornire un quadro il più possibile chiaro e aggiornato con riguardo agli effetti che la normativa d’urgenza ha avuto (e continua ad avere) sulle procedure concorsuali con riguardo anche ai protocolli adottati da alcune sezioni fallimentari e alle modalità con le quali, concretamente, sono state gestite tali procedure.

Interviene il Consiglio Superiore della Magistratura che, con una delibera plenaria adottata il 4 giugno, dopo aver ripercorso proprio i provvedimenti assunti dal Governo nel pieno dell’emergenza Covid, ha affermato che: tali “disposizioni hanno inevitabilmente determinato la stasi dell’attività giudiziaria non urgente, incidendo fortemente anche sui settori delle esecuzioni immobiliari e delle procedure concorsuali, indubbiamente nevralgici per la funzionalità del sistema sotto il profilo della circolazione delle risorse economiche”.

Il tema del danno subito dai creditori a causa della mancata distribuzione di somme già disponibili e derivanti dal realizzo di beni delle procedure è, in realtà, già noto e attenzionato da qualche settimana.

Come Studio La Scala ci siamo fatti portavoce della necessità di reimmettere, nel più breve tempo possibile, tali somme nel circuito economico ponendo tale tema all’attenzione dei Giudici Delegati.

Alcuni Tribunali Fallimentari si sono pronunciati nel senso di autorizzare i Curatori a prelevare dal conto corrente del relativo fallimento quantomeno una parte della somma da attribuire per esempio al creditore ipotecario, senza appunto dover attendere il piano di riparto. Si vedano in tal senso, a mero titolo esemplificativo, i decreti emessi, tra gli altri, dai Tribunali di Milano, Roma, Sanremo, Genova, Biella e il provvedimento reso dal Tribunale di Varese il quale, proprio in considerazione della natura ipotecaria del credito, ha autorizzato la Curatela ad anticipare al creditore, nelle more della predisposizione del progetto di riparto, una somma a titolo di acconto sul maggior credito spettante allo stesso (cfr. Trib. Varese del 26 ottobre 2007 – Fall. Terzaroli S.a.s. –G.D. Dott. Lualdi).

Anche nella decretazione d’urgenza – con riferimento alla sospensione del decorso dei termini prevista dal Decreto-Legge n. 18 del 17.03.2020 e dal successivo Decreto-Legge n.23 del 8.04.2020 – l’attività di ripartizione delle somme in sede concorsuale assume la qualifica di attività “urgente” sulla base di quanto previsto dall’art. 83, comma 3, lett.a), D.L. n. 18/20, che consente che siano, appunto, dichiarati urgenti i procedimenti la cui ritardata trattazione può produrre grave pregiudizio alle parti.

Tale urgenza è stata recepita da numerosi Tribunali italiani, anche attraverso l’emissione da parte dei Presidenti delle Sezioni Fallimentari di Circolari aventi carattere generale, con le quali i Curatori sono stati invitati a predisporre perentoriamente progetti di riparto nell’ambito delle procedure concorsuali pendenti, proprio al fine di non pregiudicare gli interessi economici del ceto creditorio e, anzi, di temperare gli effetti economici oltremodo negativi innescati dall’emergenza sanitaria.

Si ricordano in proposito le istruzioni fornite dal Presidente della Sezione Fallimentare del Tribunale di Milano, con la Circolare del 16.04.2020, di cui si è già conto nella nostra Iusletter:

“Il Presidente, all’esito della riunione organizzativa 47 quater del 10.04.2020 tenuta da remoto mediante teams, comunica che la sezione, in persona di ciascun giudice ha ritenuto l’attività di ripartizione dei fallimenti URGENTE, ai sensi dell’art. 83 comma 3 DL 18 /2020, ciò alla luce della situazione di grave necessità finanziaria del Paese in generale sottolineata anche dal DL 23 dell’8.4.2020, nonché delle imprese, dei lavoratori, dei professionisti che compongono il ceto creditorio di qualunque procedura concorsuale, anche al fine di reimmettere in circolo immediatamente le risorse finanziarie recuperate dalle procedure concorsuali per evitare il grave pregiudizio soggettivo per i creditori che il ritardo nella trattazione di questa materia certamente determina.

Conseguentemente sono state studiate modalità specifiche per la dichiarazione di esecutività del piano di riparto parziale o finale che sia, durante il periodo di sospensione, la cui esecuzione, come si è già detto nella circolare 10.3.2020, avviene attraverso i mandati telematici.

Il giudice DISPONE quindi che il Curatore provveda a dare tempestiva comunicazione del deposito del piano di riparto e del decreto che ordina il deposito a tutti i creditori ammessi al passivo, ai creditori in prededuzione non soddisfatti, a coloro che hanno proposto opposizione a mezzo PEC, avvertendoli esplicitamente che i documenti giustificativi sono consultabili presso il suo studio in via telematica previa richiesta e che, ESSENDO INTERVENUTA LA DECLARATORIA DI URGENZA ed essendoci problematiche di contenimento dei rischi pandemici, l’approvazione si deve svolgere con modalità che limitino i contatti interpersonali diretti. Pertanto eventuali reclami o semplici osservazioni devono essere presentati con invio e deposito telematico , sia al curatore alla pec del fallimento che alla mail del curatore dal medesimo comunicata ( stanti le problematiche di riduzione del personale al solo presidio che impediscono di effettuare efficaci controlli sulla mail di cancelleria ) entro 15 giorni dalla ricezione della comunicazione del decreto che ordina il deposito in cancelleria con le modalità di cui all’art. 36 l.f. , non applicandosi la sospensione sino al 11.05.2020” .

Parimenti, la natura urgente delle operazioni di distribuzione in ambito concorsuale è stata via via recepita da numerosi Tribunali italiani, che, in alcuni casi, hanno imposto ai Curatori di provvedere alla immediata ripartizione dell’attivo delle Procedure ove questo sia superiore a specifiche soglie e che, in molti casi, hanno altresì disposto altresì che i termini per la presentazione di reclami ex art. 36 l.f. avverso il progetto di riparto delle Curatele non siano soggetti alla sospensione di cui ai Decreti-Legge nn. 18\2020 e 23\2020 (ex multis, Circolare del 23 marzo 2020 del Tribunale di Bologna – Sezione IV Civile e delle Procedure Concorsuali; Circolare del 18.03.2020 del Tribunale di Catania – Sezione Fallimentare; Circolare del 30.03.2020 del Tribunale di Benevento – Sezione II Civile; Circolare del 2.04.2020 del Tribunale di Bergamo – Seconda Sezione Civile; Circolare del 14.04.2020 del Tribunale di Verona.

Intervengono ora le linee guida del CSM che, con riferimento ai piani di riparto, testualmente recitano:

“nell’ottica di attenuare le ripercussioni economiche negative innescate dall’emergenza epidemiologica e connesse al blocco delle attività produttive, anche nell’ambito delle procedure concorsuali vanno favorite ed accelerate le operazioni di riparto, parziale e finale, delle liquidità conseguite. Occorre evitare, quindi, anche in relazione a tali procedure, che risorse già suscettibili di distribuzione rimangano infruttuosamente depositate sui conti bancari della procedura. A tal fine si raccomanda d’invitare i curatori, i liquidatori ed i commissari straordinari, salve le opportune valutazioni connesse alle peculiarità del caso concreto, a provvedere senza indugio al deposito dei progetti di ripartizione di tutte le somme disponibili, con riserva unicamente di quelle occorrenti per gli accantonamenti di legge e per le spese di procedura. Per il raggiungimento di tale obiettivo andranno sollecitati tutti gli adempimenti possibili propedeutici ai riparti, quali la derelizione di beni ormai non liquidabili e di crediti non esigibili, i rendiconti, le istanze di liquidazione di acconti e/o compensi. Per l’esecuzione in concreto del riparto deve consigliarsi anche in materia concorsuale l’utilizzo di modalità esclusivamente telematiche per la gestione dei mandati di pagamento, sia da parte del giudice che da parte della cancelleria. In tal modo si assicurerà, infatti, l’emissione tempestiva del provvedimento, in un frangente in cui le cancellerie operano a ranghi ridotti; si eviterà, nel contempo, ai curatori di accedere alla cancelleria per richiedere copia conforme dei mandati di pagamento. È, pertanto, auspicabile che i giudici delegati provvedano ad evadere i mandati utilizzando la consolle del magistrato ovvero organizzando modalità di trasmissione telematica dei mandati agli istituti di credito. Tra le possibili modalità operative si segnala la prassi virtuosa della trasmissione da parte delle cancellerie, a mezzo pec, direttamente alle filiali delle banche destinatarie dell’ordine di pagamento, dei duplicati dei provvedimenti firmati digitalmente”.

Con riguardo poi all’attività liquidatoria, le linee guida prevedono che “in tutti gli uffici giudiziari i curatori e i liquidatori potranno immediatamente riprendere le operazioni di vendita dei beni mobili e immobili ogni qualvolta sussistano le condizioni per consentire ai potenziali interessati all’acquisto la visione dei beni da liquidare, alla luce delle prescrizioni di profilassi e “distanziamento sociale” imposte dalle Autorità competenti”.

