Le misure straordinarie a sostegno delle imprese adottate durante la pandemia hanno finora impedito che il blocco delle attività economiche e le successive restrizioni dovute all’emergenza sanitaria si traducessero in un’impennata dei default delle aziende e in un aumento della rischiosità del credito. Solo nel 2021 è atteso un aumento dei nuovi flussi di crediti deteriorati, con un miglioramento parziale nel 2022.

È questa, in estrema sintesi, la fotografia dell’Outlook AbiCerved sui crediti deteriorati delle imprese italiane, che presenta stime e previsioni sull’andamento dei tassi di deterioramento del credito erogato alle società non finanziarie con dettagli dimensionali, per settore, per area geografica e un orizzonte temporale che comprende previsioni fino al 2022.

I crediti deteriorati delle imprese italiane nel 2020

I dati ufficiali della Banca d’Italia evidenziano che, nonostante la diffusione della pandemia, nel 2020 è proseguita la discesa dello stock di crediti deteriorati accumulati dalle banche italiane.

La riduzione degli NPL è stata favorita da operazioni di cessione di portafogli di NPL e dal calo dei nuovi flussi di crediti deteriorati, dando seguito ad un trend iniziato nel 2016. In base agli ultimi dati disponibili (settembre 2020), lo stock di crediti deteriorati lordi ha toccato quota 122 mld (in calo del 21,2% su base annua), un dato pari a un terzo del valore raggiunto alla fine del 2015 (360 mld). Le sofferenze lorde hanno continuato a diminuire, attestandosi a quota 62 mld (-25,2%), mentre gli altri crediti deteriorati ammontano a circa 60 mld (-11,3%) di cui 55 mld sono inadempienze probabili (-18,6%) e 5 mld corrispondono ad esposizioni scadute (+18,2%).

La riduzione dello stock dei crediti deteriorati nel corso del 2020 è stata trainata dal calo dei flussi di crediti in default delle società non finanziarie. I dati del terzo trimestre del 2020 indicano, infatti, una netta riduzione dei tassi di deterioramento sia in termini di importi (dal 2,0% del 3q 2019 all’1,7% del 3q 2020) sia di numerosità dei contratti (dal 2,9% al 2,5%), che si attestano su livelli storicamente bassi e inferiori ai valori pre-crisi finanziaria (rispettivamente 2,6% e 3,4% a fine 2007).

I dati dimensionali prodotti da Abi e Cerved evidenziano che nel 2020 il calo dei tassi di deterioramento è diffuso in tutte le classi, con riduzioni particolarmente marcate tra le grandi (dall’1,3% allo 0,7%) e le medie imprese (dall’1,7% all’1,2%).

I flussi di nuovi crediti in default delle imprese di piccola dimensione si portano all’1,6% (dal 2,1% del 2019), mentre i tassi di deterioramento delle micro scendono sotto la soglia del 3% (2,8% nel 2020 dal 3,2% del 2019). Complessivamente i tassi di deterioramento del 2020 (2,5%) risultano di 1,2 punti percentuali inferiori rispetto ai valori pre-crisi finanziaria (3,7% nel 2007). La classe delle piccole imprese è quella che nel corso degli anni ha fatto registrare la maggiore riduzione dei tassi di deterioramento (dal 3,1% all’1,6%).

Nel corso del 2020 i tassi di deterioramento sono calati in tutti i settori anche se con intensità diverse. I comparti che hanno fatto registrare le riduzioni più marcate dei nuovi crediti in default sono quello dell’agricoltura (dal 3,1% del 2019 al 2,3% del 2020) e delle costruzioni (dal 4,0% al 3,3%), con quest’ultimo che continua il processo di convergenza verso gli altri settori attestandosi, per la prima volta, al di sotto dei livelli pre-crisi (3,9%). L’industria resta il settore con i tassi di deterioramento più bassi portandosi al 2% (dal 2,3% del 2019), mentre nei servizi si osserva una discesa di due decimi percentuali (dal 2,8% del 2019 al 2,6% del 2020).

crediti deteriorati

Il deciso calo dei tassi di deterioramento, pur nel contesto della crisi economica innescata dal Covid, è principalmente riconducibile agli effetti delle moratorie sui prestiti[1], alla flessibilità adottata da parte delle autorità di vigilanza sulle regole di classificazione dei finanziamenti[2] e agli interventi di sostegno alla liquidità delle imprese introdotti dal governo. Queste misure straordinarie hanno mitigato i rischi di diffusione dello shock produttivo al settore creditizio, contribuendo al contenimento del tasso di default delle imprese e alla tenuta complessiva del settore finanziario.