Il CSM affronta anche il tema delle udienze prevedendo che, nell’ottica di provvedere con ragionevole solerzia alla distribuzione delle somme disponibili in seno alle procedure concorsuali, debba essere tendenzialmente assicurata la celebrazione, pure nel corrente periodo di emergenza sanitaria, delle udienze all’uopo funzionalmente imprescindibili.

Tra queste vengono in rilievo in maniera precipua come non differibili le udienze di rendiconto, in quanto necessariamente preliminari al riparto finale ex art.116 l. fall. In via gradata, andranno considerate funzionali ai riparti, anche parziali, tanto da doversene possibilmente assicurare la celebrazione a breve, le udienze di accertamento dello stato passivo qualora sia necessario verificare i crediti di lavoratori dipendenti, professionisti e artigiani da ammettere in vista di un imminente riparto o di pagamento, nel caso di dipendenti, da parte dell’INPS, con riferimento all’adunanza dei creditori e alle udienze di omologazione, poiché spesso i termini previsti per i pagamenti decorrono proprio dall’omologa del concordato, che, pertanto, dovrebbe essere disposta nel più breve tempo possibile per consentire rapidamente l’inizio dell’esecuzione.

Nei procedimenti per la declaratoria di fallimento sembra opportuno procedere quanto prima alla fissazione e alla celebrazione dell’udienza ex art 15 l.fall..L’urgenza ricorre sia con riferimento a ricorsi/richieste proposti prima del 9 marzo, sia con riguardo a quelli proposti successivamente, con o senza declaratoria di improcedibilità, in considerazione del possibile decorso dell’anno previsto dall’art 10 l.fall. e del maturare della decadenza dalle azioni revocatorie ai sensi dell’art 69-bis l.fall. che è solo in parte scongiurato dal disposto dell’art. 10 del d.l. n. 23 dell’8 aprile 2020.

Qualche considerazione finale. I principi contenuti nelle linee guida sono certamente attuali e assolutamente condivisibili. A me pare però che, mentre scrivo questo contributo, si sia già in una fase successiva. La necessità che il sistema giustizia si sblocchi soprattutto con riguardo ai comparti delle esecuzioni e delle procedure concorsuali era evidente nel pieno della emergenza epidemiologica e lo è ancora di più oggi che siamo in “fase 2”.

Ma i principi non bastano più.

Occorrono linee guida e protocolli uniformi per tutti i Tribunali innanzitutto nella gestione di queste procedure ma, a ruota, nella gestione delle udienze. Occorrono 5 cancellerie organizzate e adeguatamente staffate perché possano assorbire il carico di lavoro che arriva, a cascata, dall’attività svolta da Giudici e Curatori.

In sintesi? Uniformità ed efficienza senza le quali nessun buon proposito potrà fare alcunchè.

 A presto,

Luciana Cipolla l.cipolla@lascalaw.com

 

Diritto dell’impresa | Crisi e procedure concorsuali | 8 giugno 2020

Il Decreto Liquidità diventa legge: le novità per le procedure concorsuali

 Il Decreto Liquidità è legge: il Senato ha approvato lo scorso 4 giugno il disegno di legge di conversione con modifiche del D.L. 8 aprile 2020 n. 23, di cui si attende a breve la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

In tema di procedure concorsuali, le novità introdotte riguardano le istanze di fallimento, il concordato preventivo “in bianco” e il sovraindebitamento.

Come noto, l’art. 10 del Decreto Liquidità prevedeva l’improcedibilità di tutti i ricorsi per la dichiarazione di fallimento depositati tra il 9 marzo e il 30 giugno 2020. In sede di conversione in legge, è stata introdotta un’ulteriore deroga all’improcedibilità riguardante il fallimento in proprio, in adesione alla ricostruzione normativa effettuata dalla giurisprudenza, di cui vi avevamo informato nell’articolo Fallimento in proprio anche al tempo del Covid-19 (LINK all’articolo del 20.05.2020).

La formulazione della nuova norma, nello stabilire la procedibilità dei ricorsi per la dichiarazione di fallimento presentati in proprio dalle imprese “quando l’insolvenza non è conseguenza dell’epidemia di COVID-19”, sembra suggerire che nel caso in cui l’insolvenza sia causata dal COVID-19 le imprese dovranno attendere il 1° luglio, mentre se di origine anteriore dovranno affrettarsi, non valendo l’improcedibilità.

Ulteriore novità, sempre con riferimento al predetto art. 10, riguarda la sterilizzazione del periodo di quattro mesi di fermo nel conteggio dell’anno decorrente dalla cancellazione del Registro imprese e nel conteggio dei termini utili per la presentazione delle revocatorie.

Le Camere ora chiariscono che, per godere di tale beneficio, la dichiarazione di fallimento, che fa seguito ad una previa declaratoria di improcedibilità del ricorso, dovrà intervenire entro il termine del 30 settembre 2020.

Con la quantomeno dubbia conseguenza che i creditori, per non venire pregiudicati dal periodo di improcedibilità, dovranno immediatamente depositare istanza di fallimento solo per veder dichiarata l’improcedibilità stessa, per poi affrettarsi ad ottenere la dichiarazione di fallimento entro il termine del 30 settembre, aggravando così il lavoro dei Tribunali fallimentari.

Il Legislatore ha, poi, introdotto due nuovi commi all’art. 9 dedicati al concordato preventivo “in bianco”. In particolare, il comma 5-bis prevede che, fino al 31 dicembre 2021, l’impresa che ha depositato domanda di concordato “in bianco” o di accordo di ristrutturazione dei debiti possa rinunciare alla procedura, dichiarando di aver predisposto e depositato nel Registro imprese un piano di risanamento ai sensi dell’art. 67, terzo comma, lett. d), l.f., che verrà vagliato dal Tribunale.

Il concordato preventivo “in bianco” diviene così, nelle intenzioni del legislatore, lo strumento individuato per rendere più agevole la soluzione della crisi che molte imprese si troveranno ben presto a fronteggiare. Uno strumento ibrido in quanto utilizzabile anche dal debitore che sin dall’inizio intenda perseguire la strada meno invasiva del piano di risanamento.

Tuttavia, se da un lato le imprese potranno beneficiare degli effetti protettivi del concordato “in bianco”, soprattutto per quanto riguarda il temporaneo “stop” delle azioni dei creditori, dall’altro lato dovranno subire gravi restrizioni nello svolgimento dell’attività d’impresa, con conseguente paralisi del sistema dei pagamenti sia dal lato fornitori che dal lato banche.

Un’ultima importante novità riguarda la proroga di sei mesi dei termini di adempimento in scadenza successivamente al 23 febbraio 2020, non solo, come già previsto nel Decreto, per quanto riguarda i concordati preventivi e gli accordi di ristrutturazione, ma anche per gli accordi di composizione della crisi e i piani del consumatore omologati.

Tale intervento, già prospettato in dottrina e in giurisprudenza, è volto a scongiurare che le ricadute economiche legate alla situazione di emergenza epidemiologica possano pregiudicare il puntuale adempimento degli obblighi assunti dai debitori, ora anche con riferimento alle procedure di composizione della crisi da sovraindebitamento.

Lodovico Dell’Oro – l.delloro@lascalaw.com

 

Diritto dell’impresa | Crisi e procedure concorsuali | 20 maggio 2020

Fallimento in proprio anche al tempo del Covid-19

 Il Tribunale di Piacenza, con la sentenza in commento, ha dichiarato procedibile il ricorso per la dichiarazione di fallimento in proprio depositato da un imprenditore successivamente al 9 marzo 2020.

Secondo i giudici piacentini, infatti, il fallimento in proprio può essere dichiarato anche nel periodo di sospensione dovuto all’emergenza sanitaria da Covid-19.

Come noto, tuttavia, l’art. 10 del D.L. 8 aprile 2020, n. 23, prevede l’improcedibilità di tutti i ricorsi per la dichiarazione di fallimento depositati tra il 9 marzo e il 30 giugno 2020, allo scopo, da un lato, di allentare la pressione, dovuta alle istanze di fallimento di terzi, sugli imprenditori e, dall’altro lato, di esonerare questi ultimi dalla presentazione dell’istanza di fallimento in proprio.

La motivazione dell’innovativa sentenza oggi in esame muove dalla lettera dell’art. 10 del Decreto Liquidità. La norma, infatti, si riferisce unicamente ai ricorsi presentati ai sensi dell’art. 15 l.f. dai creditori, tacendo, invece, con riguardo all’art. 14 l.f., che disciplina il ricorso per il fallimento in proprio dell’impresa.

Secondo il Collegio di Piacenza, la formulazione letterale del predetto art. 10 non può che essere decisiva, dovendosi l’intenzione del legislatore desumere dal tenore letterale della norma, che non si riferisce esplicitamente all’improcedibilità dei ricorsi per la dichiarazione di fallimento in proprio presentati dai debitori.

Nel caso di specie, inoltre, non ricorre, la finalità protettiva dell’improcedibilità, volta a tenere indenni le imprese da uno stato di insolvenza derivante da fattori esogeni e straordinari come la pandemia in corso.

L’impresa che ha chiesto il proprio fallimento, infatti, si trova in una situazione di insolvenza conclamata da cui non si potrebbe risollevare e che si era manifestata a prescindere dalla crisi economica causata dal Covid-19 nel corso degli anni precedenti.

Per di più, all’udienza prefallimentare, tenutasi in data 20 aprile 2020, la società stessa insisteva per la declaratoria di fallimento, disinteressandosi della protezione introdotta dal Decreto Liquidità.

Il principio espresso dal Tribunale di Piacenza, secondo il quale l’improcedibilità dell’istanza di fallimento in proprio non opererebbe anche quando l’incapacità di adempiere regolarmente alle proprie obbligazioni si sia già manifestata in modo definitivo prima della situazione emergenziale, rimette in luce alcuni dubbi sollevati dall’art. 10 del Decreto Liquidità.

È chiaro, infatti, che i presupposti un’istanza di fallimento già depositata il 9 marzo 2020 non possono essere ricondotti interamente all’emergenza da Covid-19.

Sarà interessante vedere se altri Tribunali seguiranno questa linea interpretativa, considerando procedibili i ricorsi presentati dagli imprenditori per la dichiarazione del proprio fallimento ai sensi dell’art. 14 l.f. in ragione di uno stato di insolvenza antecedente all’attuale crisi economica.

Lodovico Dell’Oro l.delloro@lascalaw.com

 

Diritto dell’impresa | Crisi e procedure concorsuali | 27 aprile 2020

Covid-19: i tribunali confermano. Sì alla sospensione del piano del consumatore

 Arrivano le prime applicazioni concrete in merito alla possibilità di sospendere i pagamenti previsti dal piano del consumatore omologato, qualora il debitore non possa adempiere a causa dell’emergenza sanitaria in corso.

In un articolo dello scorso 8 aprile, avevamo illustrato la proposta formulata dal Consiglio Nazionale dei Commercialisti e degli Esperti Contabili, relativa alla possibilità di richiedere la sospensione o la riformulazione di un piano del consumatore omologato, qualora il debitore si trovasse, a causa dell’emergenza sanitaria, nell’impossibilità di poter adempiere con regolarità i pagamenti concordati.

Il Tribunale di Napoli, con una recentissima ordinanza, è tra i primi a dare concreta applicazione a tale proposta.

Il Foro Partenopeo ha, infatti, accolto con favore l’istanza di sospensione dei pagamenti previsti da un piano del consumatore omologato nell’anno 2019 e puntualmente rispettato sino al febbraio 2020, alla luce del licenziamento del debitore, avvenuto a causa del lockdown.

Se è vero, sostiene il Giudice applicando la disciplina generale dei contratti, che l’inadempimento costituisce una causa di responsabilità, deve, tuttavia, considerarsi il disposto dell’articolo 1218 c.c., secondo il quale “il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno, se non prova che l’inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa non imputabile”.

A tal proposito, sarebbe dirimente l’articolo 3, comma 6bis, D.L. 23.02.2020, secondo il quale, in tema di esecuzione di contratti pubblici, il rispetto delle misure di contenimento epidemiologico è valutata positivamente ai fini dell’esclusione della responsabilità contrattuale del debitore.

Secondo il Giudice, la ratio di tale previsione, determina la sua applicabilità nei contratti in generale e, nella specie, nell’esecuzione del piano del consumatore.

Pertanto, la sospensione dei pagamenti a causa dell’epidemia da Covid-19, escluderebbe la responsabilità del sovraindebitato “non essendo improbabile che i debitori si trovino nella impossibilità di adempiere le proprie obbligazioni alla luce delle rigide restrizioni imposte dall’autorità governativa (impossibilità di uscire di casa se non nei casi di stretta e comprovata necessità, chiusura di molte attività commerciali o anche solo alla luce della necessità di esporsi il meno possibile al contagio del virus)”.

Il  Giudice campano va, poi, ben oltre, sostenendo anche che la conseguente riformulazione del piano dei pagamenti non necessiterebbe nemmeno dell’audizione preventiva dei creditori.

Ciò alla luce della finalità generali perseguite dal D.L. 17 marzo 2020, n. 18 (“Decreto Cura Italia”) e dall’articolo 9, comma 3, del D.L. 8 aprile 2020, n. 23 (“Decreto Liquidità”), che consente al debitore di differire unilateralmente, di massimo sei mesi, i tempi di adempimento originariamente prospettati da un piano concordatario omologato o da un accordo di ristrutturazione dei debiti.

Tale ultima previsione, troverebbe applicazione analogica anche alle procedure di sovraindebitamento, ed il Giudice dovrà limitarsi a vagliare i motivi con cui il sovraindebitato giustifica la propria istanza di sospensione.

Di certo si auspica che i Tribunali effettuino in reale ed accurato controllo delle ragioni portate a fondamento delle richieste di sospensione e differimento: il rischio è che anche chi non ne avesse reale necessità, benefici di agevolazioni introdotte con la finalità di evitare che dopo la crisi sanitaria ed economica, si arrivi anche ad una, forse addirittura più temibile, emergenza sociale.

Trib. Napoli, 16 aprile 2020

Sacha Loforese s.loforese@lascalaw.com

 

 

Diritto dell’impresa | Crisi e procedure concorsuali | 22 aprile 2020

#creditorerestaacasa l’adunanza dei creditori è telematica e potrai partecipare!

 Al fine di ridurre i rischi di esposizione al Covid-19 l’adunanza dei creditori potrà svolgersi con le modalità telematiche previste dall’art. 163, secondo comma, numero 2 bis l.f.

 I Decreti-legge 8 marzo 2020, n. 11 e 17 marzo 2020, n. 18, finalizzati a contrastare sull’intero territorio nazionale l’emergenza sanitaria dettata dalla diffusione del Covid-19, hanno imposto la riduzione al minimo dei contatti interpersonali influendo, pertanto, anche sullo svolgimento dell’attività giudiziaria.

In particolare, il secondo dei summenzionati provvedimenti legislativi prevede, tra le altre cose, la sospensione dei termini per il compimento di qualsiasi atto dei procedimenti civili e penali, nonché il rinvio di ufficio ad una data successiva al 15 aprile 2020 (termine poi prorogato al giorno 11 maggio 2020 dal decreto legge 8 aprile 2020, n. 23) delle udienze civili e penali pendenti presso tutti gli uffici giudiziari, ad eccezione dei casi in cui “la ritardata trattazione può produrre grave pregiudizio alle parti”.

Con riferimento alla procedura di concordato preventivo, come noto, l’art. 163 secondo comma, numero 2bis l.f., nella versione introdotta dal legislatore del 2016, prevede già che in relazione al numero dei creditori e all’entità del passivo, il Giudice possa stabilire che l’adunanza venga svolta in via telematica con modalità idonee a salvaguardare il contraddittorio e l’effettiva partecipazione dei creditori, anche utilizzando le strutture informatiche messe a disposizione della procedura da parte di terzi.

Nel caso in esame una società era stata ammessa alla procedura di concordato preventivo in data 7 novembre 2019, con adunanza dei creditori fissata in data 25 marzo 2020.

Con il decreto in commento, il Tribunale di Cremona in data 18 marzo 2020, dopo aver rilevato che non sussistevano profili di urgenza, ha rinviato l’adunanza dei creditori disponendo che la stessa si svolgesse con modalità telematiche, secondo quanto previsto dall’art. 163, comma 2 n. 2 bis, l.f. avvalendosi di software specifici per tale modalità operativa.

Con il medesimo provvedimento il Tribunale ha, altresì, stabilito che il giudice delegato con separato decreto dovrà disciplinare, in concreto, le modalità di svolgimento dell’udienza ex art. 175, terzo comma l.f. e che spetta al Commissario Giudiziale effettuare le comunicazioni di cui all’art. 172, comma 2, l.f. 13

A tal proposito, l’art. 175 l.f. sopra richiamato stabilisce che nei casi in cui il Tribunale dispone che l’adunanza sia svolta in via telematica, la discussione sulla proposta del debitore e sulle eventuali proposte concorrenti è disciplinata con decreto, non soggetto a reclamo, reso dal Giudice Delegato almeno dieci giorni prima dell’adunanza. Il Commissario Giudiziale, a sua volta, è tenuto a comunicare ai creditori il suddetto decreto, informandoli circa il giorno, l’ora e le modalità del collegamento con i mezzi informatici messi a disposizione.

Pertanto, la decisione del Tribunale di Cremona sembra ben recepire l’intento dei provvedimenti legislativi adottati per contrastare la diffusione della pandemia causata dal Covid-19 i quali hanno imposto all’amministrazione della giustizia di adeguarsi alle norme di prevenzione e di garantire allo stesso tempo la continuità dell’attività giudiziaria sfruttando gli strumenti digitali e telematici.

Angelica Macchi a.macchi@lascalaw.com

 

 

Diritto dell’impresa | Crisi e procedure concorsuali | 17 aprile 2020

COVID-19: come ottenere i riparti dai fallimenti

I decreti legge adottati nel corso di questa emergenza sanitaria hanno dedicato diverse disposizioni alle procedure disciplinate dalla legge fallimentare, senza tuttavia prevedere delle norme specifiche sulle modalità di ripartizione dell’attivo, che assumono non poca importanza in questo periodo di crisi economica derivante dal fermo delle attività.