Le previsioni al 2022

In base alle previsioni di Cerved e Abi, nel prossimo biennio i nuovi crediti in default delle società non finanziarie, dopo aver fatto registrare nel 2020 il valore minimo dall’inizio della serie storica, torneranno a crescere, in seguito agli effetti della crisi sul rischio di insolvenza delle imprese e anche a causa della cessazione delle misure straordinarie di sostegno alle imprese, come la moratoria sui prestiti e le linee di credito.

Nel 2021 i tassi di deterioramento delle società non finanziarie aumenteranno di 1,8 punti percentuali portandosi al 4,3% (dal 2,5%), i livelli più alti dal 2016 (4,3%), per poi tornare in calo nel 2022 toccando il 3,7%. Al termine del periodo di previsione, la percentuale di prestiti in default si assesterà su livelli più elevati rispetto al pre-Covid (2,9% nel 2019), con tassi su livelli simili al periodo pre-crisi finanziaria del 2007 (3,7%) ma ampiamente distanti dai picchi raggiunti nel 2012 (7,5%).

In base alle stime, tutte le classi dimensionali faranno registrare un netto aumento dei flussi di nuovi crediti deteriorati nel 2021, seguito da una riduzione nell’anno successivo che, tuttavia, non basterà per riportarsi sui livelli pre-Covid. Nel 2022 le grandi imprese risulteranno la classe dimensionale con il minor divario rispetto ai livelli del 2019 (1,8% nel 2022 contro 1,3% nel 2019), mentre le medie imprese fanno osservare l’andamento peggiore (2,9% nel 2022 contro 1,7% nel 2019). Le piccole e le micro imprese sono le uniche classi dimensionali che nel 2022 faranno osservare tassi di deterioramento al di sotto dei livelli pre-crisi del 2007 (2,6% contro 3,1% per le piccole e 3,9% contro 4,0% per le micro).

Nel 2021 la crescita dei tassi di deterioramento sarà diffusa a tutti settori dell’economia italiana, con il trend che si invertirà nel 2022 in tutti i comparti eccetto quello edilizio, in cui invece i tassi continueranno a crescere. Al termine del periodo di previsione i nuovi crediti in default risulteranno più alti rispetto ai livelli pre-Covid, soprattutto nei servizi e nelle costruzioni.

Le previsioni a livello territoriale evidenziano nel 2021 gli incrementi più marcati nel Nord-Est, dove la percentuale di crediti in default sul totale dei prestiti in bonis raggiunge il 3,5% (dall’1,7%), per poi calare nel 2022 al 2,8% (sette decimi percentuali al di sopra del 2019), e nel Centro Italia, dove i nuovi crediti in default passano dal 3,0% al 5,0%, calando poi al 4,4% (+1 punto percentuale rispetto al 2019). Il Sud si conferma al termine del periodo di previsione l’area territoriale caratterizzata dai tassi di deterioramento più alti: nel 2021 i tassi raggiungono il 5,5% (dal 3,8%), per poi calare successivamente al 5%, su livelli superiori di otto decimi percentuali rispetto al pre-Covid. Nel Nord-Ovest i nuovi crediti in default si portano al 3,8% nel 2021 (dal 2,1%), scendendo poi al 3,1% nel 2022, su livelli superiori al 2019 di sette decimi percentuali.


[1] La moratoria straordinaria dei prestiti e delle linee di credito per micro, piccole e medie imprese introdotta a marzo con il decreto Cura Italia (art. 56, D.L. n. 18/2020) è stata ulteriormente prorogata fino al 30 giugno 2021 con la Legge di Bilancio 2021 (art. 41)

[2] Banca d’Italia, Le misure adottate dalle autorità di vigilanza e gli effetti sulle banche, Rapporto sulla stabilità finanziaria, 1, 2020, pp. 42-43. In particolare, si prevede che l’accesso a misure di moratoria da parte della clientela non comporta automaticamente la rilevazione di un deterioramento della qualità del credito e la riclassificazione dei crediti tra quelli oggetto di concessione (forborne exposures) o tra quelli deteriorati (nel caso delle inadempienze probabili). Si rileva anche che l’accesso alle moratorie non determina di per sé un incremento significativo del rischio di credito ai fini contabili (ossia il passaggio dallo stadio 1 allo stadio 2 della classificazione prevista dal principio contabile IFRS 9).