La norma che più viene in rilievo è l’art. 83, comma 3, del decreto Cura Italia n. 18/2020 – recante “Nuove misure urgenti per contrastare l’emergenza epidemiologica da COVID-19 e contenerne gli effetti in materia di giustizia civile, penale, tributaria e militare” – il quale contempla le ipotesi di esclusione della sospensione straordinaria dei termini (sospensione operante dal 9 marzo 2020 al’11 maggio 2020) e alla lettera a), dopo l’elencazione dei singoli casi di sospensione, prevede che la stessa non operi in “tutti i procedimenti la cui ritardata trattazione può produrre grave pregiudizio alle parti”.

La dichiarazione di urgenza idonea ad escludere la sospensione, sempre secondo la previsione dell’art. 83 D.L. 18/2020, è rimessa al capo dell’ufficio giudiziario o al suo delegato ed è apposta in calce alla citazione o al ricorso, con decreto non impugnabile, e, per le cause già iniziate, è dichiarata con provvedimento del giudice istruttore o del presidente del collegio, egualmente non impugnabile, lasciando così alla discrezionalità dei Tribunali e dei singoli Giudici la decisione in merito all’applicabilità o meno della sospensione.

In assenza di una norma specifica, la disposizione trova applicazione anche alla fase di ripartizione dell’attivo (fase caratterizzata da tre momenti essenziali: l’approvazione del rendiconto di gestione in udienza, il deposito, la comunicazione e la declaratoria di esecutività del riparto, la fase eventuale dei reclami e l’emissione dei mandati di pagamento), rimettendo ai singoli Tribunali la decisione in merito alla indifferibilità o meno della distribuzione delle somme.

Come era inevitabile, ciò ha determinato un proliferarsi di provvedimenti e circolari dal contenuto più vario, che in alcuni casi hanno riconosciuto una ontologica natura urgente alla fase dei riparti e in altri casi hanno, invece, escluso che la ritardata trattazione possa produrre grave pregiudizio alle parti.

Merita di essere menzionata l’ordinanza adottata dal Tribunale di Forlì il 27.3.2020 (Giudice Barbara Vacca) che, attesa la “necessità di favorire la circolazione del denaro” e “di assicurare la tempestività dei pagamenti in questo periodo di emergenza sanitaria e di conseguente crisi economica per il fermo delle attività d’impresa”, ha riconosciuto la sussistenza delle condizioni per dichiarare l’urgenza della trattazione ai sensi dell’art. 83 DL. 18/2020 Cura Italia, escludendo la sospensione del termine per la proposizione del reclamo avverso il riparto.

Allo stesso modo il Tribunale di Catania con le linee guida divulgate il 4.04.2020, “considerando i benefici sociali conseguenti per l’intera collettività”, ha espressamente previsto che le udienze di approvazione del rendiconto si terranno con collegamento da remoto, che l’approvazione dei piani di riparto seguirà l’iter ordinario e che i reclami ex artt. 26 e 36 l.f., attesa l’ontologica natura urgente, verranno trattati nonostante la sospensione.

Non si possono tuttavia trascurare gli orientamenti contrari, frutto proprio dalla ampia discrezionalità lasciata agli organi giudiziari dall’art. 83, comma 3, D.L. 18/2020, che, pur avvertendo l’esigenza di favorire la circolazione del denaro, hanno posto in capo ai curatori, liquidatori e commissari l’onere di provvedere tempestivamente al deposito del riparto parziale o finale, senza tuttavia riconoscere a questa procedura quel carattere di urgenza necessario per escludere la sospensione dei termini.

Ad esempio, il Tribunale di Bergamo – con ordine di servizio del 2 aprile 2020 – ha disposto che tutti i curatori, liquidatori e commissari straordinari “predispongano senza indugio, in tutte le procedure con liquidità superiori a € 100.000,00, un riparto parziale delle somme giacenti […] ovvero il riparto finale quando lo stato della procedura lo consenta”, precisando tuttavia che per la proposizione del reclamo ai sensi dell’art. 110, comma 3, l.f. si applica la sospensione dei termini, rendendo così impossibile la declaratoria di esecutività dello stato passivo e la conseguente emissione dei mandati di pagamento prima dell’11.05.2020.

Allo stesso modo il Tribunale di Torre Annunziata, con decreto n. 86/2020, pur consapevole delle conseguenze economiche prodotte dalla grave situazione sanitaria che impongono la tempestività delle operazioni di riparto nell’ambito delle procedure concorsuali, ha previsto il deposito dei riparti parziali e finali solo a far data dal 16.04.20 (termine che si presume prorogato all’11.05.2020) e solo nelle procedure aventi liquidità superiore a Euro 150.000,00.

Viste le diverse prassi adottate dai Tribunali, si auspica l’adozione di provvedimenti che possano tener conto delle esigenze dei creditori a una rapida definizione delle procedure distributive – seppur a scapito delle esigenze di tutela processuale – per poter contenere quanto più possibile gli effetti economici di mancato incasso, prodotti inevitabilmente dall’emergenza sanitaria.

Un aspetto positivo, invece, è l’introduzione dei mandati telematici di pagamento.

La situazione emergenziale ha accelerato l’adozione di nuovi strumenti, già introdotti in via sperimentale dal Tribunale di Milano, che snelliscono la procedura, prevedendo l’emissione telematica del mandato di pagamento da trasmettere via PEC all’istituto di credito per il versamento di quanto autorizzato dal Giudice Delegato, evitando così l’accesso fisico dei professionisti presso gli istituti bancari e le cancellerie.

Nunzia Gaetani n.gaetani@lascalaw.com

 

 

Diritto dell’impresa | Crisi e procedure concorsuali | 15 aprile 2020

Decreto Liquidità e L. n. 3 del 2012: un appuntamento mancato

 Come noto, il D.L. n. 23 del 2020 ha dedicato diversi articoli alla giustizia concorsuale.

L’art. 5 prevede il differimento dell’entrata in vigore del D.Lgs. n. 14 del 2019 al 1° settembre 2021, fermo restando quanto previsto all’art. 389, comma 2, del medesimo D.Lgs. n. 14 del 2019, ossia la già avvenuta entrata in vigore degli artt. 27, comma 1, 350, 356, 357, 359, 363, 364, 366, 375, 377, 378, 379, 385, 386, 387 e 388.

L’art. 9 prevede una serie di interventi rivolti ai tentativi di soluzione della crisi di impresa alternativa al fallimento (più in particolare, procedure di concordato preventivo e accordi di ristrutturazione), promossi in epoca anteriore al palesarsi dell’emergenza epidemiologica.

Allo scopo di scongiurare che procedure aventi concrete possibilità di successo possano risultare irrimediabilmente compromesse a causa dello scoppio della crisi epidemica, la norma prevede in sintesi:

1) la proroga dei termini di adempimento di concordati preventivi e accordi di ristrutturazione già omologati al momento dell’emergenza epidemiologica;

2) in relazione a procedimenti di omologa ancora pendenti al 23 febbraio 2020, la possibilità per il debitore di ottenere dal Tribunale un nuovo termine per elaborare ex novo una proposta di concordato o un accordo di ristrutturazione;

3) sempre in relazione a procedimenti di omologa ancora pendenti al 23 febbraio 2020, la possibilità per il debitore di modificare unilateralmente i termini di adempimento originariamente prospettati nella proposta o nell’accordo;

4) l’introduzione di un nuovo termine, sino a novanta giorni, di cui si può avvalere il debitore cui sia stato concesso, alternativamente, termine ai sensi dell’art. 161, comma 6, l.f. (c.d. concordato in bianco) o termine ai sensi dell’art. 182 bis, comma 7, l.f..

Infine, l’art. 10 prevede una generale improcedibilità di tutti i ricorsi ex artt. 15 e 195 l.f. depositati tra il 9 marzo 2020 ed il 30 giugno 2020, fatta eccezione per le richieste presentate dal p.m. quando sia fatta contestuale domanda di emissione dei provvedimenti di cui all’art. 15, comma 8, l.f..

Ebbene, al netto della previsione del differimento dell’entrata in vigore del Codice della Crisi e dell’Insolvenza (che disciplina anche le nuove procedure da 18 sovraindebitamento), il Decreto Liquidità non dedica alcuna norma specifica alla gestione dei procedimenti di composizione della crisi da sovraindebitamento.

E ciò nonostante si fosse già manifestata l’opportunità di interrogarsi in merito agli effetti che la sospensione dei termini processuali di cui al D.L. n. 18 del 2020 (sospensione prorogata all’11 maggio 2020 dal D.L. n. 23 del 2020) e, più in generale, l’attuale contesto emergenziale producono sulle procedure da sovraindebitamento pendenti e, più precisamente, sui piani del consumatore ex art. 12 bis L. n. 3/2012 e sugli accordi di composizione della crisi ex art. 12 della stessa legge.

Come già illustrato nel nostro articolo Covid 19 – quando il sovraindebitato non può adempiere al piano dello scorso 8 aprile, nella consapevolezza che le ricadute economiche legate alla situazione di emergenza epidemiologica e alla sospensione delle attività lavorative e di impresa avrebbero potuto pregiudicare il puntuale adempimento degli obblighi assunti dal debitore nel piano o nell’accordo (anche già omologati), il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili e la Fondazione Nazionale dei Commercialisti aveva, infatti, diffuso, proprio alle soglie della pubblicazione del Decreto Liquidità, delle soluzioni interpretative volte non solo a richiedere al giudice la sospensione dell’esecuzione dei piani o degli accordi omologati, ma anche ad accordare al debitore la possibilità di modificare gli stessi (in punto di tempistiche di adempimento ovvero anche di modalità di esecuzione), anche successivamente all’omologazione.

Ciò sulla base di quanto previsto dall’art. 13, comma 4 ter L. n. 3 del 2020, dettato per le ipotesi in cui l’esecuzione di un piano del consumatore o di un accordo di composizione della crisi divenga impossibile per cause non imputabili al debitore e che accorda a quest’ultimo, in tali casi, la possibilità di modificare la proposta su cui si fonda il piano o l’accordo.

E senza dimenticare la necessità di addivenire ad una semplificazione dell’intera procedura, sia ai fini delle citate modifiche che, più in generale, per rendere più efficiente uno strumento che, nei prossimi mesi, potrebbe essere di aiuto a moltissimi piccoli imprenditori.

I medesimi propositi erano stati condivisi anche da una pronuncia del Tribunale di Napoli del 3 aprile 2020 che, omologando un piano del consumatore, aveva accolto l’istanza di differimento delle tempistiche di adempimento, ritenendo l’art. 91 D.L. n. 23 del 2020 quale norma di carattere generale per l’interpretazione delle conseguenze dell’attuazione delle misure di contenimento dovute al COVID-19 e, quindi, anche strumento nelle mani del giudice per valutare un’istanza di differimento del termine da cui iniziare a far decorrere l’adempimento delle obbligazioni assunte con un piano del consumatore.

Non resta che attendere ancora, per vedere se le soluzioni interpretative ed operative dei professionisti e della giurisprudenza dovranno continuare a supplire alla lacuna normativa ovvero se, invece, venga avvertita la necessità di intervenire in via legislativa sulla disciplina relativa ai procedimenti di composizione della crisi da sovraindebitamento.

A tal proposito il D.L. n. 23/2020 rappresenta allo stato un vero e proprio appuntamento mancato, tanto più se si considera che il Decreto Liquidità si è effettivamente occupato – quanto meno con riferimento alle procedure di concordato preventivo e agli accordi di ristrutturazione – di scongiurare che le ricadute economiche legate alla situazione di emergenza epidemiologica possano pregiudicare il puntuale adempimento degli obblighi assunti dai debitori.

Roberta Maria Pagani r.pagani@lascalaw.com

 

 

Diritto dell’impresa | Crisi e procedure concorsuali | 10 aprile 2020

Decreto liquidità e Codice della Crisi: tra rinvii e dubbi per il futuro

 Il Decreto Liquidità (D.L. n. 23 dell’8 aprile 2020 pubblicato sulla G.U. n. 94 in pari data) “recante disposizioni urgenti per il sostegno alla liquidità delle imprese e all’esportazione” interviene, in vario modo, sulla disciplina delle procedure concorsuali, in primis, rinviando la data di entrata in vigore del Codice della Crisi.

L’art. 5 del Decreto, rubricato per l’appunto “differimento dell’entrata in vigore del Codice della Crisi d’impresa e dell’insolvenza di cui al D.Lgs. n. 14//2019” prevede che “all’art. 389 del D.Lgs. 12 gennaio 2019 n. 14, il comma 1, è sostituito dal seguente: 1. Il presente decreto entra in vigore il 1 settembre 2021, salvo quanto previsto al comma 2”.

Per chiarezza, Vi rammento che l’art. 389 del Codice della crisi, rubricato “entrata in vigore” prevedeva, all’art. 1, l’entrata in vigore dello stesso decorsi 18 mesi dalla data della pubblicazione del decreto in G.U. (avvenuta il 14 febbraio 2019).

Il secondo comma, che resta salvo, prevede invece che “gli articoli 27, comma 1, 350, 356,357,359, 363, 364, 366, 375, 377, 378, 379, 385,386, 387 e 388 entrano in vigore il trentesimo giorno successivo alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del presente decreto”.

Restano quindi ferme tutte le norme con le quali si è intervenuti sulle disposizioni del Codice Civile, già entrate in vigore il 16 marzo 2019.

 Con un pizzico di leggerezza – mi sia consentita in un momento così delicato – Vi segnalo che il 1 settembre 2021 è….un mercoledì e siamo così usciti dall’incubo dell’entrata in vigore del Codice già prevista per sabato 15 agosto 2020.

Ancora con riguardo alle date, Vi ricordo che il differimento previsto dal Decreto Liquidità si unisce a quello già previsto con il quale era stata differita al 15 febbraio 2021 la data di entrata in vigore delle misure di allerta volte a provocare l’emersione anticipata della crisi delle imprese.

In un primo tempo, come ricorderete, la bozza di decreto correttivo al Codice della Crisi, approvato dal Consiglio dei Ministri il 13 febbraio 2020, aveva previsto, all’art. 41, che gli obblighi di segnalazione provenienti dall’organo di controllo societario o dal revisore (c.d. segnalazioni interne) nonché dai creditori pubblici qualificati (c.d. segnalazioni esterne) operassero dal 15 febbraio 2021 limitatamente alle imprese che, negli ultimi due esercizi, non avessero superato alcuno dei seguenti limiti:

  • attivo patrimoniale o ricavi superiori ai 4 milioni
  • dipendenti impiegati nell’esercizio in misura maggiore di 20 unità.

In seguito, tuttavia, alla situazione di emergenza nazionale determinata dal Covid – 19, il Decreto Legge n. 9/2020 (“Misure urgenti per famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19”) ha stabilito all’art. 11 che “l’obbligo di segnalazione di cui agli artt. 14, comma 2, e 15 del Codice della Crisi opera a decorrere dal 15 febbraio 2021”, senza limiti di sorta. Vi segnalo, infine, che la bozza del Decreto Correttivo al Codice della Crisi, approvata, come dicevo sopra dal Consiglio dei Ministri il 13 febbraio 2020, non ha completato il proprio iter normativo di approvazione.

Ancora oggi, effettuata una verifica sul sito del Senato e della Camera dei Deputati, non ho rinvenuto alcun parere espresso in merito allo schema di decreto. Si tratta di un passaggio obbligatorio, ancorchè non vincolante, nel procedimento per l’entrata in vigore dello stesso evidentemente rinviato a causa dell’emergenza epidemiologica in corso.

Quale la ratio di tale slittamento?

La ratio è ampia e allo stesso tempo di immediato rilievo: da una parte vi è l’opportunità o addirittura la necessità di non mettere gli operatori davanti a novità giuridiche assolute in una fase di sofferenza economica e dall’altra la necessità di evitare che il Codice in un momento di crisi di disponibilità delle risorse per ristrutturazioni significative possa mancare il suo obiettivo.

E’ poi evidente che, data la situazione di crisi mondiale che si è determinata in queste ultime settimane (che pesano come anni….), gli indicatori della crisi non avrebbero potuto svolgere alcun concreto ruolo selettivo, pregiudicando anzi la propria prima ed essenziale finalità, quella di intercettare tempestivamente lo stato di crisi e intervenire prima che tale situazione si trasformi in insolvenza irreversibile, al fine di salvaguardare la continuità aziendale.

Il Decreto Liquidità ha quindi preso atto che l’imminente entrata in vigore del Codice della crisi non avrebbe reso possibile la piena applicazione della riforma, che presuppne un quadro economico stabile, caratterizzato da oscillazioni fisiologiche. In una situazione come quella attuale gli indicatori già individuati per l’emersione della crisi non sarebbero in grado di svolgere un ruolo selettivo, finendo per mancare quello che è il proprio obiettivo.

Resta una domanda alla quale solo il tempo potrà dare risposte: il prossimo anno avremo come riferimento bilanci che risentiranno ancora fortemente della crisi. Vi saranno già i presupposti per attivare correttamente le procedure di allerta?

Luciana Cipolla – l.cipolla@lascalaw.com

 

 

Diritto dell’impresa | Crisi e procedure concorsuali | 10 aprile 2020

Decreto liquidità: stop ai fallimenti

Ai procedimenti per la dichiarazione di fallimento è dedicato l’art. 10 del Decreto Liquidità il quale prevede l’improcedibilità di tutti i ricorsi per la dichiarazione di fallimento depositati tra il 9 marzo e il 30 giugno 2020.

Nella Relazione Illustrativa si legge che: “risulta indispensabile per un periodo di tempo limitato sottrarre le imprese ai procedimenti finalizzati all’apertura del fallimento e di procedure anch’esse fondate sullo stato di insolvenza. Ciò per una duplice ragione:

  • da un lato per evitare di sottoporre il ceto imprenditoriale alla pressione crescente delle istanze di fallimento di terzi e per sottrarre gli stessi imprenditori alla drammatica scelta di presentare istanza di fallimento in proprio in un quadro in cui lo stato di insolvenza può derivare da fattori esogeni e straordinari con il correlato pericolo di dispersione del patrimonio produttivo senza alcun correlato vantaggio per i creditori dato che la liquidazione dei beni avverrebbe in un mercato fortemente perturbato,
  • dall’altro bloccare un altrimenti crescente flusso di istanze in una situazione in cui gli uffici giudiziari si trovano in fortissima difficoltà di funzionamento”.

La prima domanda che si pone leggendo il testo normativo e questo passo della Relazione Illustrativa è: perché bloccare tutte le istanze di fallimento? L’emergenza epidemiologica si è posta nelle ultime settimane in Italia. I creditori ben difficilmente si sono mossi a marzo o si muoverebbero, oggi, per situazioni di crisi verificatesi in queste settimane anche perché, banalmente, alla base del ricorso per la dichiarazione di fallimento vi è lo stato di insolvenza conclamato e non uno stato di crisi.

Eppure, si legge sempre nella Reazione Illustrativa, il legislatore ha scelto questa strada per la difficoltà in capo ai giudici, in questo momento, di verificare se lo stato di insolvenza è figlio della pandemia o risale ad eventi precedenti. Si tratta di un accertamento che determinerebbe un carico di lavoro ulteriore per i Tribunali che si trovano già in uno stato di emergenza. E’ così che, anche senza subordinare lo stato di insolvenza all’emergenza epidemiologica determinata dal diffondersi del COVID-19, le istanze depositate nel periodo dal saranno considerate improcedibili.

Si è quindi optato per un blocco indifferenziato: al termine di questo periodo si potrà procedere con un nuovo deposito delle istanze di fallimento.

La norma solleva diversi dubbi. I primi restano di carattere metodologico: perché bloccare un’istanza di fallimento già depositata l’8 marzo 2020? I presupposti di questa non sono certamente da ricondursi all’emergenza da Covid – 2019.

E poi: cosa vuol dire improcedibilità? Il termine è stato usato impropriamente e allora possiamo pensare a una semplice sospensione o si intende una vera e propria improcedibilità con la conseguente necessità di dover ridepositare, dopo la sospensione, una nuova istanza di fallimento, pagando nuovamente il contributo unificato?

Dalla lettura della Relazione Illustrativa sembrerebbe doversi optare per questa seconda ipotesi nella misura in cui si afferma espressamente che, scaduto il periodo di blocco, le istanze potranno essere nuovamente depositate.

Questa sospensione riguarda tutte le istanze di fallimento, comprese quelle presentate in proprio dagli imprenditori. L’unica eccezione sarà rappresentata dalle istanze inoltrate dal Pubblico Ministero, contenenti la richiesta di emissione di provvedimenti cautelari e conservativi, allo scopo di evitare eventuali condotte dissipative in corso. Evidente l’obiettivo della misura: sui vuole evitare di avvantaggiare condotte di rilevante dissipazione di rilevanza anche penale a danno dei creditori, compromettendo anche le esigenze di repressione dei casi più gravi.

Infine il periodo di sospensione indicato troverà corrispondente applicazione nella determinazione dei termini di fallibilità delle imprese cancellate e nella decadenza delle azioni revocatorie esercitabili dal curatore.

Per non compromettere la tutela della parità di condizioni tra i creditori e per salvare le azioni da esperire nei confronti delle imprese cancellate dal registro delle imprese, si prevede che i 4 mesi di “fermo” dei fallimenti siano sterilizzati nel conteggio dell’anno decorrente dalla cancellazione del Registro imprese e per il conteggio dei termini utili per la presentazione delle revocatorie

Luciana Cipolla – l.cipolla@lascalaw.com

 

 

Diritto dell’impresa | Crisi e procedure concorsuali | 10 aprile 2020

Decreto liquidità: gli interventi sui concordati preventivi

 Il decreto Liquidità (D.L. n. 23 del 2020, in G.U. n. 94 dell’8 aprile 2020) interviene, in ambito concorsuale, seguendo tre astratte direttrici:

  • la prima riguarda la futura disciplina del diritto concorsuale: l’art. 5 del Decreto prevede infatti lo slittamento al 1 settembre 2021 della data di entrata in vigore del Codice della Crisi;
  • la seconda riguarda i concordati preventivi e gli accordi di ristrutturazione già omologati o in corso di omologazione;
  • la terza riguarda infine le istanze di fallimento depositate nel periodo dal 9 marzo al 30 giugno 2020 e la relativa improcedibilità.

Lo scopo di questo intervento è, a sua volta, triplice:

  • non compromettere, sul nascere, le finalità del Codice della Crisi rinviandone la data di entrata in vigore ad un momento in cui – si spera – il mercato economico avrà ritrovato un certo equilibrio e avrà quindi un senso sostanziale (e non solo formale) l’entrata in vigore dei sistemi di allerta e delle procedure di negoziazione assistita;
  • intervenire sulle procedure concordatarie o di ristrutturazione già in corso, omologate o in corso di omologazione, al fine di consentire alle imprese, attraverso il sistema della proroga dei termini, di poter far fronte ai propri impegni, eventualmente rimodulando i tempi o anche il contenuto degli impegni assunti, ed evitare così che ipotesi di soluzione della crisi possa naufragare per effetto della situazione emergenziale in corso;
  • alleggerire la pressione sugli imprenditori che potrebbero essere destinatari di istanze di fallimento avanzate da terzi o, addirittura, essere costretti a dover presentare domanda di fallimento in proprio in un contesto in cui lo stato di insolvenza può essere, in maggiore o minore misura, addebitabile a fattori straordinari.

Più in particolare con riguardo ai concordati preventivi e gli accordi di ristrutturazione dei debiti già omologati, l’art. 9 del Decreto, prevede, innanzitutto, che, nell’ambito di tali procedure, i termini di adempimento aventi scadenza nel periodo 23 febbraio 2020 e 31 dicembre 2021 sono prorogati di sei mesi.

Rispetto alla bozza del decreto che è stata oggetto di diversi commenti negli scorsi giorni si assiste ad una importante novità: lo slittamento non è limitato ai termini di adempimento aventi scadenza nel periodo tra il 23 febbraio 2020 ed il 30 giugno 2020 ma è esteso sino al 31 dicembre 2021.

Come si legge nella Relazione Illustrativa l’intervento normativo ”si rende necessario al fine di salvaguardare quelle procedure di concordato preventivo o accordi di ristrutturazione omologati aventi concrete possibilità di successo prima dello scoppio della crisi epidemica, che in questa particolare fase potrebbero invece risultare irrimediabilmente compromesse, con evidenti ricadute negative sulla conservazione delle strutture imprenditoriali rilevanti ai fini del ciclo produttivo ed economico”.

La proroga dei termini di adempimento impatta ovviamente anche sulle possibili richieste di risoluzione dei concordati preventivi atteso che sino alla fine del prossimo anno è lecito ritenere che non si potrà ricorrere allo strumento previsto dall’art. 186 l.f. per tali procedure.

Il secondo comma dell’art. 9 disciplina invece l’ipotesi dei concordati o dei piani non ancora omologati, prevedendo che, fino all’udienza di omologa, l’imprenditore possa depositare una istanza per la concessione di un termine – non superiore a 90 giorni e non prorogabile – finalizzato alla presentazione di un nuovo piano o di una nuova proposta di concordato o di accordo di ristrutturazione dei debiti nei quali possa tenere conto dei fattori economici sopravvenuti per effetto della crisi epidemica.

Il nuovo termine decorre dalla data del provvedimento con cui esso viene concesso, in modo da evitare che i tempi di decisione (in particolare in questa fase, in cui vi sono obiettive difficoltà operative per le parti e i giudici, come precisato dalla Relazione Illustrativa) possano erodere il tempo assegnato per la modifica del piano.

Tale possibilità, precisa il Decreto, è inibita all’imprenditore nel caso in cui si sia già tenuta l’adunanza dei creditori e non siano state raggiunte le maggioranze previste dalla legge fallimentare per la sua approvazione.

È da ritenere che in merito alla nuova proposta debba rinnovarsi l’iter connesso all’attestazione del piano, al parere del commissario giudiziale e al voto dei creditori.

Tale iter non è invece necessario nei casi previsti dal terzo comma dell’art.9 il quale, sempre per le procedure non ancora omologate, prevede la possibilità per il debitore di depositare una memoria con la quale chiede di poter modificare unicamente i termini di adempimento del concordato preventivo o dell’accordo di ristrutturazione. In tal caso è previsto infatti il deposito di apposita memoria, sempre entro l’udienza di omologa della procedura, contenente l’indicazione dei nuovi termini con la documentazione che comprova la necessità della modifica, che dovrà essere integrata dal parere favorevole del commissario giudiziale. La proroga dei termini non può essere superiore a sei mesi.

Infine, l’art. 9 prevede che il termine assegnato ai concordati con riserva, e quello previsto agli accordi di ristrutturazione in base al comma 7 dell’art. 182 bis L.F, può essere prorogato, su istanza del debitore da depositare prima della scadenza, fino a 90 giorni (anche se è pendente istanza di fallimento). L’istanza dovrà fare riferimento agli effetti derivanti dall’emergenza sanitaria in corso e la proroga potrà (?) essere concessa dal Tribunale se basata su concreti e giustificati motivi, acquisito il parere del commissario giudiziale.

Luciana Cipolla l.cipolla@lascalaw.com

 

 

Diritto dell’impresa | Crisi e procedure concorsuali | 8 aprile 2020

Covid 19 – quando il sovraindebitato non può adempiere al piano

Le notizie relative ai risvolti economici portati dall’emergenza sanitaria da Covid-19, occupano, ormai, le prime pagine di tutti i giornali.

Blocco della produttività, ricorso agli strumenti ordinari e straordinari di integrazione salariale, calo dell’indice occupazionale; insomma la situazione desta non poca preoccupazione sia tra gli imprenditori che tra i lavoratori.

Ma è per i soggetti già economicamente fragili che l’impatto dell’epidemia è destinato a esplicare maggiori effetti.

Tra questi vi sono coloro che hanno fatto accesso alle procedure di sovraindebitamento (nella specie, piano del consumatore ed accordo con i creditori) di cui alla Legge n. 3/2012, che prevendono un piano di rientro dei debiti predisposto sulla base delle entrate familiari mensili le quali, durante questa fase di emergenza, potrebbero diminuire se non, addirittura, venire meno.

Come noto, generalmente, il creditore del soggetto sovraindebitato che non rispetti puntualmente i pagamenti previsti dalla proposta, può chiederne la risoluzione, riacquistando, poi, la possibilità di aggredire individualmente il suo patrimonio.

Su questo tema è recentemente intervenuto il Consiglio Nazionale e dei Commercialisti, fornendo linee guida ai Professionisti che assistono i debitori in veste di gestori della crisi.

In tale contesto sarebbe dirimente la prescrizione di cui all’articolo 13, comma 4ter, della L. n. 3/2012, secondo la quale nell’ipotesi in cui l’esecuzione del piano divenga impossibile per ragioni non imputabili al debitore, può essersene richiesta la modifica, trovando un nuovo accordo con i creditori o proponendo un nuovo progetto da sottoporre al Giudice per l’omologa.

La percorribilità di tale strada sarebbe, tuttavia, incompatibile con la riduzione dell’attività giudiziaria (che prosegue unicamente per questioni di estrema urgenza), a causa della quale sarebbe impossibile avviare nuovamente l’iter previsto dalla Legge.

Il sovraindebitato si troverebbe, pertanto, a non poter adempiere alle previsioni della proposta per causa a lui non imputabile, senza nemmeno poterne chiedere la modifica utilizzano i normali strumenti a sua disposizione.

La soluzione offerta dall’ODCEC per ovviare a tale problematica consiste nella sottoposizione, da parte del gestore della crisi, di un’istanza telematica al Giudice per chiedere la sospensione dei pagamenti.

Sul punto, occorre distinguere il piano del consumatore (che prevede il solo vaglio del Giudice), dall’accordo con i creditori (che, necessariamente, passa dal raggiungimento di un’intesa in merito al contenuto della proposta).

Se, infatti, per la prima procedura, la proposizione di un’istanza di sospensione dei pagamenti potrebbe essere sottoposta direttamente all’attenzione del Giudice, per quanto, invece, concerne la seconda procedura, sarebbe necessario che il debitore raccolga preventivamente il consenso dei propri creditori in merito alle modifiche che si intendono apportare alla proposta, con la contestuale fissazione un’udienza alla fine del periodo di moratoria, per rinnovare l’omologazione.

La possibilità di differire le scadenze per l’adempimento dei pagamenti è una questione che anche i Tribunali (si veda, sul tema, l’ordinanza emessa dal Tribunale di Napoli in data 03.04.2020, con la quale è stato omologato un piano del consumatore) si sono trovati a dover ad affrontare.

Condividendo la soluzione offerta dell’Ordine dei Commercialisti si è ritenuto possibile spostare le scadenze del piano ad un periodo successivo all’emergenza sanitaria, stante la “natura del tutto eccezionale della situazione dovuta alle misure di contenimento della diffusione del Coronavirus” non imputabile al debitore.

Auspichiamo tutti in una rapida soluzione dell’emergenza ma, nell’attesa, è innegabile che provvedimenti di tale tenore si rendano più che necessari, anche per limitare gli effetti economici negativi dell’epidemia nel medio/lungo periodo.

Sacha Loforese s.loforese@lascalaw.com

 

Diritto dell’impresa | Crisi e procedure concorsuali | 2 aprile 2020

COVID-19 e Concordato Preventivo

 Il Tribunale di Milano, con il decreto in commento, ha chiarito, nel periodo di incertezza che stiamo vivendo, una delle principali misure contenute nel d.l.17 marzo 2020, n. 18, in relazione a una procedura di concordato preventivo.

In particolare, la disposizione dell’art. 83 del decreto che ha stabilito, come noto, la sospensione del decorso dei termini per il compimento di qualsiasi atto dei procedimenti civili e penali a partire dal 9 marzo 2020 sino al 15 aprile 2020.

 

Proprio in attuazione di questa disposizione, su esplicita domanda della società in concordato, i giudici milanesi hanno ritenuto prorogato di diritto il termine per il deposito della proposta definitiva di concordato preventivo o, in alternativa, della domanda di omologa dell’accordo di ristrutturazione e, altresì, hanno ritenuto sospesi i relativi obblighi informativi di cui all’art. 161, ottavo comma, l.f., per il lasso di tempo compreso tra il 9 marzo e il 16 aprile 2020.

Il Tribunale, poi, ha spiegato che sarebbe stata superflua l’adozione di un provvedimento collegiale di proroga ad hoc, dovendosi esclusivamente prendere atto di un effetto previsto direttamente dalla legge, ai fini del calcolo relativo alla scadenza per il deposito del piano o accordo.

Ciò è di particolare interesse per tutte le imprese ammesse alla procedura di concordato preventivo c.d. “in bianco”, ossia che hanno l’obbligo di presentare il piano, la proposta e la documentazione richiesta dall’art. 161 l.f., nel termine fissato dal Tribunale e che devono, durante tale periodo, fornire informazioni periodiche relative alla gestione finanziaria dell’impresa e all’attività compiuta ai fini della predisposizione della proposta. Tutti tali termini sono, quindi, soggetti a sospensione ex lege.

Non sarà, pertanto, necessario, per le società ammesse al concordato preventivo, attendere un decreto del Tribunale competente in merito al rinvio del termine per il deposito del piano o accordo, ma basterà ricalcolare in autonomia il nuovo termine tenendo conto del periodo di sospensione.

 Lodovico Dell’Oro l.delloro@lascalaw.com

 

Diritto dell’impresa | Crisi e procedure concorsuali | 2 aprile 2020

Covid-19. Le aule di giustizia diventano virtuali

 Udienze celebrate in rete: come il Coronavirus ha cambiato le regole delle professioni legali. Il caso della verifica crediti nelle procedure fallimentari.

 L’emergenza sanitaria che, ormai da un mese a questa parte, sta chiamando ognuno di noi a cambiare le proprie abitudini e il proprio stile di vita, ha imposto notevoli limitazioni, altresì, sullo svolgimento delle attività lavorative.

Anche gli avvocati hanno dovuto fare i conti con le esigenze di contenimento del rischio: udienze rinviate e termini sospesi (qui, il nostro articolo sul tema), rappresentano solo esempi di quanto la professione legale abbia risentito dell’onda d’urto scatenata dal Covid-19, che ha modificato radicalmente le abitudini di tutti gli addetti al settore, anche sotto il punto di vista tecnologico.

Tra le linee guida dettate dal Governo e attuate dai Presidenti dei Tribunali, vi è anche quella di svolgere le udienze, ove possibile, in modalità telematica. Ma, come, in concreto, ciò debba avvenire è una domanda che in molti si sono posti.

Desideriamo, quindi, portare all’attenzione di tutti i lettori di Iusletter come il Tribunale di Siracusa, con l’ausilio del Direttore Generale dei Sistemi Informativi del Ministero della Giustizia, ha affrontato la questione, relativamente allo svolgimento delle udienze di verifica dei crediti nelle procedure fallimentari.

Gli oneri maggiori sono richiesti ai Curatori, che al momento della comunicazione della fissazione dell’udienza, dovranno evidenziare che la stessa verrà celebrata in una “stanza virtuale”, fornendo, quindi, il relativo link ed il codice di accesso, nonché chiarendo tutte le istruzioni necessarie per il corretto svolgimento dell’adunanza.

Ai creditori, invece, è richiesto unicamente di dotarsi di PC, tablet o smartphone connessi alla rete e muniti di videocamera e microfono, sui quali sia stata preventivamente installata l’applicazione “Team”, collegandosi online con un anticipo di almeno dieci minuti rispetto all’orario indicato.

Sarà interessante capire se queste nuove modalità rimarranno, in qualche misura, attive anche dopo il rientro dell’emergenza e se rappresenteranno un nuovo impulso alla rivoluzione tecnologica iniziata con l’avvento del P.C.T..

Sacha Loforese s.loforese@lascalaw.com

 

 

Diritto dell’impresa | Crisi e procedure concorsuali | 23 marzo 2020

28° pillola: Crisi economica e Coronavirus. Quale la sorte del Codice della Crisi?

 Cari Lettori,

approfitto dell’uscita del lunedì, il giorno fissato per la pubblicazione delle nostre Pillole, per fare alcune brevi considerazioni sulle previsioni inserite nel Decreto Cura Italia in tema di procedure concorsuali e alcune ipotesi sulla entrata in vigore del Codice della Crisi.

Il tema ormai noto è che il Decreto in questione ha previsto una sospensione a tutto campo dell’attività giudiziaria, prevedendo espressamente che il rinvio delle udienze e la sospensione dei termini degli atti giudiziali riguarda qualsiasi atto del procedimento e non solo del processo.

Come già si era detto per il Decreto Legge n. 11/2020, che aveva sospeso inizialmente i termini processuali e rinviato le udienze ad una data successiva al 22 marzo 2020, è ora più che mai confermato che la sospensiva si applica anche alle scadenze (e alle udienze) fissate a seguito della introduzione di una procedura di concordato preventivo (piena o in bianco) nonché alle scadenze (e alle udienze) fissate nell’ambito dell’omologazione di un accordo di ristrutturazione dei debiti.

In questo senso, già il 10 marzo, si era pronunciato il Tribunale di Forlì, nell’ambito di una procedura di concordato preventivo con riserva, disponendo la proroga del termine fissato per la presentazione della proposta definitiva, unitamente al piano concordatario e alla documentazione, in virtù del disposto di cui all’art. 1 D.L. n. 11/2020 (nel caso di specie si trattava di un’impresa che aveva depositato una domanda in bianco e che aveva avuto termine sino al 26 marzo per il deposito della documentazione prevista dalla legge fallimentare). In particolare l’art. 1 è stato oggetto di richiamo laddove prevede la sospensione dei termini per il compimento di qualsiasi atto dei procedimenti civili pendenti dal giorno dell’entrata in vigore e sino al 22 marzo e, ove il decorso del termine abbia inizio durante il periodo di sospensione, il differimento dell’inizio del termine alla fine del periodo medesimo.

Non solo, il Tribunale, dando atto della successiva adozione dei D.P.C.M. dell’8/03/2020 e del 9/03/2020 a tutela della salute pubblica e contro la diffusione del Coronavirus con i quali sono state introdotte importanti limitazioni alla circolazione delle persone con ogni evidente conseguenza anche sull’attività dei professionisti, ha ritenuto opportuno «al fine di prevenire diversità di orientamenti interpretativi ed assicurare al contempo uniformità di trattamento, intervenire d’ufficio per chiarire che tra i procedimenti civili pendenti i cui termini restano sospesi devono essere fatti rientrare anche i procedimenti di concordato preventivo in cui è pendente il termine ex art. 161, comma 6, l. fall. con conseguente proroga di diritto dei termini già concessi per tale arco temporale di 14 giorni». Ora, in base al decreto Cura Italia, tale termine dovrebbe ritenersi ulteriormente ampliato da 14 a 38 giorni.

Analogo provvedimento è stato assunto dal Tribunale di Bergamo in data 11 marzo 2020.

Con riguardo alle procedure fallimentari abbiamo già pubblicato, all’interno della nostra Iusletter, un contributo nel quale abbiamo esaminato gli orientamenti dei Tribunali italiani che, per lo più, hanno dato indicazioni relative al rinvio di tutte le udienze, con qualche eccezione per le udienze prefallimentari.

In generale, gran parte dei Tribunali hanno disposto la sospensione delle udienze ed il rinvio di quelle già fissate, con le eccezioni di alcuni tribunali che hanno disposto per lo svolgimento di tutte le udienze per la dichiarazione di fallimento in presenza di particolari ragioni di urgenza, che avrebbero dovuto essere segnalate e provate dai ricorrenti.

Dello stesso avviso pare, tuttora, il Tribunale di Piacenza che, con provvedimento del 19 marzo, nell’ambito di un procedimento per la dichiarazione di fallimento nel quale il creditore ricorrente è patrocinato dallo Studio La Scala e per il quale non abbiamo segnalato situazioni di particolare urgenza, ha confermato l’udienza del 23 marzo ritenendo che “sussistono, in considerazione della natura dei procedimenti fissati e della loro risalenza nel tempo, i presupposti per la dichiarazione di urgenza della trattazione di detti procedimenti ai sensi dell’art. 83 D.L. n. 18/2020, con conseguente conferma dello svolgimento di detta udienza, garantendo i locali del Tribunale i requisiti per il rispetto delle disposte prescrizioni igienico- sanitarie”.

Sul punto naturalmente non può che ritenersi lodevole l’impegno del magistrato ma, vista l’emergenza epidemiologica, vi è da chiedersi se effettivamente il Tribunale di Piacenza abbia tutti gli stringenti requisiti per il rispetto delle assai rigorose disposizioni dettate in materia sanitaria.

Forse un breve rinvio e lo svolgimento in forma telematica avrebbe consentito uno svolgimento dell’udienza con modalità più……prudenti.

Se questa è, a grandissime linee, la situazione da un punto di vista processuale, vale ora la pena spendere due parole su contenuti più sostanziali o, banalmente, su contenuti economici.

E’ chiaro che quanto sta accadendo in Italia e nel mondo imporrà un’integrale e approfondita revisione dei principi economici e patrimoniali di redazione dei piani industriali allegati alle domande concordatarie nonché una radicale modifica di quelli in corso, non fosse altro, con riguardo a questi ultimi, per l’utilizzo degli indici di controllo relativi alla loro attuazione.

Se, in grande misura, gli effetti di questi mesi porteranno ad una potenziale infattibilità dei piani sino ad oggi proposti ed al vaglio del Tribunale o dei creditori o, ancora, in fase di attuazione, non potranno neppure escludersi casi in cui soggetti che, negli ultimi anni, sono stati più di altri coinvolti da una situazione di crisi (si pensi per esempio alle farmacie o alle parafarmacie), escano da questa situazione proprio “grazie” (perdonatemi il termine) all’emergenza epidemiologica.

A questo punto è lecito chiedersi quali potranno essere le sorti dei concordati preventivi per i quali (i) la procedura sia già stata dichiarata aperta ovvero (ii) per quei concordati che si trovino già in fase di esecuzione, post omologazione.

Dovrebbe in prima battuta ritenersi che, per i casi sub (i) il commissario giudiziale dovrebbe procedere alla richiesta del differimento dell’adunanza dei creditori, al fine di consentire all’imprenditore di procedere alla presentazione di un piano di concordato che possa tenere conto del mutato quadro economico generale e sottoporre così ai creditori una proposta più attinente all’effettiva situazione economica dell’azienda in crisi.

Nei casi sub (ii), in presenza di procedure di concordato preventivo già omologate, il commissario giudiziale nel corso delle relazioni informative periodiche, dovrà verificare le conseguenze della crisi economica sia sotto il profilo dei tempi di adempimento della proposta che sulle possibili variazioni delle percentuali di soddisfacimento del ceto creditorio al fine di appurarne gli effetti sul piano e riferire ai creditori con dettaglio in merito.

Quanto abbiamo detto sopra con riguardo ai piani in corso e alla situazione economica che caratterizzerà i prossimi mesi ha necessariamente impattato sull’entrata in vigore del Codice della Crisi.

Ricorderete lo slittamento previsto dal decreto correttivo al Codice che, come avevamo visto insieme, aveva differito al 15 febbraio 2021 l’operatività degli oneri di segnalazione gravanti sugli organi di controllo interno e sui revisori contabili per le imprese che negli ultimi due esercizi non avessero superato nessuno dei seguenti limiti:

– totale dell’attivo dello stato patrimoniale: 4 milioni di euro;

– ricavi delle vendite e delle prestazioni: 4 milioni di euro;

– dipendenti occupati in media durante l’esercizio: 20 unità.

 

Nelle scorse settimane il Consiglio dei Ministri aveva ipotizzato un possibile rinvio di un anno (rispetto all’entrata in vigore delle disposizioni del Codice della Crisi prevista il prossimo 15 agosto 2020) per l’allerta, con inclusione di ulteriori imprese rispetto a quelle attualmente coinvolte.

La via d’uscita sembrava quella di disporre un’ulteriore proroga del termine per gli obblighi di segnalazione che coinvolgesse non solo le imprese ubicate nelle zone (ancora limitate) più provate dall’emergenza sanitaria, ma anche ulteriori realtà di dimensioni comunque ridotte e in difficoltà rispetto a tali adempimenti.

Con il decreto legge n. 9 del 2 marzo 2020, e più precisamente con l’art. 11, l’operatività di tali obblighi è stata effettivamente rinviata al 15 febbraio 2021. Ciò non solo per le piccolissime imprese già interessate dal decreto correttivo che abbiamo visto sopra, ma anche per tutte le imprese già originariamente destinatarie della disciplina delle misure di allerta ai sensi del Codice della Crisi e ubicate su tutto il territorio nazionale, ormai divenuto tutto “zona rossa”, con esclusione delle grandi imprese e delle società quotate e di quegli altri soggetti già esclusi, appunto, dagli strumenti di allerta ai sensi dell’art.12 del Codice della Crisi.

Il rinvio interessa quindi una platea davvero ampia e generale di soggetti, per i quali si è inteso apprestare un ulteriore periodo cuscinetto, anche a beneficio anche degli enti deputati (OCRI) alla gestione, per affrontare situazioni di crisi, anche in considerazione degli effetti economici che seguiranno alla emergenza epidemica in corso.

Occorrerà attendere i prossimi mesi per verificare se, effettivamente, si tratterà dell’ultimo rinvio o solo di una tappa intermedia.

Certo, inutile dirlo, a questo slittamento non potrà che accompagnarsi una gigantesca azione generale di sostegno alle imprese.

A presto,

Luciana Cipolla

 

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